GIOVANNA GULLI.
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CATERINA MARASCA.
Parte 1.
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1944. Garzanti Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
            Fondazione Ezio Galiano 
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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Caterina Marasca  lunico romanzo di Giovanna Gulli, definita da Repaci, la migliore scrittrice calabrese.
Viene pubblicato postumo, non senza difficolt e con tagli imposti dalla censura fascista, nel 1940 e lautrice riesce solo a correggerne le bozze prima di morire, giovanissima, di miseria e di tubercolosi.
Il romanzo  ispirato, per esplicita dichiarazione dellautrice, da una storia vera.
Repaci, per, lo definisce una storia vera due volte, perch Caterina, la protagonista, a suo parere non  altro che una proiezione fantastica di Giovanna. Molte sono infatti, al di l delle differenti scelte esistenziali, le analogie fra lautrice e Caterina: nellaspetto fisico, i cui caratteri salienti sono i capelli ricci e indomabili come quelli di Giovanna, la magrezza, la flessuosit; nellessere le prime di sei figli; nella condizione socio economica, il passaggio dal benessere alla povert a causa di padri deboli, irresponsabili, immotivatamente gelosi delle mogli; nella necessit di affrontare tutte le difficolt che la societ di quel tempo poneva dinanzi ad una donna costretta a cercarsi un lavoro per sopravvivere.
Nella prima met del romanzo predomina la coralit e al centro della narrazione c tutta la famiglia di Caterina, formata dalla madre, da tre giovani donne e tre bambini. La loro unica fonte di reddito, da quando il capofamiglia si  suicidato,  il lavoro di Rachele, diciannovenne sorella di Caterina, che non basta a sfamare la famiglia. Il termine pi ricorrente  infatti fame, una fame che induce nella madre  una passiva rassegnazione, ma in Caterina, per reazione, unorgogliosa ribellione.
Lambiente  quello dei bassi napoletani, descritto con crudo realismo.
I tentativi di Caterina di trovare unoccupazione, descritti come frustranti umiliazioni dinanzi a uomini che la vedono solo come oggetto di desiderio, fanno maturare in lei una visione negativa della societ, un mondo in cui il lavoro, soprattutto per una donna,  strumento di ricatto e sfruttamento e lunico valore  il denaro; chi non ne possiede non ha altre alternative oltre a morire o perdersi. Quando, ingiustamente licenziata da un lavoro di istitutrice accettato per sfuggire alla fame, ripiomba con la sua famiglia nella miseria, incomincia a rubare, perch Secondo il ragionamento di Caterina quel suo gesto di rapina era un atto legittimo, ed essa si domandava, ormai, perch tutti gli altri non facessero altrettanto.
Nella seconda parte del romanzo assistiamo ad un radicale cambiamento nella vita di Caterina, che diventa, assieme ai suoi amanti, la protagonista di vicende ambientate nel mondo prima borghese, poi nobiliare; atmosfere, personaggi, situazioni richiamano il gusto dellestetismo dannunziano e le percezioni della protagonista colgono ora la preziosit dei tessuti, la raffinatezza degli arredi, lintensit dei profumi. La famiglia Marasca, aiutata ma tenuta a distanza, scivola sullo sfondo.
Una dote che Repaci apprezza particolarmente in Gulli  la straordinaria intuizione psicologica. La psicologia di Caterina, nelle sue mutevoli sfaccettature, emerge sia dalla narrazione in terza persona che dalle pagine del diario in cui si confidano stati danimo e sentimenti che non si possono condividere con nessuno. 
Una storia vera e dolorosa, che alla fine vede Caterina trasformarsi in una giovine regina crudele e affascinante e che, secondo Repaci, riveste per la sua autrice una funzione catartica.
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L'AUTRICE.
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GIOVANNA GULLI nasce a Reggio Calabria nel 1911. Di famiglia alto borghese, viene educata secondo i pi tradizionali principi del ceto a cui appartiene. Ma i rovesci finanziari del padre le impediscono di continuare gli studi e la costringono a cercare lavoro senza riuscirvi. Proprio in questo periodo si rivolge alla scrittura che diviene per lei uno dei pi importanti motivi di vita. Si trasferisce con la sorella a Messina, dove trova impiego come segretaria in unagenzia giornalistica. In quella citt scrive parte del romanzo Caterina Marasca. Sentendo sempre di pi la passione per la scrittura, si trasferisce a Milano. Conosce Rpaci, Zavattini, Marotta; pubblica diversi racconti, scrive testi per alcune trasmissioni radiofoniche dedicate ai ragazzi. Ammalatasi di polmonite muore a Milano, allet di quasi ventotto anni, nel 1938.
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PARTE PRIMA.
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Capitolo 1.
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Siccome fuori faceva molto freddo Caterina Marasca entrando nel portoncino prov una piacevole sensazione d'intimit. Nella penombra gli scalini si distinguevano appena; solo esigui rettangoli di luce biancastra, proiettata dall'abbaino, rivelavano la perfetta pulizia del marmo.
Caterina si corrucci commentando mentalmente la spilorceria dell'inquilina di sotto che non s'era decisa ancora ad accendere la lampadina di poche candele. A met scala dovette fermarsi perch le gambe non resistettero quasi fossero anchilosate, e il cuore le si mise a battere fortemente. S'abbass un poco sulla ringhiera per pigliar fiato e le si oscur lievemente la vista.
Fece con lentezza gli ultimi gradini e buss eccitatissima.
Nicola venne ad aprirle e la fiss ridendo: Senti Caterina, Elisabetta dice...
Ella corrug le ciglia ed interruppe brutalmente:
Vattene, Nicola.
Nicola si allontan e si diresse precipitosamente verso la cucina: Elisabetta, Caterina  tornata...  assai arrabbiata...
Caterina s'inoltr nella seconda stanza e poi nella terza; le stanze comunicavano tutte tra loro con perfetta simmetria per mezzo di porte piccole e grossolanamente quadrate. Prima di levarsi il cappello si ferm dinnanzi allo specchio: sentiva una sorda irritazione contro tutti e principalmente contro Nicola che l'aveva accolta con quel riso stupido e beato.
Un fumo denso e caldo di orzo tostato riempiva le tre camere. Era soffocante. Fece tossire e riscaldare Caterina che si tolse il cappotto e i guanti e in ultimo il cappello e si sedette tranquilla prendendo un'aria indifferente.
La piccola Elisabetta entr nella stanza con un po' di preoccupazione nei grandi occhi neri. Caterina... Cate... che ti ha detto quell'uomo?
Ah!... benissimo... mi hanno detto di tornare domani... Per sai, Elisabetta,  inutile... Che pu importare a lui di Elisabetta e di Caterina Marasca?
Ella scosse la testa bionda con energia. Aveva parlato a voce molto alta e con un lieve sorriso ironico; nei suoi occhi scuri c'era una luce di crudelt verso se stessa e verso la sorella. Mamm non c'? domand poi con accento pacato.
 andata in Chiesa, vi  la Novena sai... rispose Elisabetta con voce dolce, piena di scuse per mamm che Caterina accusava adesso di bigotteria.
Caterina rifletteva e non disse nulla. Elisabetta contempl pensosamente i guanti, il cappello, il cappotto della sorella, buttati alla rinfusa sul gran letto matrimoniale e s'accorse che quegli indumenti facevano risaltare la sudiceria della coperta. Bisogna lavarla, disse a voce alta e si avvicin al balcone. Fuori era quasi buio e dentro pure. Elisabetta si divertiva ad appannare la limpidezza del vetro col suo  fiato tiepido. Veramente,  disse rivolta a Caterina che stava silenziosa e immobile sulla sedia coi gomiti appoggiati sui ginocchi e le mani alle tempie, mamm sentir freddo stasera. Ha dovuto condurre con s Paolo e Maria, perch... avresti dovuto vedere come Nicola li ha battuti poco fa... Ah, che fa adesso Nicola che non si sente affatto?
Caterina s'irrit. Elisabetta, ti prego, accendi il fuoco e portalo di qua subito. Mi sento gelare. Quel maledetto ragazzo non  ancora venuto?... Ella si alz. Batt i piedi a terra ed incominci a passeggiare per la stanza. Fiss Elisabetta che stava ferma, sempre dinnanzi al balcone. Perch non vai, Isa? disse avvicinandosele.
Ah! s, accendiamo la luce?
No  troppo presto ancora. Spicciati.
Elisabetta scoppi a ridere tutta rossa, e guard sempre ridendo sua sorella, poi corse con le sue gambe snelle difilato in cucina.
Caterina sospir: prese i suoi indumenti da passeggio e li colloc con cura nel grande armadio che puzzava di naftalina. Poi si rimise a sedere e ogni tanto batteva i piedi a terra per riscaldarsi. Si sentiva molto debole e aveva il polso piccolo e irregolare. Anche moralmente si vide fiaccata.
Le succedevano spesso di questi abbandoni seguiti da nere crisi di ipocondria. Era completamente buio nella stanza. Elisabetta in cucina cantava e si udiva la sua voce dolce e limpida riempire quelle camere piene di fumo che stentava a diradarsi.
La voce sottile quasi allegra, infastidiva grandemente Caterina e la faceva tremare con nervosit.
Nicola entr come una furia ed accese la luce. La stanza si illumin per intero. La carta di Francia che rivestiva le pareti era sbiadita e macchiata dalle cimici, il letto matrimoniale era basso e grande, sverniciato dai calci di Nicola; la biancheria del letto sudicia. Vi era un armadio ricco e terso, e in un angolo un gran lavabo di marmo rosa; per terra una bacinella tutta slabbrata riempita d'acqua limpida; sulla delicata venatura del marmo giacevano due spazzolini da denti e un pezzo di sapone da cucina indurito. Poche sedie, fra cui qualcuna col fondo spagliato, sostituito da un lurido cuscino di percalle; le pareti, salvo un piccolo quadro di un terribile Ecce Homo a capo del letto, interamente nude. Per sui comodini patinati di polvere, vi era una straordinaria e policroma raccolta d'immagini sacre. Quella camera era decente ed abitabile.
Caterina fiss di traverso il fratello. Nicola la contemplava in silenzio con aria cattiva, mentre si nettava con l'indice e il pollice della mano destra, le narici, che aveva a causa di questo deplorevole vizio, alquanto larghe e schiacciate.
Senti Cate, quello... non ti ha ricevuta? Per questo sei arrabbiata con me? Rispondimi, se no rompo un vetro...
Caterina rise. Mi dispiace per te, Nicola, ma sei troppo stupido...
La piccola Elisabetta rientr col braciere. Lo depose in mezzo alla stanza ai piedi di Caterina e s'inginocchi curvando il viso adolescente, per attizzarne la fiamma.
Con un salto Nicola le fu sul dorso e si aggrapp con tutte e due le braccia al collo bianco di lei. Galoppiamo Isuccia...
Elisabetta soffocava dal ridere, mentre Nicola le spettinava i capelli biondi e ricciuti. Cate, aiutami...
Caterina socchiuse gli occhi e avvicin il viso e le mani al fuoco. Un godimento intenso e voluttuoso le ammorbid i lineamenti irregolari. Contempl i suoi fratelli e sorrise con dolcezza. Nicola, appena liberata Elisabetta, incominci a gettare urli sguaiati, girando pazzamente per la stanza.
Non si capisce pi nulla, adesso ti batto, Nicola, grid Elisabetta. Sentite? Bussano. Nicola, Nicola apri, ti dico.
Il ragazzo corrug la fronte. Non aprir mai, Elisabetta... proruppe con grande convinzione.
Cattivo, sibil la giovinetta e si precipit ad aprire. Ah!  il ragazzo... entra... entra... grid con la sua bella voce dolce. Caterina, eccolo... dammi i soldi per il pane... Gaetanuccio entra, ti dico, incit sorridendo Elisabetta, comparendo sulla soglia seguita dal ragazzo del mezzanino.
Caterina sollev la testa per guardarlo. Gli vide subito la testa rapata, quasi livida per il freddo. Gli occhietti maliziosi di Gaetanuccio brillavano di furberia.
Oh! che bel fuoco, diss'egli ammiccando con gli occhi e rialzando il labbro superiore, fa freddo da noi: permettete che mi riscaldi?
Caterina chin la testa. Perch non sei venuto prima? Ti aspettavamo,  tardi, disse bruscamente.
Il ragazzo rialz il viso con gravit. Ah! ecco, ho dovuto badare al bimbo. Maria oggi si  recata a fare il servizio dalla signora Anna...
Come sei sudicio, mi fai nausea tu... l'interruppe Nicola dandogli un pugno alle spalle. Sei tu una porcheria... grid il ragazzo, aspetta... la voce gli mor in gola per l'ira ed Elisabetta fu pronta a trattenergli il braccio. Sta' quieto Gaetanuccio... Nicola  cattivo, ci penser a batterlo mamm quando torna... Ma perch tarda stasera Rachele? disse inquieta fissando la sorella.
Caterina stava china con tristezza, sul fuoco. Di sfuggita guardava il ragazzo che si scaldava con delizia.
Devi andare Gaetanuccio... adesso torna Rachele e grider... suvvia Caterina, i soldi per il pane... presto, su Gaetanuccio caro, esort Elisabetta.
La fiamma aveva arrossato il volto di Caterina, di Nicola e del sudicio ragazzo. Caterina alz la testa pensosamente. Avete mangiato oggi Gaetano? chiese con aria cupa, lievemente distratta.
Gaetanuccio scosse le spalle e guard Caterina con compunzione. I gemelli, Minnie e Nino, s, essi hanno mangiato la pasta che ha mandato la nonna... io e Maria no... noi siamo grandi, questo l'ha detto pure mamm. E scosse la testa con aria da smargiasso, stringendo con malizia le labbra.
Elisabetta scoppi a ridere. Tu sei grande? Non hai nemmeno sei anni tu... Caterina sorrise. Neppure tua madre ha mangiato? domand poi con oppressione.
Mamm si  fatta le labbra rosse rosse, ed  uscita per trovare un marito. Rispose egli scuotendo sempre la livida testa rapata, con importanza.
Caterina socchiuse gli occhi scuri e si abbandon ad un tetro scoraggiamento.
Elisabetta chin il capo umiliata.
Senti, grid Nicola, senti Elisabetta, che idiozie... Una donna che ha gi un marito pu prenderne un altro? E rise contorcendosi fino alle lagrime.
E tu che ne sai? ribatt piccato il ragazzo alzando le spalle con disprezzo.
Senti, senti Cate... e Nicola per l'ilarit si rovesci sul letto, malmenando i cuscini con gesti da folle.
Gaetanuccio guard Nicola con ira: Mi piace di andarmene via di qui... proprio per te... vorrei vederti morto!
Andate via di qui? disse Elisabetta.
S, ci conduce via tutti mio padre, dalla sua mantenuta. Pass sul piccolo viso sudicio e innocente una grande beatitudine. L, almeno, dice mio padre che mangeremo sempre, ogni giorno... mi riempir la pancia di pane... lo giuro... voi non ci credete?... ma quello l... disse con rabbia verso Nicola che rideva.
Caterina rimase silenziosa.
Via Gaetanuccio, adesso torna mamm, supplic Elisabetta.
Il ragazzo si rizz sui piedi nudi.
I soldi per il pane? chiese ancora Elisabetta.
Sono nell'armadio, disse Caterina.
La giovinetta si diresse verso l'armadio; l'apr, rovist con precauzione in una vecchia borsa verde e ne trasse alcuni spiccioli. Li tenne un momento sul palmo della mano, mentre il ragazzo e Nicola la guardavano con gravit. Poi li consegn a Gaetano. Il ragazzo strinse con forza tra le piccole dita la moneta ed usc fischiando. Le fanciulle rimasero silenziose vicino al fuoco.
Che schifo, disse ad un tratto Caterina. Si ud una bussata forte.
 Rachele questa, grid Nicola, e corse ad aprire.
Rachele Maresca entr nella stanza dove stavano le sorelle e si ferm a respirare con fatica l'aria ammorbata dall'odore del carbone semicrudo e dall'orzo.
 asfissiante, non sentite nulla, qui voi? disse sdegnata.
Le sorelle non risposero. Nicola le si mise davanti con le braccia incrociate, gonfiando le guancie. Rachele, si possono prendere due mariti in una volta? La giovane lo fiss brusca. Dici bestialit, Nicola, vattene. Scosse eccitatissima i capelli neri leggermente increspati che le cadevano sulle tempie e sulla nuca. Era alta: di una possente e armoniosa bellezza. Corrug fortemente i sopraccigli e ci le diede al viso un'espressione cattiva. Fatemi scaldare... Ah! questa vita ammazza...
Caterina alz le spalle. Scaldati, ora viene il ragazzo col pane...
Rachele si sedette taciturna. Le tre sorelle Marasca si assomigliavano nei larghi occhi scuri meridionali e nell'espressione altera del viso. Solo in Caterina quell'orgoglio si accentuava e le dava un'aria quasi fosca.
Mentre con la testa china guardava il fuoco pareva riflettesse cose penose che le assottigliavano il viso.
Non hai visto il Commendatore? Interrog distratta Rachele.
Caterina fece un gesto vago.
Eh! no... intanto la fame  insopportabile... scriver allo zio Nicola, ma egli non verr... mormor profondamente scoraggiata.
Cosa vuoi farci? Io non so... Ah! Cate, non vorrei mai fra noi lo zio Nicola...
Caterina scosse la testa con irritazione.
Ho fame, piagnucol Nicola, Elisabetta dammi il caff d'orzo.
Elisabetta si volse corrucciata: Lasciami in pace ti dico...
Rachele si rivolt: Ancora zuppa d'orzo col pane, proruppe pallidissima d'ira. Che schifo... che schifo!... Gelo davanti a quel tavolo maledetto dalla mattina alla sera, s'interruppe e si ferm in mezzo alla stanza con lo sguardo irritato ed assorto.
Elisabetta si alz e le si mise di fronte. Sai, disse con dolcezza, posso prendere il tuo posto, lo studio non mi serve a nulla... tanto non ci arriver, termin desolata.
Rachele fiss il viso aperto un po' grande della piccola Elisabetta e grid duramente: Se non mi esci dai piedi ti batto...
Caterina avvamp. Perch la maltratti? Dalla situazione bisogna uscirne... domani andr da Gardi... bussano... apri Nicola...
Il ragazzo entr col pane portando il carico col viso illuminato.
Bravo Gaetanuccio, aspetta, te ne daremo un poco, disse Elisabetta.
Nicola si gett sul pane avidamente, Rachele si avvicin con la fronte aggrottata, ne ruppe un pezzo con le mani ed incominci a mangiare con ingordigia. Gaetanuccio caro, ecco il pane per te, disse Elisabetta e gli porse sorridendo una sottile fetta di pane che il ragazzo afferr a volo.
Vattene ora, ingiunse Caterina bruscamente e segu con gli occhi il ragazzo che usciva. Perch mangiate adesso? rimprover guardando Rachele e Nicola, Aspettiamo mamm.
Rachele scosse le spalle con noncuranza e Nicola continu a mangiare il pane con rapidit.
Nicola, finirai per affogarti se mangi cos! esclam ridendo Elisabetta. Nicola le rivolse uno sguardo furibondo, mentre le lanciava, come proiettile lo spazzolino da denti, afferrato a caso in uno dei diversi giri viziosi fatti intorno alla camera.
Nicola  insopportabile, grid Rachele.
Caterina stava assorta. Mamm va in Chiesa e prega, ma questo Dio non si lascia commuovere facilmente, vedete... disse con violenza.
Caterina non bestemmiare, disse Elisabetta sgomentata.
Caterina scosse la testa e si chin per rovistare con un mestolo di ferro, il fuoco. Il riverbero le illumin il volto e gli occhi che avevano un'espressione audace e sdegnata.
Ah!... Elisabetta, Dio avrebbe dovuto interessarsi di noi...  molto chiaro... I dogmi della Religione esigono l'onest, il dovere, la virt... La Religione  spietata ed appunto per questo la virt non esiste...: credete che esista la virt voi? Bisognerebbe chinare il capo ad ogni specie di martirio pur di rimaner puri. Il peccato  morte dell'anima... Ammetti, Rachele, il suicidio per la fame? No. Allora si potrebbe diventare ladri o vendersi... Si ferm per comprimersi il cuore che le batteva pazzamente.
Oh! mormor con pena la piccola Elisabetta, sei atea... ha ragione mamm!
Caterina rise. No, non sono atea...  per puro spirito analitico sai Elisabetta... il problema  cos circoscritto da fare spavento... non si tratta di una sola persona... Ah! mamm... non parliamo di lei. Ella  una creatura passiva,  molto debole... ella non si lamenta, piange... Vedi, non puoi credere quanta pena mi fa mamm quando prega e piange in ginocchio... mi pare che l'impassibilit di Dio debba scuotere la sua fede e romperla... Tacque e Rachele la fiss sfiduciata.
Allora, Cate? noi non possiamo morire tutti di fame...
Caterina rimase pensosa. Io non so... e tacque. Si potrebbe se mai mendicare! Soggiunse ridendo con crudelt.
Non parliamo di questo, ti prego Caterina... la Provvidenza...
Caterina interruppe sorridendo: La Provvidenza, Rachele,  una parola che si legge moltissimo nei libri di mamm... in quei libri, e per le persone ingenue e dolci come mamm, fa un effetto bellissimo...
Non voglio pi udirti, grid Elisabetta, e le si empirono gli occhi di lacrime. Tutti tacquero. Si ud nuovamente bussare forte alla porta. Rachele si alz per aprire. Sono loro, disse.
Nicola che stava immobile fissando Caterina, si distrasse e lanci un grido di contentezza. La madre entr nella stanza seguita dai due figli piccoli, quasi giulivamente. Sul suo viso pallidissimo e soave consunto dall'inedia e dai dispiaceri, vi era una calma austera e pensosa.
Faceva freddo, temo che Maria si sia raffreddata, diss'ella con angustia. Subito scorse Caterina. Che hai? Nulla  vero? Lo sapevo, aggiunse con rammarico.
Mamm, guarda come tossisco, grid Maria, spalancando gli occhioni cerchiati e congestionandosi tutta nello sforzo.
Non  vero... non  vero... ora la batto, lo fa apposta... Elisabetta guardala... url Nicola.
Paolo rideva agitando le manine, guardando Maria stralunare gli occhi.
Non  vero, bugiarda... ha ragione Nicola...
Caterina in quel pandemonio, grid con voce irritata: Perch l'hai condotta con te mamm? Ora cade ammalata...
La madre ebbe un gesto di costernazione. Non potevo lasciarla vicino a Nicola.
Caterina voleva ribattere, ma tacque.
Ho fame, presto Elisabetta, voglio mangiare... disse Maria quasi piangendo.
Vado... vado... rispose tutta rossa la fanciulla, Paolo tu non hai forse fame?
Oh! io, proruppe il fanciullo, mettendo su tutto il viso pallido e negli occhi azzurro chiari un'avidit straordinaria, mangerei tutto... tutto.
Elisabetta s'avvi in cucina seguita dai fratelli. La madre stette due minuti pensosa, ferma in mezzo alla stanza, fissando Caterina e Rachele che tacevano, poi con pacatezza prese tutta la roba sparsa sul letto e la port pezzo per pezzo nell'armadio. I ragazzi in cucina gridavano gioiosamente; dopo entrarono tutti in una volta preceduti da Elisabetta, che era rossa e rideva, nella stanza da letto, portando tazze e scodelle vuote e facendo molto chiasso.
Elisabetta depose su uno dei comodini, accanto all'immagine sacra, la caffettiera piena di caff d'orzo bollente e guard con allegria Rachele e Caterina.
Suvvia, mangeremo qui, disse, in cucina, dal vetro rotto viene molto freddo...
La madre si sedette e prese Maria sulle ginocchia. Adesso Maria prender il caff caldo...
Nicola e Paolo vicini mangiavano avidamente con le scodelle piene appoggiate sulla stessa sedia.
Maria assaggi in fretta una fetta di pane inzuppata, ma la ributt subito.
Signore!...  ammalata... disse la madre stringendosi la piccina con angoscia.
Rachele si scosse: Non impaurirti mamm... Maria  pi nauseata di me; ecco! esclam con voce aspra. Dopo le parole di Rachele, tutta la famiglia Marasca, meno la piccina, si mise a mangiare in un silenzio ingordo e pesante, la zuppa di caff d'orzo e pane.
Dal tempo in cui Massimo Marasca s'era ucciso, da due anni circa, essi tiravano questa vita stentata e triste.
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Capitolo 2.
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Caterina Marasca era una ragazza un po' strana. Aveva ventun anni, ma questo costituiva per lei gi un peso che la sfioriva.
In alcuni momenti essa sentiva un'avversione profonda contro tutti; ed in certi attimi, anche un rancore indefinito contro mamm e i fratelli.
L'ambiente miserabile gi pregno di fame, gi passato dai limiti della povert a quelli dell'indigenza in cui viveva, la portava a forti crisi ipocondriache, dove la violenza (una delle essenze fondamentali del suo carattere) si ammorbidiva ed essa diventava in quei periodi, fiacca e straordinariamente passiva.
Per Caterina era una donna di nervi e di sangue e avrebbe in un istante di terribile violenza, potuto uccidere un uomo.
Continuamente essa era avviluppata in pensieri forti, opprimenti e simultanei ed era rabbrividendo tutta, e con profondi scoraggiamenti che se ne distoglieva.
Diversi problemi le si affacciavano alla mente e stentava a dar loro una soluzione, e quando aveva poi finito di risolverli rimaneva attonita per la sconclusione dei quesiti, o rideva con ironia gridando a Rachele e ad Elisabetta che ogni cosa era stupida e cattiva, e che tutti nel mondo erano crudeli e perversi.
Alle volte pensava che le persone pi intelligenti erano in fondo le pi buone e generose, ma quasi subito sdrucciolava in una morale pi logica e ne deduceva che la sola grande anima, era l'anima del popolo. La crudelt del volgo la lasciava perplessa ed allora aveva crisi di abbattimento. Tutto ci curvava le esili spalle quasi adolescenti; ed ella si abbandonava a grandi scoppi di violenza provando una feroce volutt a martirizzare la sua anima e il suo cuore nelle aride e penose riflessioni.
Considerava con profonda ribellione il senso austero della virt di cui si beffava, finendo per ritenere il Dio dei preti, ossia il Dio di cui parlavano i libri di Alfonsia De Marchi, un mistero angoscioso e pieno di perplessit, vedeva negli stessi dogmi della Religione, mostruosi controsensi e quasi una spinta anzich un ritegno, verso il male.
Poi essa stessa, nonostante la sua alterigia e le sue ribellioni (pensava fremendo) era spinta verso la cattiveria, non certo dalla sua volont, dalle sue idee e dal suo carattere, ma dalla fame, dalle riflessioni che da essa derivavano, principalmente dall'implacabilit di quel Dio e degli uomini. Cos essa inviliva, soffrendo e trattenendo i singhiozzi, lo spirito primitivo dell'uomo e i punti fondamentali della Religione.
Per Caterina Marasca s'entusiasmava facilmente. Essa era capace di battere le mani come una bimba, dinanzi ad una cosa bella spirante il senso della grandezza, e di rimanerne in contemplazione, tutta tremante, col cuore gonfio di tenerezza e una espressione timida e selvaggia in tutto il viso.
Caterina era una sensuale, ma non aveva mai amato. Anzi alle volte provava uno schifo inconsulto per tutti gli uomini. E ci era in perfetta contraddizione coi suoi sensi che la sfinivano nel desiderio. Il sangue, fustigato da quell'ansia voluttuosa d'amore, in alcuni momenti le copriva le guancie molto pallide abitualmente, di un rosso vivo ed ella non cercava di frenare nello sguardo scuro la violenza della passione.
Cos ella tutto ad un tratto scoppiava in singhiozzi, dinanzi a Rachele e ad Elisabetta, restando muta e triste per lunghe ore, senza poter parlare poich gli occhi le si sarebbero riempiti ancora di lacrime.
Caterina Marasca adesso era piena di ribellione contro gli uomini, sognava per essi delle strane vendette; avrebbe voluto mettere tutti al suo posto miserabile e molte volte ella desiderava di tenere fra le mani una frusta lunga e sottile, per frustare sulla fronte e sulla bocca, e primo di tutti, suo zio Nicola Marasca, tutte quelle creature che rimanevano ridenti ed estranee di fronte alla sua fame.
Caterina era di una fantasia meravigliosa e di una intelligenza vasta e forte. Solo la sua psiche era lievemente adombrata da malinconie, (da brusche improvvise anomalie derivate da ragionamenti troppo intensi per una fanciulla di ventun anni). Per esempio dibattersi (come le succedeva spesso) nei misteri dei principi e della fine, negli ardui quesiti del cuore umano; pensare di penetrare nella pura teologia scompigliandone le leggi, i giudizi, il fondamento, per trarne conclusioni spesso labili e inesatte, o forti e stridenti in pieno contrasto coi dogmi stessi della Religione, era una fatica che le pesava nel cervello e finiva per darle un vero e proprio male fisico.
Contemplando a braccia conserte il furore degli elementi e la vaga poesia di un bel tramonto d'estate, Caterina cadeva senza accorgersene, nel panteismo.
Col cuore pulsante ella adorava solo la natura. Essa amava fortemente la madre e Nicola.
Per in alcuni momenti sua madre l'irritava a tal punto da farla tremare tutta.
Con Rachele ed Elisabetta era tutt'altra cosa. Le due giovani creature facevano parte di lei stessa, ed erano nella sua anima, nelle sue carni, nel suo cuore, nei suoi sensi. Se per caso delle persone riuscivano ad irritarla, era capace di arrivare nell'esasperazione, all'odio, e poi alla tristezza fino alle lacrime.
Pure, Caterina Marasca, aveva un fondo d'ingenuit e di dolcezza.
Sotto l'impeto dell'entusiasmo, creava nella loro miserabile posizione, delle facilit e degli avvenimenti straordinari e parlava con un fuoco negli occhi, agitando le mani e sorridendo, come non facevano mai n Rachele, n Elisabetta.
Esse erano meno violente di Caterina nel giudicare gli uomini (se pure nella piccola Elisabetta vi poteva essere gi un giudizio preciso e considerato) ma non si entusiasmavano mai delle bont di questi e non gridavano con quell'impetuosit selvaggia, cose buone o cattive, come succedeva spesso, nel carattere appassionato di Caterina.
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Dal diario di Caterina. 22 Novembre.
 una mattinata calma. Ieri non abbiamo mangiato quasi nulla, e temo che oggi non mangeremo neppure. Sento un po' di debolezza mentre scrivo, ma non provo pi nessuna vergogna a confessarlo, tanto mi riesce naturale stare digiuna per lunghissime ore.
Adesso mi sento molto debole; vado a cercare un tozzo di pane nella madia, per poter continuare a scrivere... mi pare che Nicola abbia mangiato, un momento fa, la crosta che avevo nascosta ieri in fondo al cassone, sotto il piatto a fiori...
Mi sono alzata e un po' di nebbia si  stesa dinnanzi ai miei occhi. Nella madia non ho trovato nulla... Nicola mangia ogni cosa; egli riesce sempre a trovare tutto. Questa casa  infestata dai topi. Elisabetta mi ha fatto vedere un libro tutto divorato dai topi. Nicola, ieri nel pomeriggio, ne ha preso uno vivo... egli lo stringeva fra le mani, portandoselo vicino al mento, senza provarne ribrezzo alcuno, e rideva come un pazzo.
Il piccolo topo era mezzo morto di paura, ma non faceva nessun movimento per liberarsi. Nicola ha gridato: Cate, adesso lo brucio vivo!...
Nicola, gli ho detto, se tu fai questa cosa cattiva... io ti batter fino a stancarmi.
 una cosa cattiva questa? mi ha domandato Nicola gravemente, Allora io lo getter nell'acqua... non deve morire, dunque, Cate? Vuoi che io lo lasci libero? Tu gridi sempre che vorresti ucciderli tutti...
Nicola mi ha irritata.  vero... ho mormorato pensosamente, dico sempre questo... ma tu non devi fare adesso delle cose perverse...
Nicola mi ha fissata senza comprendere nulla. Ha scosso le spalle con irritazione. Cate, tu non vuoi certamente bene ai topi poich desideri ucciderli... Guarda com' piccolo questo, ha gli occhi tutti spauriti... l'ho preso, sai, nello stanzino, vicino al sacchetto vuoto della pasta, e mi son fatto perfino male nel prenderlo... Tu non vuoi che lo lasci scappare, Cate?
Non risposi nulla, ma sentivo che Nicola m'irritava molto.
Ah! come sei stupida Caterina! grid infine Nicola sdegnato, e corse via stringendo fortemente il piccolo topo.
Mi sono distratta completamente e sono andata ad affacciarmi al balcone per sentire l'aria dolce e malinconica, che ogni giorno la signora Gloria (una strana signora) suona alla solita ora. Mi sentii subito triste e rientrai perch avevo gli occhi pieni di lacrime. Nella cucina Nicola e Paolo battevano le mani. Mi sono diretta verso la cucina curiosa di sapere perch essi fossero cos felici e battessero le mani tanto fortemente.
Paolo e Nicola, tutte e due molto rossi, ballavano dinnanzi al fornello e scuotevano con delle bacchette alcuni tizzi quasi spenti.
Un fumo nauseante, sopra tutto di pelo bruciato, riempiva la cucina.
L'abbiamo bruciato, Caterina! grid Nicola venendomi incontro affannato.
Oh! gli ho detto severamente, meriteresti una punizione... tu fai ci perch nessuno ti batte mai... e mamm  tanto buona!
Ma, Caterina, egli doveva morire certamente, ha ribattuto con forza e tutto umiliato Nicola.
Adesso noi, Cate, ne prenderemo un altro e lo affogheremo! Esclam entusiasmato Paolo, mentre il suo visino si coloriva.
Nicola d dei cattivi esempi ai piccini. Senza dubbio egli  molto crudele.
Notte.
Mi sento cos buona, cos dolce, ed una profonda piet per me stessa mi viene. Eppure io alle volte sono molto cattiva; provo il desiderio di battere qualcuno, di farlo inginocchiare ai miei piedi, di sputargli in viso, di frustarlo sulla bocca e di umiliarlo profondamente. Rachele lavora; io non faccio proprio nulla. Tutto il giorno mi sento fiacca ed avvilita con una brutta voglia di rimproverare mamm e d'irritarmi con Nicola.
Due giorni fa, andai (perch sentivo un forte peso nel cuore), a confessarmi in una piccola chiesa, buia e deserta. Da parecchio tempo io non andavo a confessarmi; da quando abbiamo lasciato la nostra casa e il grande giardino, non ho potuto pi avvicinarmi ad un prete senza sentirne una profonda molestia.
Ah! io non so precisamente perch sono andata a confessarmi quando nutro un'avversione verso i ministri di Dio, pensando che alla fine sono proprio ignoranti e amanti come gli altri uomini delle cose del mondo.
Io non amo le chiese imponenti. Le ammiro, e rifletto che alcune di esse sono delle opere d'arte; ma non le amo. Gli ori, i marmi, le cripte, i ricami, gli incensi mi distraggono, mi fanno pensare ad una giustizia superba e severa, ad un Dio austero, orgoglioso ed implacabile. Le chiese piccole, spoglie, misere, profumate di fiori freschi e vivaci, mi piacciono. Rachele dice che su questo punto, manco assolutamente di gusto.
Un prete vecchio, tanto vecchio e tremante, che riusc solo dopo tre tentativi a farsi per intero la croce, venne per confessarmi.
Quel vecchio cos bianco e cos livido, mi port subito ad una tetra malinconia. Mi accorsi, mentre stavo inginocchiata, confessando, senza provarne vergogna, che ero tormentata dalla fame e che non vedevo nessuna possibilit di scansarla, di avere gli occhi pieni di lacrime.
Egli s'impazient e disse con voce blesa: Voi vi ribellate? Cosa ne concludete? Sono prove a cui dovete sottoporvi... Dio  immenso...!
Ebbi un istante di collera: E voi, avete avuto mai fame, veramente fame?
Egli curv il viso tutto glabro, tutto emaciato e rimase silenzioso e grave. Poi, quando ho soggiunto che non so condannare i ladri, perch le loro colpe sono quasi sempre il portato di una livida miseria, egli  rimasto interdetto e inorridito.
Disse, scuotendo il capo e con visibile disgusto: Siete eretica, figliuola mia... ed io non posso darvi l'assoluzione.
Mi sono allontanata dalla piccola chiesa con passo leggero leggero e tuttavia con quel forte peso chiuso nel cuore.
Per tutta la sera sono rimasta triste, sentendomi tremare tutta sotto la voce di Rachele e di Elisabetta; ho finito col battere, piena d'angoscia, Paolo, che si  messo ad urlare disperatamente.
3 Dicembre.
Lo zio Nicola  arrivato improvvisamente col suo sorriso ebete sulle grosse labbra. I ragazzi lo hanno accolto timidamente. Solo Nicola gli ha detto con insolenza: Perch mai sei venuto, zio Nicola?
Egli ha crollato le spalle, sbottonandosi il soprabito vecchio e unto: Nicola corri subito a comprare quattro chili di pane... ho portato dello zucchero e del caff, tu Cate, ne farai di quello forte, evvero caruccia... senti, sei malata; e sospir; poi and difilato in cucina e, mentre mamm accendeva, tutta sorridente il fuoco, egli incominci a lavare della carne che aveva portato con s, e a tagliare delle cipolle, con un aspetto grave e silenzioso.
Ho sospirato nervosamente. Prenderei sempre delle tazze di caff nero; preferisco al pezzettino scuro di pane che mangiamo abitualmente, il caff che riesce a riscaldarmi e a sollevarmi il cuore. Sento che esso incomincia a battere con forza straordinaria nel petto e nello stesso tempo provo la voglia di ridere e di baciare qualcuno.
Lo zio Nicola  entrato in questo momento nella stanza. Mi succede di guardare fissamente lo zio Nicola e di provarne un forte disgusto. Ecco, non si pu fare a meno di pensare a cose opprimenti e penose, quando egli  tra noi.
Quest'uomo non ride mai; sembra in preda ad una preoccupazione estrema che affiora tetramente sulla sua faccia lunga, scura e fuggente. Egli in realt deve pensare pochissimo.  arrivato stamattina per prendersi la soddisfazione di vederci mangiare. Lo scopo principale della vita dello zio Nicola  quello di mangiare e di ubriacarsi. Le giornate di lui incominciano gi fin dalle prime ore con questa quasi terribile preoccupazione (ah! Signore...  anche la nostra...). L'affanno per dello zio Nicola  diverso: si scorge in lui la ricerca animale di un godimento fisico; il piacere quasi voluttuoso, di rimestolare, d'intrufolarsi in cucina fra le casseruole, con una pazienza stomachevole in un uomo come lui, alto, chiuso e brutale, con una lunga faccia indifferente. Pu darsi anche che sia egoista; ma  straordinariamente stupido. Tanto stupido che alle volte scoppio in una risata. Quando egli parla, n io n Rachele n Elisabetta ci guardiamo mai in viso: temiamo di ridere con sconvenienza e di provocare una scenata. Fa certi discorsi insulsi e schiaccianti, senza nesso alcuno, che bisogna per non ribattere, alzarsi e andar via o immergersi in una qualsiasi lettura per non udirlo.
Ha una mentalit stretta, eppure complessa. Per esempio, egli prova sempre un godimento a predire un temporale, un terremoto, una catastrofe; anzi, di queste predizioni funebri, si compiace a tal punto da descriverne, con sconnesse assurdit di frasi, i minimi particolari. Parla della morte con una calma cos larga (e sempre pensierosa), bevendo un bicchier di vino, indifferente.
Lo zio Nicola non ci ama affatto. Del resto egli non ama nessuno, ne sono cos certa, che provo un po' di piet per lui. M'accorgo che il suo sguardo diretto per esempio, sopra di noi,  lungo, cupo, sospettoso. M'accorgo che se egli si lasciasse trasportare sotto l'influsso del vino, ci ucciderebbe. Pure alle volte nemmeno ci odia.
Non so se questa volta sia venuto con l'intenzione di provocare una scenata. Elisabetta dice che egli  in procinto di farne qualcuna.
Verso le dieci egli mi ha chiamata in disparte e mi ha detto, cavando da una sudicia tasca del denaro: Caterina, i diamanti non erano di valore, mi hanno dato soltanto ottanta lire... non ho potuto ricavarne altro... eccole!
Presi il denaro con un'angustia profonda, Ah! zio Nicola, gli ho detto, io credevo di ricavarne molto di pi!
Egli corrug la fronte e mi guard accigliato. Credi Cate, che io abbia ritenuto qualche lira? Ecco, vedi... e vuot rapidamente col viso chino, le tasche polverose, estraendone del tabacco e dei mucchi di carte sudicie.
Ah! io non credo affatto... balbettai, provando una specie di angoscia, nel vedere lo zio Nicola in quell'atto umile e dimesso.
Poi mi sono diretta verso la madia; ma mentre abbrustolivo il pane non ho potuto trattenere i singhiozzi.
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Capitolo 3.
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La piccola Elisabetta teneva pure ella un diario nitido, vero specchio della sua anima pura.
Solo Rachele non prendeva mai la penna per trascrivere le proprie impressioni. Rachele Marasca, di carattere chiuso, breve e taciturno, viveva quel periodo di fame avendo alle volte rivolte improvvise che contenevano rimproveri per tutta la famiglia, e ribellioni impotenti. Essa non s'attaccava al principio delle cose, come sua sorella Caterina; e non bestemmiava mai Dio con logica ritratta da un troppo crudo ragionamento.
Il giornale di Elisabetta era tutto uno sboccio di dolci ed ingenue impressioni; di prime perplessit e di sconsolante tristezza, nella fame in cui essa cominciava a vivere. Vi si trovava, in alcuni punti, una specie di smarrimento infantile, e scorrevano dalla sua penna moltissimi "perch", che essa non riusciva a spiegarsi. Ma nonostante questo e l'ingenuit della piccola Elisabetta, nei pensieri che la fanciulla esponeva, vi era una base netta e precisa, non sempre stabile certamente; il ragionamento era posato, logico, evidentissimo, senza entusiasmi nocivi e ricerche profonde e deleterie, come accadeva in Caterina Marasca.
Le giovani odiavano la memoria di Massimo Marasca; egli non le aveva amate, non le aveva mai battute, ma neanche accarezzate e baciate, non aveva rivolto ad esse, nella fanciullezza, uno sguardo affettuoso che in rarissimi casi, cio quando si ubbriacava fino alla malinconia. Per il resto le sue ubbriachezze degeneravano sempre, in forme eccessivamente colleriche. Cos esse preferivano non parlar affatto di lui, molestate dal ricordo penoso della lunga veglia di una notte piena di angoscia e di confusione, e dalla visione del funerale spoglio senza corteggio e senza fiori, sotto una forte pioggia, di Massimo Marasca.
Per riflesso odiavano la figura torva e sudicia di Nicola Marasca.
Quando veniva tra loro per stare due o tre giorni, Rachele gli cedeva il suo letto, e quando egli andava via, ella provava una forte ripugnanza a coricarvisi sopra. Usciva e sbatteva fuori all'aria aperta, coperte e guanciali e cambiava i lenzuoli magari con altri pi sudici.
Nonostante che egli portasse con s, fiaschi di vino vecchio e spumante e li rimpinzasse di carne di porco e di pesce fresco, pure, i Marasca nel vederlo diventavano tristi e oppressi.
Nicola Marasca veniva, scrutava tutti, scrollando le spalle, angosciandosi profondamente per la fame che egli scorgeva dappertutto nella casa, minacciando Dio con gesti violenti e osceni, e rivolgendosi sempre verso la madre, con uno sguardo cattivo e severo: Siete stata voi, Alfonsia... a volere tutto ci... Ah! io sono contento... s, proprio contento Alfonsia... queste creature finiranno all'Ospedale... e rimaneva a contemplarla, tutto rosso, con due occhi luccicanti e malvagi.
Egli odiava la madre, e non sapeva nemmeno lui perch l'incolpasse della rovina e le dicesse delle parole cos dure e malvagie.
Ogni tanto Nicola Marasca pensava di stabilirsi nella casa, di portarsi fra i Marasca la sua amante, e di aiutare, dando da mangiare loro grandemente, quelle creature.
Ma poi egli se ne tornava bruscamente al suo paese, in seguito ad una scenata, non senza prima aver sputato nauseato per terra, e gridato molte parole da trivio a Caterina, a Rachele e alla piccola Elisabetta.
Dal diario di Elisabetta
2 Ottobre
Ho solo sedici anni, eppure mi pare di aver vissuto tanto, tanto. Mi vergogno di confessare che sono la figlia di un suicida. Mi ricordo nitidamente di mio padre. Egli era alto, severo, chiuso e non ci baci mai. Odiava mamm. Io quando ero piccina avevo paura di lui; col passare del tempo egli divenne insoffribile e odioso. Forse egli non possedeva una grande istruzione, sebbene noi lo vedessimo sempre con dei libri in mano e con la mente assorta, come se stesse per risolvere dei gravi problemi. Era per presuntuoso e volgare nel rivolgerci la parola. Odiava pure Caterina; non amava n me, n Rachele, ma non ce lo mostr mai troppo apertamente.
Egli sperper il denaro senza ritegno e fu di una generosit stupida con gli estranei; per quanto io prestassi una grande attenzione quando egli parlava, non riuscivo a capire mai i suoi discorsi; solo quando si metteva a gridare fuggivo in un cantuccio, e mi turavo gli orecchi per non udirlo.
Alle volte, pensando a lui come si  ucciso, a quella mattinata in cui si  ucciso (quel giorno pioveva assai forte) mi vengono le lacrime agli occhi, e il mio cuore si riempie di angoscia.
Ma basta che io ricordi il suo viso cupo, i suoi occhi cattivi, la sua voce rauca, minacciosa, quando ci alzavamo la notte in camicia, e correvamo ad abbracciare mamm, che, presa da una forte crisi, ci respingeva bruscamente, perch ricominci ad odiarlo.
1 Novembre
Oggi ha piovuto tutta la giornata. Abbiamo mangiato solo un pezzo di pane duro, di quello delle suore Pio X, di qualit proprio cattiva. Nicola  corso in cucina, ha aperto la madia, ed  tornato nella stanza grande, portando fra le mani, la bottiglia dell'acquavite, lasciataci ieri dallo zio Nicola.
Elisabetta... Rachele, prendete i bicchieri... mammina se ti gira la testa, bevi dell'acquavite, come fa lo zio Nicola... grid egli rivolto verso mamm che stava seduta, e agitando la bottiglia, scuoteva la testa con convinzione e rideva.
Abbiamo finito col vuotare tutti, bevendone un bicchiere colmo per uno, e diviso un bicchierino fra Paolo e Maria, la bottiglia dell'acquavite.
Solo mamm non ha voluto assaggiarne nemmeno una goccia, ed  rimasta nella sua attitudine triste, seduta presso il balcone, nella seconda stanza, per molto tempo. Subito incominci a girarmi la testa ed i miei occhi divennero lucidissimi.
Corsi a guardarmi nello specchio: avevo il nastro a sghimbescio nei capelli, le gote rosse, gli occhi brillanti e le palpebre un po' gonfie; ma mi sentivo forte e giovane, capace di ridere, di rincorrere Nicola e Maria, e di danzare per quasi un'ora.
Andai, piena d'entusiasmo, non sapendo perch mai provassi una tale felicit, a raggiungere Caterina nel balcone.
Caterina, gridai stringendo le mani, per non batterle di contentezza, non so che cosa ho... ma mi sento cos felice... non desidero nemmeno un piatto di pasta, n un pezzettino di pane bianco... Ho voglia di saltare e di cantare invece!
Caterina mi fiss, poi scosse la testa e si mise a guardare in fondo al vico, con grande attenzione. Anche Caterina aveva le guancie rosse; per era cupa e preoccupata.
Ciao Rachele, gridai verso Rachele che usciva anch'essa con le gote rosse e gli occhi brillanti.
Ciao, buon lavoro, Cheluccia!... url Nicola e si precipit per baciarla. Rachele corrug la fronte, si pass ripetutamente le mani sul viso e si ferm un attimo sulla soglia, per respirare. Poi sorrise. Ciao, disse, e usc in fretta.
A poco, a poco, col viso tuffato nell'aria fresca, respirai liberamente, mentre il peso che sentivo dentro di me, incominci ad alleggerirsi, lasciandomi un gran vuoto nel petto e rendendomi triste, debole, vacillante. Ad un tratto mi si oscur la vista e barcollai. Riaprii per subito gli occhi. Caterina mi sosteneva ed era chinata ansiosamente su di me, mentre Nicola mi fissava con un viso perplesso e spaventato.
Cosa  avvenuto Cate? mormorai come in un sogno, sentendo una forte nausea alla gola.
Niente... niente, l'acquavite... balbett essa, non devi berne mai pi Isa... e mi carezz i capelli. Nicola, soggiunse, non dire a mamm che Elisabetta  caduta...
 No, no, diss'egli con rapidit, non le dir nulla... ma perch Cate, Elisabetta  cos pallida?
Caterina non rispose.
Cate, mormorai, vado a mettermi nel letto... Provavo il bisogno di vomitare.
No, diss'ella con fermezza. Nicola, vai a prendere una sedia...
Nicola corse e port una sedia nel balcone; mi sedetti e rimasi per alcuni minuti con un senso di soffocamento, mentre un formicolo greve, mi scorreva per le vene e i miei polsi erano ghiacciati. Poco dopo mi sentii meglio. Respirai con avidit l'aria umida e passai pi volte, con lentezza, le mani tuttavia fredde e pesanti, fra i capelli scuri e folti di Nicola, che mi contemplava sorridendomi timidamente, come fa in alcuni momenti, quando  angosciato o spaventato. Di tanto in tanto egli mi domandava, con la fronte corrugata:  passato Elisabetta?
Facevo segno di s, con gli occhi pieni di lacrime, sentendomi rinvenire e riscaldare tutta. Caterina taceva. Guardava fuori nel balcone e scuoteva spesso la testa, sospirando.
 Cosa guardi Cate? le domand Nicola.
Caterina si volse con un viso cupo e agosciato: Penso, Elisabetta... che stranezze... ma intanto, un giorno potr diventare una mendicante come Antonia Verra...
Ella  cieca! grid Nicola, e tu vedi invece... e sorrise con incredulit.
Caterina scosse le spalle. Come sei stupido... Si volt di colpo e rimase a fissare con aria torva il vico. Ah! esclam dopo con violenza, noi diventeremo senza dubbio delle mendicanti come Antonia, e diremo al passante: Fateci la carit, Signore!... e scoppi a ridere forte, col suo riso addolorato e cattivo.
Nicola rimase pensoso. Ad un tratto proruppe: Io non mendicher mai... mai... Ruber ogni cosa, ecco! e batt le mani con aria trionfante.
Contemplai ansiosamente Caterina. Essa stava in piedi, coi riccioli biondi, gettati disordinatamente sulle spalle e sulle tempie, con gli occhi foschi, le gote rosse e la bocca contratta. Era snella, bianca, fine, col busto eretto, tutta fremente.
Pensai come mai Caterina potesse diventare un giorno, vecchia, curva, grinzosa e con le tempie e le mani sudicie, simile ad Antonia Verra, e potesse dire con la stessa voce timida e supplichevole: Fatemi la carit, signore! e come mai il piccolo Nicola, che carezzavo adesso con dolcezza, potesse diventare un uomo alto e grosso, con la maschera nera sul viso e un lungo coltello fra le mani, come ho pensato che debbano essere tutti i ladri. Socchiusi gli occhi, fingendo di dormire, ma rimasi con queste idee tristi e perplesse nell'anima, per il resto del pomeriggio, sentendo il bisogno di trascrivere, nel mio quaderno, ci che  accaduto oggi.
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Capitolo 4.
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Dopo aver deciso di recarsi dal munifico Direttore Gardi, Caterina scrisse improvvisamente a suo zio.
La lettera a Nicola Marasca l'aveva spedita la sera stessa, dopo averla letta a tutta la famiglia e spiegata brano, per brano alla madre, e dopo aver sottolineate alcune righe importantissime fra cui, siamo in procinto di morire di fame, e, ti aspettiamo di giorno in giorno, Paolo per la debolezza ieri vomit due volte.
Mentre Caterina si vestiva, allacciandosi le scarpe, seduta preoccupatissima sulla sponda del letto, pensava che Nicola Marasca forse non avrebbe risposto alla sua lettera, oppure pi precisamente, egli sarebbe venuto a trovarli, come altre volte, facendoli mangiare a saziet per una settimana o due.
Venne colta da una profonda perplessit insieme ad una grande tristezza, e fu uscendo fuori, nell'incerta giornata invernale, che il suo accoramento si dirad.
Caterina camminava lentamente, con un passo molle che dava al suo corpo sottile ma ben formato, un procace ondulamento. Ella procedeva a testa china e ogni tanto sospirava sotto l'intensit dei pensieri contrastanti, e corrugava le ciglia dandosi, senza saperlo, un'espressione torva e quasi crudele.
Molti uomini passando guardavano Caterina. Essa rispondeva a quegli sguardi con degli accoramenti improvvisi e con un principio di grande eccitazione; Caterina, di naturale ardente ed essendo poi fortemente sensuale, avrebbe sofferto senza dubbio, per la vita che menava, senza sole e senza amore, in quella sua violenta ma magnifica giovinezza, se non fosse stata continuamente oppressa dalla fame e trascinata come tutti i miserabili, nella lotta per la vita. Eppoi ella circolando in mezzo agli uomini, incominciava ad apprendere quanto essi fossero triviali, fatui, e alle volte proprio grossolani e idioti. Fissava perci gli uomini con orgoglio smisurato, con una sfrontatezza cupa. Pareva volesse uscirle dalla bocca un insulto, mentre nei suoi sensi e nel suo cuore gravava una tale pienezza da renderla infelice e sola nella folla; ed ella faceva terribili sforzi per non singhiozzare. Vedeva il vuoto, il fastidio, l'aridit dappertutto.
Caterina non si soffermava vicino a nessuna bottega; passava distratta, inquietissima. Ad un tratto ella pens che era meglio camminare per una via stretta, piena di confusione, magari sudicia, piuttosto che per quella via larga, con degli alberi spogli e tristi dall'uno e dall'altro lato e con tutti quei passanti eleganti, che la fissavano sfrontatamente.
Un individuo la seguiva da due minuti; un uomo alto, magro, con gli occhi sporgenti bellissimi in un viso giovane ma pieno di rughe sottili, con due guancie piatte e giallognole e una bocca rossa e sgraziata. Era vestito come pu esserlo uno studente povero, e portava con infinita precauzione, un libro dalla copertina gialla, sotto il braccio sinistro.
Caterina s'irrit e cerc di camminare pi in fretta. Ad ogni svolta vedeva l'uomo che la seguiva, regolando l'andatura sui suoi passi, sempre con l'identica aria timida e spaurita negli occhi nerissimi, e la medesima attenzione nel portare sotto l'ascella sinistra, il libro giallo ancora intonso. Ella ne prov una pena acuta: i pensieri preoccupanti la ripresero. Incominci subito a riflettere alla loro situazione e fece il conto da quante ore lei e i suoi non mangiavano un piatto caldo. Ottenuto un risultato preciso di ventisei ore ella si accor e fu presa da una forte piet per se stessa e per i piccini.
Anzi pens che Maria era anemica e solo quando aveva due o tre anni era stata graziosa quasi quanto Rachele. Poi Paolo doveva essere linfatico, e questo si vedeva benissimo dalle glandolette che aveva sotto il collo e vicino alla nuca, e pure un po' sciocco, mentre Nicola era intelligente e forte... per egli era cattivo e faceva piangere continuamente mamm. Qui Caterina si sent irata contro Nicola e una piet ancora pi forte l'invase per la madre. Corrug la fronte passando ad un'altra idea preoccupante.
Vediamo se mi riceveranno, la lettera  pervenuta con certezza a Gardi... tutto per dipende dall'effetto della lettera.
Rialz gli occhi e s'accorse che l'individuo la seguiva tuttavia e s'era messo perfino a sorriderle. Si sent addirittura nauseata e affrett il passo prendendo una via larga, ancora affollata, sfiorando molti uomini e specialmente gruppi di lavoratori che le sussurrarono delle cose sguaiate. Solo quando imbocc una via bassa e popolare, rallent il passo. Vi si trovavano col innumerevoli venditori intenti a litigare, sugli usci dei bassi, con le donne sciatte, scarmigliate e gesticolanti.
Nella confusione Caterina Marasca si distrasse. Dopo, all'improvviso, si ramment che ella ingiustamente, quella mattina aveva spinto con brutalit Nicola contro una sedia e l'aveva battuto, perch si sentiva eccitatissima al pensiero di doversi presentare davanti a Sua Signoria Gardi, come dicevano tutti.
Nicola se l'era presa con la sorellina strappandole una manata di capelli e sputandole nel caff, provocando delle grida terribili da parte di Maria.
Caterina sorrise dolcemente sola, sola, col cuore pieno di tenerezza per Nicola e la piccina. L'individuo dal libro giallo aveva smesso di seguirla. Ella si rallegr, divenne calma e si mise a camminare svelta, facendosi urtare pi volte dalle persone che le passavano accanto. Senza sentire pi quel noioso battito del cuore e quel vuoto nel petto che le strozzava perfino la parola, ella giunse rapidamente dinnanzi al palazzo Gardi.
Sal con lentezza la gradinata, fermandosi nell'ampia anticamera a guardare, perplessa, un po' titubante, i due uscieri che passeggiavano, dignitosamente sullo scalone.
Vossignoria chi cerca? disse uno di essi, grande di statura, biondo, con le basette all'auriga.
Caterina sollev gli occhi e trov subito odioso quell'uomo. Domand con voce tremante: Sua Signoria riceve?
Il giovane ebbe un sorriso galante, Eh! gi... Sua Eccellenza riceve oggi... Temo per che Vossignoria non possa riuscire oggi!
Caterina scosse le spalle con impazienza e s'inoltr preceduta dal giovane.
L'aria per i corridoi era abbastanza tiepida. Nella sala dove entr Caterina il sole moriva totalmente e il cielo, dai grandi finestroni, appariva biancastro e malinconico; vi era una penombra di pomeriggio avanzato, sebbene fossero le undici di mattina.
Un uomo magro, trasandato, col cappello floscio rialzato sui capelli ricci e neri, leggeva in un angolo del divano di destra e non alz nemmeno la testa, sentendo rumori di passi. Un monaco voluminoso, con due grandi occhi azzurri, con una barba grigia e ben pettinata, sotto una bocca florida, stava seduto sulla poltrona di fronte, con le mani bianche e grassoccie incrociate sul ventre. Egli spalanc quegli occhi azzurri sul viso di Caterina e rimase un attimo a considerarla attentamente.
Vossignoria si accomodi... prima vi sono i signori, disse l'usciere, e indic deferentemente il monaco con un inchino del capo e poscia, con un'occhiata negligente, l'uomo assorto nella lettura, verr dopo, il turno di Vossignoria...
Caterina fece un distratto cenno del capo e and a sedersi nel vano di una finestra. Si sentiva tutta rincuorata; faceva conto di attendere pazientemente un'ora almeno; anzi quell'attesa le riusciva in certo qual modo gradita, perch le permetteva di riprender fiato, di farsi coraggio e di preparare il discorso che avrebbe dovuto tenere al signor Gardi. Fissando il monaco essa trov che egli era sano e felice: lo dimostravano le spalle spesse di grasso sotto il saio e, principalmente, quei suoi occhi azzurri di cherubino.
Caterina di tanto in tanto si volgeva verso l'uomo dal cappello floscio che leggeva; scoperse cos che aveva la scarpa sinistra bucata e ci le mise una ombra d'irritazione nei pensieri.
In quel momento un usciere basso, tarchiato, con una testa da seppia, entr e disse inchinandosi, tutto affannato: Reverendo... Reverendo...
Il monaco troneggi un istante sulla sua sedia, spalanc quei suoi grandi occhi azzurri e disse con dolcezza: Il mio turno?
Sissignore, Reverendo... Sissignore... e l'usciere continuava a fare inchini con la fronte schiacciata, mentre le gote di un colorito roseo, mettevano una nota di vivacit sul suo abito nero.
Il monaco si alz. Egli era talmente alto e grasso, cos imponente e magnifico e fece i pochi passi con tanta bonomia come, ecco, se il corridoio conducesse al refettorio, che Caterina rimase immobile, infiacchita, a contemplarlo e le parve che qualche cosa di gaio e di confortevole sparisse insieme al frusco della veste color caff torbido, del monaco.
Di nuovo ella cadde nei pensieri opprimenti. Il silenzio era cos penoso e glaciale in quella sala, che Caterina fu percossa dal desiderio di gettare un gran grido e strinse le labbra come per reprimere dei singhiozzi, con gli occhi lucenti e le guancie leggermente arrossate.
Ella era in preda a quel certo senso di esaltazione che colpisce negli abbattimenti le creature molto irritabili. A metterla in quello stato contribuiva in gran parte, la debolezza e il digiuno di parecchie ore. L'uomo che leggeva alz la testa. Aveva un viso giallo e due occhi scuri e obliqui, con una bocca sottile e maligna. Guard Caterina e pieg poi, il giornale.
Ella si alz eccitatissima, con le mani tremanti. Incominci a passeggiare per la sala fino a riscaldarsi i piedi. Passando vicino all'uomo pallido, dalla scarpa bucata, prov una grande pena e torn a risedersi, attirando definitivamente l'attenzione di questi; egli prese subito a battere, in tempo di musica, la scarpa bucata ed incominci a contemplare con grande interesse Caterina.
Caterina socchiuse gli occhi, piena di stanchezza e l'uomo, dopo averla guardata a lungo, rimase immobile, infiacchito sulla poltrona; si calc il cappello floscio sulla testa, tanto da nascondere interamente gli occhi.
Il campanello trill. L'usciere rientr di corsa e fece un semplice cenno molto dignitosamente, all'uomo dalla scarpa bucata. Egli si alz con un movimento rapido, ergendosi sull'alta e magra persona. Nel passare accanto a Caterina le gett uno sguardo carico e curioso. Caterina divenne triste ed inquieta. Pensava a ci che le avrebbe detto Gardi e rifletteva, racconsolandosi tutta, che certamente egli avrebbe capito la situazione... altrimenti come si risolverebbero le questioni umane? Tentava di preparare le parole. Non riusciva perch era troppo nervosa s'annichiliva sgualcendo i guanti fra le mani. Si abbandon sulla poltrona con angustia, amareggiandosi nel cercar bene la ragione di quell'angoscia.
Trov che aveva avuto principio mentre contemplava la scarpa bucata di quell'uomo, e rimase abbattuta.
La porta si spalanc: cinque signori entrarono nella sala, parlando forte, con portamenti imponenti. L'usciere dalla testa di seppia si precipit, spar sotto la confusione dei cappotti che quei signori gli gettarono fra le braccia.
Caterina afferr con lo sguardo perplesso due cilindri, un abito nero con molte decorazioni, tre catene d'oro bianco e sottilissimo sui panciotti, sotto cui la cintura elastica comprimeva il ventre; tre, quattro... cinque anelli di brillanti. Si vide piccola, assordata dalle voci calorose e profonde, tutta grigia, sbiadita, di un sol colore sul divanetto verde. Ebbe una sensazione penosa: si sent per la prima volta una cosa innocua ed insignificante. Voleva alzarsi e andarsene, ma provava un'inerzia pesante e temeva di cadere sul tappeto, se si fosse alzata, dinnanzi a quegli uomini. Facendo quest'ultima supposizione le sue guancie si colorirono per l'emozione; dopo Caterina impallid violentemente.
I signori che non s'erano nemmeno seduti, discorrevano animatamente tra loro. Uno di essi, alto, vestito elegantemente di grigio ferro, stempiato, con due occhi chiari e freddi e una bocca sensuale, fiss con compiacenza Caterina Marasca; fatto un minuzioso esame sulla giovane sorrise e si chin, sempre sorridendo, verso il signore basso che gli stava accanto, sussurrandogli qualche cosa all'orecchio. L'altro fiss con attenzione Caterina ed entrambi risero molto forte.
Un suono prolungato squill. L'usciere rosso, affannato faceva ripetuti inchini alle Signorie Vostre...
Vi fu un piccolo trambusto e tutti si misero a cercare delle carte nei portafogli. Poi, parlando forte e ridendo pure forte, uscirono dalla stanza per recarsi dal signor Gardi.
L'aria intanto era divenuta buia. Caterina rialz il viso ed incominci a contare i minuti con impazienza febbrile.
L'usciere rientr e si mise a riordinare le sedie con sollecitudine. Accorgendosi della giovane che stava immobile ed aveva il viso pallido e gli occhi cerchiati, e ricordandosi d'averla vista l dalla mattina, la guard con curiosit: Tentenn il capo: Oggi  inutile, avete visto coi vostri occhi, la Commissione  entrata adesso da Sua Eccellenza, e non ne uscir prima dell'una!...
Caterina lo fiss eccitata: Non  avvenuto mai che la Commissione uscisse prima dell'una? domand con gli occhi luccicanti, con un tono di voce imperioso, un po' rauco.
L'usciere la guard sorpreso: Eh! s... qualche volta s...
Allora? disse Caterina e gli sorrise con un respiro di contentezza.
Egli rimase impressionato; subito prov il bisogno di sedersi e di dirle qualche cosa di gaio e di confidenziale. Le sorrise direttamente, occupando un posto vicino a lei. Avete freddo? le domand con aria di protezione, scommetto che gelate! fece dopo un istante, pensieroso. Posso offrirvi un caff se accettate... aggiunse con una certa ansia.
Caterina lo guard con oppressione; strinse le mani nervosamente e si alz di colpo. Incominci a passeggiare, a passi affrettati per la sala senza guardare l'uomo dalla testa di seppia che era rimasto tutto mortificato e s'era messo a soffiarsi rumorosamente il naso.
Caterina continu a passeggiare piena di freddo e accigliata per la sala, finch suonarono nuovamente ed ella respir con liberazione.
Ma l'usciere rientrando dalla porta opposta, disse gravemente, con una discreta soddisfazione nella voce:  inutile... la Commissione si  sciolta, Sua Eccellenza  salita per il pranzo... io vi avevo avvertita, termin con voce dolce.
Caterina rimase un attimo a capo chino, dopo rialz il viso e respir sollevata. Nel corridoio si trov in mezzo alla Commissione che usciva; il signore vestito di grigio ferro, nella semioscurit le pos addosso uno sguardo lungo e cupo e fece in modo di pestarle, negligentemente, un piede. Caterina sussult e chin la testa piena di confusione.
Nella via Caterina cammin con passo svelto, quasi gaiamente, assaporando l'aria gelida con delizia. A met strada la colse un'acqua grigia, fitta e compatta che l'infradici in un momento. Caterina si mise a correre, guardando curiosamente, con gli occhi brillanti, i rivoletti color di cielo che dalle tese del suo cappello, finivano sui lunghi cigli, sul suo naso, fino sul collo. Quando si trov nel suo vico, pioveva appena.
Ella entr tutta di corsa nel portoncino, inzaccher i marmi, e batt con forza alla porta. Rachele tutta spettinata, con gli occhi brillanti, tenendo per mano Maria venne ad aprirle. Oh! Cate, come ti sei bagnata! esclam con violenza, poi spinse Maria da parte ed entr irritata nell'altra stanza. Che vita! Che vita, Signore! grid.
Cate si  bagnata, url Maria entusiasmata per questa constatazione, e and a gettarsi sul tappeto di traliccio, dove Paolo e Nicola si rotolavano ridendo.
Caterina s'inoltr con le guancie in fiamme: Non mi hanno ricevuta, disse bruscamente, e gett i suoi indumenti sulle prime sedie e il cappello sopra un tavolinetto zoppo su cui vi era la scatola della cipria, un pettine sporco, con due denti rotti, e il berretto azzurro di Rachele.
Caterina, balbett accorrendo la madre, Cate, cara, sei tutta bagnata... Cate mia! mormor ancora, dirigendosi verso la cucina con lacrime di tenerezza nella voce. Si sofferm presso la porta e si volt verso Caterina. Appoggi le mani alle tempie grigie e rimase un istante a guardare dritto dinnanzi a s. Ah maledizione ai signori, Cate! Maledizione! proruppe dopo a voce alta.
Rachele si affacci sulla porta, in sottana, col pettine fra le mani. Che c'? domand irritata.
Nel vedere la madre in quell'attitudine accorata, arross e stette per andare in collera. Dimentic che essa aveva approvato il progetto di Caterina. Che sei andata a fare da Gardi? si mise a ridere, Oh! Cate, sei intelligente tu? volse le spalle bruscamente alla madre e alla sorella e rientr nella stanza grande.
Caterina la segu in silenzio, con la fisonomia spianata. Aveva le guancie molto rosse e respirava forte.
Cate, disse Rachele voltandosi. Corrug la bella fronte e non aggiunse nulla.
Caterina sollev le spalle con noncuranza e prese a torcere con le mani i suoi capelli biondi, strizzandone l'acqua che cadeva a grandi goccie sul pavimento; poi rimase in piedi, con le spalle appoggiate al letto matrimoniale, silenziosa, quasi indifferente.
La piccola Elisabetta le and vicino con aria costernata: Non mangi Cate? come sei rossa in viso... ti abbiamo lasciato in cucina il piatto...
Caterina con le gambe fiacche, si mosse svogliatamente. Nella cucina la madre stirava delle camicie di Nicola. Sul tavolo di mezzo, ingombro di stoviglie sporche, di bicchieri met svuotati dai ragazzi, che davano bevute come morsi, lasciando gli orli appannati di miche e di saliva, vi era il piatto di Caterina con delle sardine piatte, senza lische, che nuotavano nell'olio, appena appena rosee. Caterina fece una smorfia di disgusto. Non ho fame... che schifo! mormor. Prese con un gesto fiacco, un pezzo di pane scuro e contempl con aria di provocazione sua madre. Se ella le parlava di Dio adesso, lei si sarebbe sfogata per sciogliere quel greve laccio che le soffocava il cuore.
La madre sollev la testa, Cate sai... i ragazzi hanno voluto il vino... Io dicevo: "compriamo invece il pane domani"; Rachele ha ribattuto, sai com'... Se  solo per diciotto soldi di pane domani, compriamo il vino oggi... cos Cate... e s'intimidiva arrossendo, essi hanno voluto il vino, prendi il bicchiere, nella madia vi  la bottiglia... ti far bene con certezza dopo quell'acqua che hai ricevuta sulle spalle...
Caterina si curv, aperse la madia e prese la bottiglia; si guard in giro, vide tutti i bicchieri sporchi, e, con un gesto volgare, stringendosi nelle spalle, bevve gi a garganella, nella bottiglia, come un uomo. Rimise a posto la bottiglia e si eresse colorita in viso. Sorrise alla madre. Mamm che fa?  buono il vino... La madre sorrise pensierosa.
Caterina con una leggera ebbrezza che le saliva dalle visceri e le riempiva il vuoto, proprio l, vicino al cuore, si sent un'altra. Tenendo il pane fra le mani, con le gambe spezzate, rientr nella camera di fondo, dove Rachele ancora in sottanina rosa, con le spalle nude, appoggiata alla spalliera del letto, si metteva le calze di seta artificiale.
Si abbandon sulla sedia ed incominci a sbocconcellare il pane. Le guancie le bruciavano come se avesse la febbre: con gli occhi socchiusi guardava Rachele vestirsi. Appoggi la nuca sulla spalliera della sedia con beatitudine, per osservare meglio Rachele.
Rachele si agganciava il nastro azzurro sfilacciato della sua camicia di batista, cos trasparente, che le punte rosse e sode dei suoi seni parevano nude. Ritta innanzi allo specchio incominci a passarsi con molta lentezza della cipria cattiva, senza profumo, sul collo. Essa si contemplava con visibile soddisfazione. Rovesciava le braccia bianche, di una perfezione di statua greca, dietro la nuca, per acconciarsi i capelli neri, crespi, naturalmente ondulati; aveva un neo delizioso nel bel mezzo delle spalle, che colpivano subito per la bellezza del disegno morbido e voluttuoso, e Caterina fissava quel neo, sbocconcellando il suo pane, con tenerezza.
Un raggio di sole venne a battere improvvisamente nella stanza.
Nicola entr correndo a quattro zampe, nitrendo forte, battendo a precipizio tutti gli angoli, con un chiasso assordante. Venne a passare tra le gambe di Caterina, con tale impeto, che per poco non la gett dalla sedia. Cate, url, io sono il cavallo selvaggio... adesso manger Paolo e Maria... li manger perch ho fame, e agit i suoi lunghi capelli ridendo fino ad affannarsi, poi, perch essi sono sciocchi e cattivi... Non credi Caterina?... e si rimise gi, a quattro zampe, percorrendo vertiginosamente la stanza.
Caterina sorrise, senza avere la forza di alzare una mano. Era dolcissimo, quello stato! Sentiva di volere un gran bene a Rachele. Il sole la riemp di allegria. Socchiuse gli occhi; aveva finito il pane, e con le mani in sudore, abbandonate sul grembo, col corpo racchiuso in un delizioso abbandono, non pensava a niente.
Rachele fin di vestirsi e si chin a baciare Maria che si rotolava ancora sul tappeto di traliccio. Ciao mamm! grid e usc con volto cupo, senza guardare nessuno.
Elisabetta entr con un bicchiere fra le mani, tutta intenta a ripulirlo con acqua e sapone: Paolo, grid, lascia Maria... lasciala ti dico... e si precipit verso Maria che piangeva.
 stupida...  stupida Maria... e Paolo scoppi al solito a piangere pestando i piedi a terra per la collera. Ha mangiato il mio pane. Cate, Cate non ho fatto bene a batterla?
Caterina sorrise ed apr gli occhi con indolenza.
Elisabetta, tutto non  poi finito perch non mi hanno ricevuta oggi! La colpa non  di nessuno... domani, s, domani... ci andr... Rovesci la testa dagli aspri capelli biondi, Come sono contenta di vivere Isuccia!...
Elisabetta si turb tutta, ma non fece opposizioni: continu a strofinare il bicchiere e di tanto in tanto fissava con sgomento Caterina.
Caterina si alz e le gambe le si piegarono; per ella sorrise e and a mettersi di fronte allo specchio. Si aggiust i capelli tirandoseli dalla fronte, molto indietro e si pass il piumino della cipria per rinfrescarsi le gote.
Cos ritta, sent che le sue vene si facevano molto calde e un forte torpore l'invadeva.
Elisabetta sempre pensierosa, rientr in cucina. Caterina ud distintamente che ella rideva con Nicola e gli diceva fingendosi arrabbiata: Nicola non toccare la bottiglia del vino se no, io non giocher con te ai birilli.
Caterina sorrise di nuovo, spalanc il balcone, tuff nel tiepido raggio di sole il suo volto rovente e respir a lungo. Intanto il torpore si faceva sempre pi intenso, si stendeva per tutto il suo esile corpo e brividi fitti l'assalivano alle reni, su per la schiena, vicino ai seni erti e caldi, proprio sotto il cuore. Non resistette e cos vestita and a gettarsi sul letto matrimoniale.
Sul principio anneg lo sguardo nella spera di pulviscolo dorato che batteva sul guanciale; poi su una larga stracciatura prendente una strana figura di anfibio, dopo, stanca di quel sole, con le pupille abbacinate, distolse lo sguardo e lo ferm sulla parete accanto; distinse chiaramente una cimice che saliva quatta quatta lungo il margine di un narciso scolorito, e le venne la tentazione di togliersi la scarpa e di schiacciarla. Ma senza forza e come inebetita, si volse dall'altro lato.
Fu infine, contemplando la sudiceria di due larghe macchie di vino, sulla sua veste azzurra, che si addorment.
Dal signor Gardi, Caterina Marasca si rec altre tre volte; ma solo la terza Sua Signoria si degn di ammetterla alla sua presenza.
Entrando nella stanza di ricevimento ella era intimidita e si sentiva cos turbata che avrebbe desiderato sedersi subito per ricomporsi.
Per siccome non le fu accennato affatto di sedersi, stette in piedi, dinnanzi al tavolo di Sua Signoria e, senza nemmeno accorgersene, appoggi fortemente le mani sulla scrivania. Cosa questa che stup al massimo il signor Gardi.
Caterina era molto pallida e balbettava. Fece due inchini consecutivi e disse per ben due volte, Signore... Signore... senza aggiungere altre parole.
Sua Signoria la guardava molto incuriosito. Si tolse dal naso le lenti d'oro; li gir con lentezza fra le mani e non lasci un minuto con gli occhi Caterina.
Caterina soffocava fissando le lenti che roteavano un po' a destra, un po' a sinistra fra le dita di Sua Signoria. Divenne molto rossa.
Signore... balbett e fece un altro inchino un po' timido. Avrebbe serbato gratitudine eterna al signor Gardi se le avesse permesso di sedersi. Invece egli ebbe un istante di lucidit: Avete mandato qui una lettera? domand.
Caterina trem di contentezza. S, signore... due settimane fa... Ah!... mio Dio... moriamo di fame... si color in viso e non pot continuare.
Il signor Gardi rimase indignato. L'espressione altera che notava negli occhi di Caterina Marasca gli era eccessivamente antipatica. Siete della citt voi? chiese severamente.
No, rispose la fanciulla senza aggiungere altro. Le sue idee incominciavano a confondersi. L'interrogatorio diventava penoso. Il signor Gardi fece un gesto di riprovazione.
La miseria rigurgita nella nostra citt... riceviamo ogni giorno migliaia di lettere che dicono n pi n meno quello che dice la vostra... ed  bene che sappiate che prima di tutto abbiamo il dovere di aiutare gli abitanti di qui...; ossia della stessa citt. Il comitato?  sempre la stessa cosa... Il male  questo, non bisogna mai lasciare il proprio paese, fabbricando dei gran sogni... E volevate, dunque un impiego? Ecco, ci  molto difficile... Tacque e fiss i suoi occhi neri e penetranti in quelli della fanciulla.
Caterina abbass le palpebre e rimase silenziosa.
Dite, non vi siete provata a cercare voi stessa? domand Sua Signoria con voce pi mite.
 inutile, disse Caterina con aria desolata. Ella sola, signore, potrebbe... me lo hanno detto, eh, s, potrebbe fare qualche cosa per noi...
Eh, eh, vedremo... ma ripeto che  molto difficile... non state a farvi dell'illusioni... in ogni modo ci occuperemo di ci che vi riguarda. Stette pensieroso un istante corrugando le ciglia con preoccupazione.
Avete dei piccini in casa? disse poi con rapidit.
S, mormor Caterina sollevata, vedendo che il signor Gardi si era animato e pareva che s'interessasse alla questione; tre, molto piccoli e languiscono...
Gi dappertutto cos, interruppe egli, questo, s'intende, aggrava la situazione.
Guard assai bene Caterina e con alterigia: Accettate un piccolo sussidio adesso? domand in tono reciso.
La fanciulla divenne rossa, si confuse orribilmente e balbett.
Egli s'indign di nuovo: Eh!... via,... provvederemo a mandarvelo fino a casa... naturalmente in massima segretezza, perch ci potrebbe produrre delle agitazioni nella fila dei disoccupati... che sono, voi comprendete, in gran numero... intanto... e stese la mano per suonare un campanello, vedremo di occuparci... ma... e si rimise le lenti, la vostra  una situazione difficile da risolvere... e corrug i folti cigli, quasi con collera.
Caterina comprese che Sua Signoria la licenziava. Le frasi si accozzavano molto confusamente nel suo cervello e si frantumavano in un atono sbalordimento prima di fluire e vivere sulla sua bocca.
Fece un inchino appena appena pronunziato e volse le spalle al signor Gardi con tale nervosit, che questi ne rimase scosso. Anzi quando fu uscita, egli si volse vivamente e prese da una cartella, alla sua sinistra, un voluminoso incartamento che stese per intero sulla scrivania; ma ci non gli imped di pensare che quella giovane aveva un portamento idiota insieme ad un'aria inquietante, ed era, tutto sommato, una figura singolare e odiosa.
Per distrarsi accese un sigaro Minghetti ed incominci a fumare nervosamente.
Maledizione, sempre alle solite... seccature, seccature... borbott e riprese il filo dei suoi pensieri intimi, con chiarezza e sollecitudine.
Fu in quel periodo che Nicola Marasca, preso da una forte compassione, in seguito ad una ubbriacatura nella pi bella osteria del suo paese, sostenuto da un complesso d'idee vaghe ed assurde (poich gli mancava l'essenza stessa del pensiero) e spinto inoltre da una grande larghezza di vedute, che gli infondevano una forte fiducia in se stesso e negli altri, decise di stabilirsi nella famiglia della buon'anima di suo fratello, Massimo Marasca.
Ma portare Virginia Larocchi nella casa dei Marasca, piena di figliuole giovani e innocenti come pie Carmelitane, era una cosa cos bislacca che dovette a tutta prima smorzare l'idea indecente in due tazze colme d'acquavite. Ci gli produsse un effetto straordinario. Avrebbe portato con s, nella casa dell'anima benedetta di Massimo, Virginia.
Per dare un atto definitivo al suo proponimento e sigillare in certo qual modo, una questione definita, suon per chiamare la serva. Intanto prese dal suo scrittoio di pura noce, una lettera che sporgeva dalla busta stracciata malamente, la spieg ed incominci a rileggerla con molta attenzione.
Povera anima! mormor rosso in viso, e una grossa lagrima gli rig la guancia lunga e scura. Pos la lettera e stette due minuti assorto profondamente. Dopo suon di nuovo. Una donna di statura regolare, brutta, con due occhi azzurri in cui regnava una stupenda espressione di idiozia, e una bocca grande e livida, semiaperta, che lasciava scorgere tutti i denti spezzati dalla clorosi, entr di furia nella stanza.
Che volete? domand in un grugnito, chinando la testa dai capelli aridi e biondastri, trattenuti sul sommo del capo con una funicella, mentre si spolverava con tutte e due le mani rosse e gonfie, sgocciolanti d'acqua, la camicetta di batista rosa.
Nicola Marasca la guard con tristezza: Virginia, noi andiamo a X. nella casa di mio fratello, buon'anima...
Virginia si scosse e sorrise; spolver ancora, con le dita grasse la camicetta e chin la testa su una spalla con una mossa leziosa. Era beata. Nicola Marasca si adir e guard severamente Virginia.
Mia nipote Caterina Marasca, mi ha scritto... muoiono di fame... e noi ci stabiliamo nella casa, puoi preparare ogni cosa... accatasta le provviste e tutte le bottiglie della fila destra... poi, tu, ecco... farai i servizi nella famiglia... essi sono buoni...
Virginia corrug la fronte. Era molto confusa. E come faccio a lavare le vostre camicie?... La biancheria  tutta sudicia... se mi date il tempo di andare al lavatoio la porteremo pulita...
Nicola Marasca si concentr in se stesso: Puoi lasciarla com'... la porteremo sudicia...
Virginia ebbe un moto d'irritazione: Partiamo subito? domand con grande preoccupazione.
Eh, s... stasera col diretto per X, rispose pensieroso e preoccupato Nicola Marasca.
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Capitolo 5.
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Non appena Nicola Marasca si stabil nella casa con la sua amante, la vita miglior in un certo senso, per i Marasca: essi videro momentaneamente allontanata la fame. Alfonsia De Marchi accolse suo cognato sorridendo, gli and incontro sulla porta con aria premurosa e gli domand pi volte come stesse in salute, seguitando a sorridere di felicit nel fissare i sacchi grigi di provviste che Virginia allineava nella stanza, affannata e rossa per lo sforzo. La madre guard timidamente Nicola Marasca coi suoi grandi occhi umidi e angosciati e respir forte stringendosi Paolo fra le braccia. Oh! Paolo... cuoricino mio! mormor infine con le guancie tutte rigate di lacrime, oppressa da un'intensa emozione e si curv e lo baci sulla fronte. Provava una voglia fino all'angoscia, di baciare tutti: Caterina, Rachele, Elisabetta, Maria, Nicola.
Elisabetta. Elisabetta... aiutami a mettere a posto ogni cosa, grid essa forte, con una inflessione di comando nella voce, ma piena di ansia, confusa nel vedere tanta roba per la casa; sentendosi felice appunto per quel disordine, nel vedere le stanze piene di carte unte e tutte quelle bottiglie di acquavite allineate sul pavimento.
Elisabetta si precipit canticchiando. Il viso della fanciulla, un po' grande, smagrito, con due cerchi bruni sotto gli occhi neri e grandi, si copr di rossore, come le accadeva spessissimo. Scoppi a ridere come le accadeva pure spesso quando succedeva un fatto straordinario e quando giuocava a rincorrersi coi bambini, per la casa. Seguit a ridere contemplando tutte le cose sparse sul tavolo e si pass le mani sul viso, confusa: Signore!... Come faremo a riordinare tutto ci, zio Nicola? Sorrise a Virginia che le stava accanto e pos la sua manina bianca sulla spalla di lei. Sono proprio contenta... sapete! mormor, e si mise a guardare la vasta tavola in gran parte occupata dal pane di forma schiacciata e rotonda, di quello bruno, paesano; inoltre vi erano cinque bottiglie di anisetta, dieci chili di salame avvolti in carta velina tutta bagnata di olio, due pacchi di zucchero, uno grosso di caff, le scarpe di Virginia tutte infangate, e Nicola in mezzo, inginocchiato, sorridente con gli occhi avidi e i cigli corrugati. Elisabetta, Elisabetta... grid egli e salt gi dal tavolo con le mani piene di zucchero. Com' dolce, Elisabetta! esclam felice. Maria, prendine un pezzo grosso... ed incominci a saltellare sotto gli occhi di Caterina e di Elisabetta.
Nicola Marasca con le mani immerse nello zucchero riaggiustava il pacco e guardava pensieroso i fanciulli sotto la tavola che mangiavano il pane rumorosamente, il tavolo colmo e tutta la roba sparsa sul pavimento.
Elisabetta si avvicin al tavolo e tocc ogni cosa con avidit; dopo spezz del pane e si mise a mangiare in silenzio, guardando di tanto in tanto Caterina che sorrideva e parlava con Nicola e con lo zio Nicola.
Mentre mangiava si sentiva gonfiare il cuore di contentezza e pensava perch mai essi fossero sempre tristi, aspri e cattivi, e perch mai, guardando quel tavolo ricolmo, il pavimento in disordine, il viso pensieroso di Nicola Marasca, gli occhi angosciati di mamm e tutto quel pane, i polsini sudici dello zio Nicola e persino le dita grasse di lui, essa dovesse sentirsi cos sollevata, cos gaia e dovesse pensare a ci che avrebbe fatto il giorno dopo.
La piccola Elisabetta mangiava tutta soddisfatta e ogni angolo della casa le appariva gaio e familiare.
La madre prepar nello stanzino un letto per Virginia, con un materasso tolto dal letto di Caterina e delle coperte sottratte dal letto matrimoniale. Poi si volse a guardare con timidezza Caterina che stava ferma con le spalle appoggiate alla finestra, intenta a fissare il pagliericcio pulito, sul pavimento.
Mamm, io non comprendo perch lo zio Nicola abbia portato con s Virginia, diss'ella senza guardare la madre, pensosamente.
La madre rimase in silenzio e si curv per accomodare i cuscini. Speriamo che rimanga pulito e che non debbano venire le cimici... disse preoccupata; si rialz e scosse la testa. Cate, non andare in collera, non metterti con questo viso... lascia in nome di Dio, che le cose vadano sempre cos. Che t'importa di Virginia? Essa  una serva... e la madre si avvicin a Caterina e le mise le mani sulle spalle con dolcezza. Nicola e Paolo chiedono del pane continuamente, Cate, disse animandosi, con la voce tremante, sono tanto contenta di vederli mangiare... lo zio Nicola non  cattivo; egli  corso a comprare per Maria una scatola di biscotti e del burro, dopo mi ha detto: Alfonsia, fate mangiare quell'animuccia del Signore...  cos magra e piccola che riesco appena a scorgerla ad occhio nudo. Eh! vieni qui moscerino... vieni, fammi vedere se hai le aluccie o no, ha gridato ridendo alla piccina. Maria  scappata piangendo nell'altra stanza... E la madre tacque e sorrise gravemente. Caterina rialz il viso e la guard preoccupata.
Mamm, credi che lo zio Nicola non vorr ubbriacarsi?... Egli incomincier a dire delle cose triviali... mormor con angustia, dopo si strinse nelle spalle e sorrise. Ah! mamm... Maria  precisamente un moscerino... senza ali per... senza aluccie, mamm, ripet con gaiezza e rise scuotendo la testa.
Elisabetta entr agitata e sorridente, seguita da Nicola. Entrambi avevano fra le mani delle patate fredde imburrate che mangiavano a pezzettini rompendole e portandole alla bocca con avidit. Cate, ho mangiato gi cinque patate... grid impetuosamente Nicola, e lo zio Nicola mi ha detto che dovr mangiarne almeno altre cinque stasera, in pi manger il fegato con le cipolle, gli aranci, i biscotti... e con la mano libera si gratt la testa pieno di una inquieta gioia animale, mettendosi poi, con rapidit ad una ad una, tutte le cinque dita nel naso.
Caterina sorrise e guard la piccola Elisabetta. Ah! Signore, proruppe la giovinetta, ripulendosi la bocca, con un gesto infantile, sul rovescio della manica, com' idiota Virginia... non comprende ci che le dico... ride sempre e guarda continuamente lo zio Nicola. Mi ha detto ridendo: Voi e vostra sorella Cate assomigliate a Berta, essa pure  molto magra.... sapete donna Elisabetta... ma qui Virginia strinse la bocca, inghiott la saliva, e scapp ridendo e battendosi il petto... non ti pare mamm che essa sia proprio stupida? Lo zio Nicola, soggiunse respirando sollevata, non si muove mai dalla cucina... un momento fa egli mi ha fissata con un'aria cattiva e ha detto crollando la testa: Maledizione alla fame!... Maledetto... ed ha bestemmiato, bisogna guarirti, Elisabetta... ho guarito due casi di clorosi nella fattoria del Brancato... una giovane sputava perfino sangue... Ah, s, si tratta di Maria, quella con le fossette sulle gote, te ne ricordi Caterina? Ora  ammalata!...  stata tanto tempo in casa dello zio Nicola, me l'ha detto Virginia...
Elisabetta tacque pensosa. Io non credo che Maria sia guarita... Cate, non ubbidir mai allo zio Nicola... corrug la fronte e neg recisamente due o tre volte col capo.
Elisabetta divenne improvvisamente triste al pensiero della terribile malattia di Maria, la contadinella dai capelli dorati e gli occhi grigi, con le fossette sulle gote fresche e le labbra sempre pallide che aveva tanto giocato con loro nel grande giardino e aveva dato sempre del tu a Caterina che era la pi grande e le aveva pure baciate. Pensando profondamente che quella stessa Maria sputava sangue ed era stata tanto tempo, non comprendeva perch, nella casa dello zio Nicola, Elisabetta rimase atterrita.
La madre guard il viso sconvolto di Elisabetta e gli occhi corrucciati di Caterina. Si sent turbata e le si strinse il cuore. Quando Rachele, Caterina, Elisabetta erano piccine, essa le aveva sempre accontentate, strette e cullate per delle ore per non sentirle piangere. Nel vederle piangere e gridare, la madre si perdeva d'animo; i pianti e le grida la irritavano e l'indebolivano maggiormente.
Essa curv il capo, umiliandosi col suo viso supplichevole dinnanzi alle fanciulle. Anche tu Elisabetta?... Dio... Dio... non incominciate a mettervi contro lo zio Nicola, non ditemi nulla... io non voglio saper nulla... Ah! voi mi fate morire!...
Nicola si precipit ridendo verso di lei. No, mammina, stai quieta... Io voglio un gran bene allo zio Nicola... e ammicc con gli occhi sempre ridendo, salt al collo della madre, la baci sulla fronte e le scompigli con le mani unte, i capelli.
Caterina rimase pensierosa. Nicola, lascia stare mamm, disse; prese per le spalle Nicola, lo tenne fermo fra le braccia e gli carezz le gote.
No, non inquietarti mamm... lo zio Nicola  pazzo... e fiss la madre corrucciandosi. Certo Elisabetta non pu ubbidirgli, egli non comprende nulla, nemmeno tu comprendi, mamm... e croll la testa vivacemente.
Il Signore ci castiga Caterina!... mormor affranta la madre.
Caterina arross ed incroci le braccia sul seno. Ah! non dirmi che il Signore ci castiga come ti ha raccontato il Padre, domenica scorsa... Credi che egli rappresenti il vero Dio, mamm? e sorrise con amarezza.
La madre taceva mentre i suoi occhi si riempivano di rancore. Egli rappresenta Dio, Caterina, disse con severit alterandosi in viso, e tu Cate, devi curvare il capo, devi inginocchiarti dinnanzi a lui... io te lo impongo... io sono responsabile, Caterina, soggiunse a voce alta e tremante. In quel momento il viso della madre era fermo e accigliato.
Caterina stette ritta, in atto di sfida, senza abbassare il capo una sola volta. Guarda le mie braccia mamm, guardale, non sono magre? Che ho fatto io? che hai fatto tu?... Guarda gli occhi di Elisabetta, mamm, solo Rachele  abbastanza forte... mamm come sei diventata... S'interruppe con la bocca tremante, mentre i suoi occhi scuri brillavano appassionatamente. Era molto agitata e non si accorgeva di umiliare e di addolorare profondamente la madre. No, non sono contenta che lo zio Nicola sia venuto... io credevo di poterlo essere... Ah! non posso soffrire questa vita! Non dirmi mamm che il Signore ci condanna a vivere con lo zio Nicola... sarebbe un Dio stupido e vigliacco... perch io odio lo zio Nicola ed egli pure ci odia, mi fa schifo con quegli occhi e con quel viso grasso... come ti guardava mamm... tacque di colpo, guard l'aria sbalordita di Nicola, il viso affilato e gli occhi pieni di collera di sua madre, e vide che essa stava per scoppiare in singhiozzi. Prov una specie di odio contro di lei, insieme ad un'angoscia profonda, accorata, e usc bruscamente dalla stanza.
Elisabetta corse verso la madre e le prese le mani. Mamm, mormor con aria supplichevole, non angustiarti... Cate  irritata, mamm, credimi, sono contenta, anche Rachele mi ha detto che si sentiva proprio contenta... me lo ha detto due volte prima di recarsi al lavoro... anche Nicola  contento, non  vero Nicola? Abbiamo tanto pane sul tavolo... non m'importa dello zio Nicola, affatto... mamm senti...
La madre abbass la testa, ascoltando la voce di Elisabetta, col cuore stretto, e sentiva che in quel momento ella non amava Caterina.
Ah! mormor con dolore.  un'empia!  perduta, Elisabetta...
Elisabetta si smarr. Caterina, la madre e la malattia di Maria in quell'istante l'opprimevano. S'accorse che tutti erano ancora come prima, e nessuno pensava, adesso che si erano saziati e non avevano fame momentaneamente, al pane accatastato nelle sporte e alle cose che ingombravano il pavimento della cucina. Essa provava solo la voglia di piangere. Caterina era proprio cattiva; Nicola, che rideva e s'era gettato sul letto intatto di Virginia per rotolarvisi sopra, doveva essere pure lui cattivo. Poi vi era quella Maria che aveva giuocato con lei, che adesso sputava sangue. Ricord all'improvviso che insieme a Maria, un giorno di gran sole, erano corse con le gonnelle rimboccate (essa aveva gettate le scarpe in un fossato, fra le erbe alte, se ne rammentava) e a piedi nudi, attraversarono un bel pezzo di campagna assolata, fino alla fattoria del Riccio per rubare un canarino giallo. Maria aveva aperto lo sportello della gabbia ridendo...
Mamm, mamm, esclam oppressa Elisabetta, singhiozzando, e si gett fra le braccia smagrite di Alfonsia De Marchi.
La madre sussult. Che hai? mormor inquieta, distratta dall'angoscia in cui l'aveva messa Caterina.
Caterina  cattiva, mamm! ed Elisabetta rialz il viso adolescente, pieno di accoramento, senza guardare la madre, con le spalle ancora scosse dai singhiozzi.
Dopo una settimana Nicola Marasca si ubbriac.
Nicola Marasca era un epicureo e lo diceva a tutti in modo aperto. Le sue rendite discrete gli permettevano la soddisfazione dei suoi appetiti, poich le sue esigenze si arrestavano semplicemente ai suoi stravizi: l'acquavite e la femmina. Oltre a ci Nicola amava il prossimo. Appunto per questo era venuto tra i figli di Massimo, conducendovi la sua amante; per far mangiare quelle creature. Il vestiario per lui non aveva importanza. Conservava da parecchi anni un cappotto unto e sgualcito e da circa otto anni il cappello grigio, diventato biancastro, che egli al momento del funerale di Massimo aveva cinto di una fascia nera, sovrapponendola a quella grigia. Aveva sempre i polsini e il colletto della camicia, sudici e sgualciti. Egli li mutava raramente, non perch non avesse altre camicie da indossare, ma perch era molto pigro per natura. Lasciava, prima di cambiarsi, due o tre giorni le camicie bianche e fragranti sulla sponda del suo letto e le contemplava, nel rivestirsi dei suoi abituali indumenti, tentennando il capo, consolandosi profondamente all'idea di possedere quelle camicie bianche e odorose di lavanda e di poterle indossare in uno dei giorni successivi.
Nicola Marasca al mattino si faceva la croce devotamente, si scopriva passando dinnanzi alle Chiese e alle Cappellette pubbliche e mandava a messa la sua amante. Anche quando egli si ubbriacava e bestemmiava con gli occhi lampeggianti, si scopriva religiosamente.
Rachele cedette il suo letto a Nicola Marasca e la prima sera in cui egli pernott nella casa, Rachele, infastidita, col cuore oppresso per la presenza dello zio Nicola, passeggi agitata per la stanza grande. Ogni tanto pensava rinfrancandosi. Domani mangeremo carne imbottita, pesce e arancie... si racconsolava e il sorriso appariva sulla sua bocca. Di l vi sono le arancie e potrei prenderne una e magari due!... Non dovremo strepitare domani, perch tutto  preparato; lo ha detto Virginia e l'ha ripetuto mamm... Signore! come abbiamo potuto digerire per tanto tempo la zuppa di orzo?... Ecco perch Caterina si  fatta tanto magra! Ah! ho il cuore grosso!... Rachele pass subito ad un'altra idea e si ferm agitata dinnanzi a Caterina. Cate, stanotte nel letto dormiremo come i Verra... l'ho saputo da Anna che i Verra non hanno letto... s'interruppe e scosse la testa con collera, poi numer affrettatamente con le dita: mamm  una... io... tu Cate... tre... Ah! dimenticavo Elisabetta... quattro Cate, saremo in quattro!... termin sconsolata, e certamente ogni notte sar cos, soggiunse, invece se tu avessi trovato del lavoro ogni cosa sarebbe andata benissimo... tacque e rimase pensosa.
Caterina l'ascoltava con aria distratta: fissava Paolo che giocava sul pavimento con dei soldatini di stagno. Certamente, disse dopo.
Rachele guard Caterina preoccupata. Senti, Cate, Nicola dice che hai fatto piangere mamm oggi... non parlarle pi di Dio... l'amareggi inutilmente. Credi che mamm ti ascolter mai? Non riuscirai a convincerla Cate... la fanciulla scosse la testa sfiduciata e sorrise dopo a Paolo che la guardava serio e accigliato. Che hai Paolo?
Il piccolo balz in piedi, con gli occhi spalancati. I Turchi! balbett scosso dai singhiozzi, Sono essi... tacque di colpo e fiss le sorelle, soffocato dal pianto.
Caterina si mut in viso: divenne pallida e i suoi occhi presero un'espressione cattiva e risoluta. Poi rapidamente si chin e prese Paolo fra le braccia. Suvvia i Turchi sono cattivi, s, s, non piangere... e lo strinse con un gesto impetuoso. Gli prese le manine e se le port alle labbra, poi si curv, baci sulla fronte Paolo e i suoi occhi scuri brillarono di dolcezza.
Paolo si avvinghi al petto di lei e con la testa bionda abbandonata sulla sua spalla incominci a piangere pi forte, a scatti, in modo disperato, convulso.
Rachele corse a chiudere la porta per soffocare le grida di Paolo e dopo si avvicin e si curv per accarezzarlo. Il profilo irregolare del piccino era tutta scomposto ed egli aveva la boccuccia stirata dalla crisi. Rachele guard ansiosamente Caterina. Lo zio Nicola  sul terrazzo, se egli vede Paolo in questo stato... si ferm e concentr il suo pensiero in una noia e in una molestia profonda.
Caterina curva sul piccino cercava di calmarlo e gli sorrideva cullandolo, finch Paolo, chiuse gli occhi abbattuto, con la gola ancora stretta dai singhiozzi.
Caterina continu a cullarlo e contempl a lungo i lineamenti alterati di Paolo; specialmente sotto gli occhi chiusi di Paolo, il segno violetto che li scavava le fece un'impressione triste e le port nell'anima un senso di angustia e di ribellione.
Guarda, Rachele, mormor essa con angoscia, come l'abbiamo ridotto, guarda che boccuccia livida, com' tutto pallido... che collo emaciato, che manine magre... e fiss con severit, quasi con rancore, Rachele.
L'abbiamo ridotto cos... ripet scuotendo la testa, senza sapere perch ripetesse ci con tanta convinzione, e perch fosse irritata con s stessa e con Rachele. Baci silenziosamente le manine bianche e aride di Paolo e gli occhi le si riempirono di lacrime.
Il luned successivo Nicola Marasca si ubbriac. Dopo la seconda bottiglia di acquavite, Nicola era nella cucina intento a ravvivare la fiamma, curvo sul fornello, col viso rosso e gli occhi scintillanti. Caterina entr in cucina e Virginia alz il viso dal suo lavoro e le sorrise. Volete che faccia qualche cosa? domand con deferenza, felice all'idea di servire Caterina.
La giovane la guard pensosamente e poi fece cenno di no con la testa. Nicola Marasca si volse per guardare Caterina. Gli apparve esile e brutta e nello stesso tempo prov una grande irritazione contro di lei.
Caterina prese della biancheria sudicia in un cassone e si avvicin alla piccola vasca liscia e levigata; si rialz i capelli sulla fronte, scoprendo l'arco fine e bruno dei sopraccigli e tutta la magrezza del suo viso pallido e irregolare; poi si rimbocc le maniche della sua veste azzurra, fino al gomito, ed incominci a stendere con lentezza i panni, sotto l'acqua ghiacciata. Essa aveva un aspetto grave e ogni tanto socchiudeva gli occhi e abbassava la testa.
Nicola Marasca l'osservava con inquietudine. Caterina appariva affilata ed era di una bianchezza sofferente nelle braccia e nelle gambe nude; aveva le spalle di un disegno ancora adolescente ed il collo signorile e niveo su cui si arricciavano con grazia i capelli biondi.
Quando Caterina usc dalla cucina, egli guard con disgusto Virginia e prese un'altra bottiglia di acquavite per calmare quel bruciore interno e quella smania di battere Caterina e Virginia fortemente sulle braccia e sulle spalle. Dopo quattro tazze ricolme di acquavite si sent dolce come un piccolo fanciullo. Si alz pesantemente dal tavolo e and in cerca di Elisabetta.
Elisabetta, Elisabetta, gridava egli per le stanze, dove sei Elisabetta? Elisabetta and incontro a Nicola Marasca e involontariamente giunse le mani nel vederlo in quello stato.
Il vecchio si abbandon sopra la sedia, triste, con l'animo pieno di angoscia. Guardava Elisabetta e Rachele con due occhi pieni di luce timida e bestiale. Intorno al capo di Nicola Marasca volavano nebbioline sanguigne, che poi svaporavano in un rosa pallido, e tutto ad un tratto diventavano bianche. Ah! Elisabetta tu sei malata... mormor oppresso da una terribile tristezza, mentre la sua carne fremeva, le sue labbra tremavano, e avrebbe voluto prendere tra le braccia la piccola Elisabetta, affondare le mani grasse in quel corpo tenero e farle un male capace di vincere tutta la sofferenza che provava.
Caterina non comprendeva l'ebbrezza carnale di Nicola Marasca e nemmeno gli occhi eccitati e selvaggi di suo zio le facevano intuire la verit.
Ella teneva fra le braccia Maria e guardava Elisabetta che cos in piena luce, le appariva pallida e abbattuta. Adesso Isuccia ride... pensava e rimaneva sollevata a questo pensiero, adesso essa prender il libro di filosofia o giuocher con Nicola...
Elisabetta, ripet con voce dolce Nicola Marasca, vieni qui... sei malata... molto malata...
Caterina arross fino alla fronte. Guard suo zio e si alz di colpo in piedi, lasciando Maria, che si mise a fissarla spaventata. Tu credi che Elisabetta sia malata? grid con collera Nessuno di noi  malato...  il pane che non avrebbe dovuto mancarci, comprendi? Tacque, e per un poco rimase di fronte a Nicola Marasca, con la fronte aggrottata, finch, osservando il viso lucido e gli occhi foschi di suo zio, si avvil profondamente.
Nicola Marasca croll la testa. Una collera violenta aument l'arsura del suo respiro e l'agitazione della sua carne. Il pane non vi  mancato Cate... Vi ho riempito sempre la pancia... ascoltami Rachele... si sofferm perdendo il filo del pensiero e cadde di nuovo nell'abbattimento. Io mi sono rovinato Rachele... mormor afflitto, accasciandosi nella sua ebbrezza.
Rachele si curv verso Caterina. Lo zio Nicola  ubbriaco...
Caterina scosse le spalle. Mamm vuole che noi sopportiamo ci, mormor avvilita,  inutile... essa bacia piangendo la terra...
Che dici Cate? domand il vecchio col viso rosso.
Caterina non rispose e Rachele corrug le ciglia con irritazione. Poi, guardando l'aspetto straordinario dello zio Nicola scoppi a ridere allegramente.
Nicola Marasca alz il viso. Ecco che mi schernisce, pens e vide le nebbioline rosse che danzavano intorno al suo capo. Ingiuri nella mente sanguinosamente Rachele.
Il piccolo Nicola tutto felice nel vedere come lo zio agitasse le mani, scoppi a ridere forte.
Allora sul capo del vecchio le nebbioline divennero sanguigne ed egli lanci la spazzola che si trovava sul tavolo zoppo al suo fianco, in direzione del viso di Nicola. Il sangue sprizz.
 pazzo! url Rachele.
Il vecchio s'infuri per le grida di Elisabetta e di Nicola e alla vista del sangue e del viso tetro di Caterina, si alz con gli occhi brillanti, prese, con entrambe le mani, sul tavolo, un bicchiere vuoto e lo lanci con violenza per terra. Che vuoi Caterina? grid con angustia, vattene...
La madre atterrita entr nella stanza e si precipit verso Nicola.
Mamm... mamm... urlava esageratamente Nicola. Nascose il capo sul petto della madre.
Elisabetta si avvicin spaventata e rialz affrettatamente il capo di Nicola.
Oh!... url sgomentato Nicola, spalancando i suoi grandi occhi neri e tolse dalla fronte le mani insanguinate e le allarg con spavento. Guarda Elisabetta... guarda Isuccia... quanto sangue... prese il fazzoletto dalle mani di Caterina e lo premette piangendo, sulla piccola ferita.
Caterina si curv sulla madre e la guard accigliata. Perch l'hai battuto? grid poi con le braccia incrociate, fermandosi davanti al vecchio che stava cupo e assorto sulla sedia.
Nicola Marasca scosse il capo. Perch?... mormor smarrito. Dammi la bottiglia Cate... soggiunse fissandola con rancore.
Caterina si strinse nelle spalle, aggrott la fronte e se ne and nell'altra stanza. Elisabetta corse nella cucina e disse con aria supplichevole a Virginia: Virginia, datemi la bottiglia per lo zio Nicola... Ah! io ho paura... sospir impallidendo.
Virginia Larocchi sorrise. Voi avete paura?... no, no... egli non  cattivo infine...
Elisabetta s'irrit, prese il fiasco del vino con le mani tremanti e rientr nella stanza.
Il vecchio serio e preoccupato, con un'intensa pena nel petto, prese dalle mani di Elisabetta la bottiglia e la pos sul tavolo; la contempl un attimo pensosamente e poi bevve deglutendo con un senso voluttuoso in tutto il viso... Nicola, disse smettendo di bere con la sua aria triste, bevi qui... e gli accenn la bottiglia semivuota.
Il piccolo Nicola scosse la testa accigliato e si strinse alla madre torcendo ancora fra le mani il fazzoletto insudiciato dalle macchie di sangue.
Elisabetta accarezzava Maria, e intanto, osservava con angoscia il volto sempre pi rosso e preoccupato dello zio Nicola. Egli fece una smorfia di profondo disgusto.
Sapete, Alfonsia, a vivere in un palazzo un galantuomo dove si riduce? mormor cupo in volto. A questo, vedete... e fece una lunga e larga croce con la mano, soffiando poi sulla sinistra, quella povera anima era innocente Alfonsia... e si uccise... tacque e fiss la madre con odio.
Elisabetta impallid e sent nel tremito delle mani, che avrebbe battuto con piacere in viso lo zio Nicola. Sorrise alla madre, mentre provava una paura piena d'angoscia al pensiero che tutti avrebbero potuto ricominciare a gridare. Si alz e usc con un passo tranquillo dalla stanza, fingendo di trovare naturale l'abbattimento dello zio Nicola e la collera cupa di Nicola.
Elisabetta, grid la madre.
Elisabetta torn indietro sorridendo e si port le mani alla fronte, con un gesto frettoloso.
Mamm!... Guard la madre che s'era piegata sopra Nicola, dopo prese Maria per mano e s'avvi nell'altra stanza, stanca, come se l'avessero battuta. Cate... chiam e la bocca di Elisabetta prese una piega infantile di pianto.
Che vuoi Elisabetta? domand Rachele, mentre si metteva i guanti sdruciti, e dopo si chin per abbottonarsi le scarpe. Certo, mamm, Nicola e Paolo vivrebbero continuamente con lo zio Nicola, proruppe rialzandosi e si guard un'ultima volta allo specchio. Io no, Cate... io per me non ci sto... non posso fissare in viso lo zio Nicola senza provare il desiderio di sputargli in fronte o di ridere fortemente... Ciao Elisabetta... Ciao Maria... sono contenta credetemi, di andarmene in questo momento... preferisco passare questi giorni maledetti al servizio di Carrara... e usc in fretta con un sospiro di sollievo.
Cate... Cate... sono stanca, mi sento triste... mormor con un filo di voce Elisabetta con gli occhi pieni di lacrime.
Caterina non rispose e non guard Elisabetta. Sdraiata sul letto matrimoniale, con le braccia nascoste dai cuscini, essa stava immobile e taciturna col viso grave, assorta in pensieri tristi e discordanti.
...
La madre s'inginocchiava con le mani giunte dinnanzi alle sue immagini sacre e pregava con le spalle scosse dal pianto: Signore abbiate piet di noi! Signore salvatemi queste creature dal pericolo... Illuminate Nicola e fategli il cuore grande e generoso come il Vostro, Signore! Alfonsia chinava la testa incanutita dai patimenti, umiliandosi e pentendosi profondamente, davanti all'Ecce Homo, e si batteva il petto piangendo pi forte. Oh! Signore confortatemi Voi, mormorava con fervore, rialzando il capo e guardando con soavit il Dio coronato di spine, mentre tutto il suo viso emaciato s'illuminava di un amore umile e grande. Essa si batteva il petto e continuava a guardare genuflessa, il volto lugubre, solcato da goccie di sangue scarlatto e gli occhi tragici e foschi del Salvatore che gli uomini avevano martoriato.
Alfonsia De Marchi piangeva piena di piet per quel Dio suppliziato, provando un terribile dolore, per i suoi patimenti e per quelli di Cristo. Poi a poco, a poco il terrore s'impossessava di lei. Signore salvatemi l'anima... fate che io sia con Voi... Signore salvate Caterina... illuminate la sua mente... cessate di castigarci Signore!... e singhiozzava avvilita. Stanca di piangere, riprendeva con infinita tristezza. Voi Signore, amate i vostri figli, Voi correte in loro aiuto e portate loro la consolazione e la pace... Voi stesso avete detto: "Cercate e troverete, bussate e vi sar aperto, domandate e otterrete..." Deh! salvate i miei figli, Signore! Non fate che Nicola si ubbriachi come ieri e minacci e gridi parole che offendono la Vostra sacra Persona... La mia Cate... essa non vi ama, Signore...
Rimaneva a lungo inginocchiata pregando mentalmente, con lo spirito rinvigorito dalla Fede e gli occhi umidi per la commozione.
Caterina tentennava il capo vedendo la madre ancora giovane, coi capelli bianchi, inginocchiata in quell'attitudine dimessa e dolorosa, con le spalle smagrite, di un disegno tuttavia bellissimo, scosse dai singhiozzi.
Caterina comprendeva che la madre pregava e si umiliava per loro, chiedendo a Dio la grazia che dipendeva dagli uomini, e una piet piena d'angoscia la prendeva per la madre.
Cessate di castigarci Signore! gridava la madre con le mani in alto.
Caterina corrugava la fronte, scorgendo tutta la assurdit e l'avvilimento dell'implorazione, sentendosi inaridire il cuore nel petto; e fissava con l'espressione dura e crudele la madre.
Poi se ne andava per non vederla pi piangere e pregare, nell'altra stanza, e stava lungamente vicino ai piccini, disturbata dalla turbolenza di Nicola e dal canto dolce di Elisabetta; oppressa e scoraggiata appunto per aver visto pregare e piangere tanto la madre.
Una mattina, nella casa di Alfonsia De Marchi si presentarono due uomini dall'aspetto grave, per chiedere informazioni. Rachele che era corsa ad aprire, con le maniche rimboccate fino al gomito, spalanc i suoi begli occhi e rimase un attimo confusa e spaventata sulla porta a guardare i due uomini, che chi sa perch, le parvero terribili e ripugnanti. Che abbiamo fatto noi? pens rapidamente e, non trovando nessuna risposta alla sua domanda, rigett indietro la testa bruna, e le sue guancie si colorirono. Entrate, signori! disse a voce alta. Mamm... zio Nicola...! grid e volse le spalle sempre pi confusa, ai due uomini, e si precipit nella cucina per chiamare Nicola Marasca.
Che c' Rachele? domand egli. Poi si ripul sotto l'acqua le mani, e le asciug con un vecchio vestito di Elisabetta.
La Legge, balbett Rachele convinta.
Oh! disse Nicola Marasca corrucciandosi subito in viso. Divenne grave e si diresse verso la porta, seguito da Caterina che era perplessa e agitata.
Il vecchio s'inchin dinnanzi ai due, mettendosi la mano aperta, con tutte le cinque dita, sul cuore, come gli capitava nei casi pi impreveduti e nelle occasioni che richiedevano una grande energia.
La madre e i piccini si rifugiarono nella stanza grande e Rachele ed Elisabetta corsero ad origliare dietro la porta. Elisabetta s'inginocchi per terra e da uno spiraglio intravide gli uomini; rialz il viso adolescente e guard Rachele.
Non  nulla Rachele, il signor Gardi...  lui che li ha mandati. Signore!... Che paura... non abbiamo certamente fatto del male noi... e si rialz in fretta sollevata.
Nicola Marasca diede tutte le indicazioni necessarie con una calma tragica e possente.
Gli uomini rimasero stupiti e uno di essi, Alfio De Rosa, giovane, con un viso largo e bonaccione, sorrise e si rivolse all'altro come per dire: Comprendete quest'uomo, voi? Il signor Gardi ha detto ben altro...
Il compagno con un viso magro e affilato e l'espressione malinconica, si strinse nelle spalle.
Diedero delle carte da firmare e Nicola Marasca e Caterina, essendo maggiorenne, firmarono. Caterina fiss gli uomini con un sorriso di stupore. Vi ha mandato da me Gardi? domand a voce alta e amara. Sono stata da lui circa un mese fa, tacque con le guancie in fiamme. E ditemi, soggiunse imperiosamente, Sua Signoria si  rammentata di Caterina Marasca? A quest'ora, signori... cio, voglio dire, se si fosse sperato nel soccorso del signor Gardi, saremmo tutti in polvere! e scoppi a ridere, quasi con allegria.
Il piccolo Nicola, guard con particolare curiosit Alfio De Rosa e gli sorrise.  per aiutarci proprio che siete venuti? Per, soggiunse anche lui con un gesto impetuoso, ha ragione Cate, se non fosse per lo zio Nicola, noi saremmo morti di fame lo stesso...
Nicola Marasca voleva esprimere qualche cosa, ma Caterina gli svi la frase con la sua voce alterata. Avete portato del denaro? domand con alterigia.
L'uomo dal viso triste guard con sorpresa il compagno, poi si rivolse a Caterina. No, voi comprenderete che in tutto ci che riguarda questi affari delicati si ha il bisogno della prudenza... si richiedono prima delle informazioni serie e profonde...
Una cosa molto savia, molto prudente... interruppe Nicola Marasca pensieroso.
L'uomo tacque e il piccolo Nicola si dispiacque. Egli aveva notato che quel signore agitava i sopraccigli e muoveva continuamente la testa mentre parlava. Ci faceva divertire immensamente Nicola.
Caterina s'avvicin al fanciullo e gli pass le mani tra i capelli con leggerezza.
Dite a Sua Signoria, disse seria, guardando con un po' di tristezza negli occhi, il viso estremamente giovane di Alfio De Rosa, che serbi il sussidio per una pi affamata di Caterina Marasca... non  vero Nicola?... Sorrise a Nicola, chin leggermente la testa bionda e usc dalla stanza senza guardare nessuno.
Nicola Marasca la segu con gli occhi poi si volse verso Nicola. Nicola, disse, chiama Virginia e di' che porti da bere a questi signori...
Nicola batt allegramente le mani e usc cantando. Oh! l! Oh! l!... il mio bel paese!... e poco dopo rientr, col visetto rosso e sfrontato, insieme a Virginia, unta in viso di sugo rosso. Essa portava fra le mani, cautamente, un vassoio colmo di bicchieri e la bottiglia dell'acquavite. Nicola Marasca sbottigli in silenzio, emp i bicchieri e li offerse agli ospiti con la cortesia di un perfetto padrone di casa.
Quella, disse mentre si umettava le labbra con la lingua, prima di bere,  una testa stravagante... ed io la riprovo pienamente...
I due uomini, perplessi, non sapevano pi, nella confusione, se egli parlasse della signorina con gli occhi pieni di lampi di poco prima, o della donna dal sorriso sdentato e lezioso che era uscita in quel momento dalla stanza. Accennarono di s, due o tre volte, con soddisfazione, guardando l'acquavite brillare nei bicchieri.
Ascoltate, signori... disse Nicola Marasca con un'aria triste e accasciata, rivolgendosi principalmente all'uomo dall'espressione malinconica, la vita  dura e miserabile... dovunque si muore di fame... si sofferm, riemp i bicchieri e bevve il suo fino all'ultima goccia. Pos il bicchiere col viso lievemente colorito e chiam, Nicola... Nicola...
Nicola si precipit: Che vuoi? url, Oh! proruppe meravigliato, avete gi bevuto tutto?
Il vecchio scosse il capo. Nicola, d a Virginia che porti un'altra bottiglia... queste sono brave persone... Oh! che fa Elisabetta? chiese dopo con ansia.
Nicola non rispose e usc saltellando.
Vi volevo far conoscere Elisabetta, signori, riprese con seriet Nicola Marasca. Essa  dolce e graziosa...  una fanciulla che formerebbe la felicit di un giovane onesto e distinto... come voi per esempio... e indic l'uomo magro e serio.
Nicola Marasca tentenn ancora il capo senza nessuna insinuazione, solo per far piacere a quell'uomo dal viso cos triste. Ecco, giusto come voi, signore! Per essa  un po' malata, soggiunse con aria preoccupata, a causa della fame sofferta... nessuno ci crede, ma intanto  ammalata. In sostanza Massimo non ha colpa, egli era innocente, lo garantisco... Caterina pure  ammalata... sempre per la fame, signori. Adesso sono qui io e quelle creature mangiano. Vedete, io d loro sempre carne e acquavite...
Alfio De Rosa sorrise. Egli non comprendeva affatto ci che diceva quel vecchio grasso dall'aria afflitta e dagli occhi luccicanti.
Ah! ecco, disse, vi sono in giro molte persone che muoiono di fame... purtroppo sappiamo molti segreti... Vi sono dei veri signori, con abiti irreprensibili e che la sera vanno al Casino di Societ. Ebbene, essi muoiono letteralmente di fame... Nicola Marasca corrug la fronte sdegnosamente. Signore, il governo dovrebbe provvedere in tutto ci, ma esso, e qui il vecchio sorrise in modo malizioso e malvagio, scuotendo la testa con convinzione, cerca sempre il mezzo legittimo per sbarazzare la societ di tutta la zavorra inutile...
De Rosa fece un gesto vago.
Sapete voi chi  la zavorra? continu Nicola accigliato. Ah! la zavorra, ecco!.. La povera gente finisce sempre in polvere, signori...
Scusate signore, interruppe l'uomo malinconico, bruscamente; ma in quel momento Virginia entr nella stanza con la bottiglia dell'anisetta, ed egli tacque all'improvviso e riprese il suo atteggiamento cupo.
Virginia pos la bottiglia sul tavolo, sorrise a Nicola Marasca e si appoggi alla porta per osservare con curiosit quei signori. Essa ogni tanto deglutiva e tossiva, disgustando in modo atroce Alfio De Rosa, il quale quando beveva, sin da bambino, andava a farlo sempre un po' discosto dagli altri, poich aveva l'impressione che gli sputassero nel bicchiere.
L'altro uomo di Gardi gustava l'anisetta con un piacere intimo e taciturno, completamente distolto dalla situazione che insieme ad Alfio De Rosa, era venuto a sondare per regolarizzare legalmente un aiuto di umana solidarit. Ascoltava Nicola Marasca e lo trovava stupido e noioso, ma riconosceva che in fondo era un brav'uomo. Pos il bicchiere vuoto, con gli occhi lucidi per la bevuta e fece un cenno all'altro, inchinandosi in pari tempo dinnanzi a Nicola Marasca. Il vecchio non rispose al saluto e con le mani sprofondate nelle tasche lo contempl pieno di rammarico.
La guerra civile!... ecco ci che salver il mondo... grid accigliato e minaccioso.
Alfio De Rosa assent col capo distrattamente e inchinandosi usc in fretta, insieme all'altro.
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Capitolo 6.
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Gli studenti, Maurizio e Alessio Ferri, sul finire di maggio vennero ad abitare vicino ai Marasca, cio nello stesso stabile: un appartamento riordinato e decente, con la loro madre, vedova di un funzionario di Pubblica Sicurezza, e piccola possidente. Essi presero in affitto il quartierino, poich erano economi, possedendo tutta l'avarizia dei piccoli borghesi di provincia, ai quali non manca una tavola ben fornita. Eppoi soltanto per terminare gli studi universitari i Ferri si erano stabiliti temporaneamente in quel quartierino povero della citt.
I Ferri seppero subito dalla portinaia prima, e da Anna Tersi poi, una donna pallida e brutta, con le spalle esilissime, che abitava il mezzanino e faceva ogni specie di servizi per vivere e mantenere un figlio malato e il marito disoccupato, che i Marasca morivano di fame, che una signorina alta, bruna e bella, lavorava per tutti, e ogni giorno si sentivano le grida del vecchio ubbriaco, per le stanze... inoltre vi era anche con loro una donna che doveva essere la mantenuta del vecchio.
Anna aggiunse poi, guardando Rosa Ferri che l'ascoltava pensierosa, che anche suo marito aveva anche lui il vizio di ubbriacarsi e la sera per ringraziarla delle fatiche dure e penose, che essa faceva per mantenere tutti, la batteva con delle corde sottili sulle spalle... e le corde le teneva sempre con s, nelle tasche interne, facendo accorrere per tale fatto tutti gli inquilini dello stabile, i quali il pi delle volte, ridevano vedendolo ballare e sghignazzare.
Anna dicendo ci aveva gli occhi pieni di odio, ma termin afflitta e avvilita, guardando sempre la Ferri, che rimaneva sulla sedia con le mani sul ventre, seriamente indignata per ci che udiva. Quando Andrea mi ha voluta e mi ha strappata con forza dalla mia casa dove stavo benone, non mi trattava cos... era invece un giovane buono e allegro e mi diceva: Ochetta mia! Ridendo e fingendo di far gli occhi cattivi... Adesso abbiamo un figlio malato che sputa sangue... tacque e si asciug gli occhi col fazzoletto. L'altro giorno Andrea mi ha battuta cos forte che i vicini sono corsi a denunciarlo... si sofferm e gli occhi di Anna presero una luce mesta e indefinibile. Io non volevo, vedete... l'hanno tratto in arresto e consegnato al Commissario... ma la sera stessa Andrea venne liberato, torn a casa saltando dalla gioia ed incominci a danzare per le stanze come un pazzo e a gridare: Sono libero, sono libero... ora ti batto... ora ti batto Anna!...
E vi ha battuta? domand Rosa Ferri con curiosit.
Anna sorrise. No, si  pentito... e mi ha accarezzata e baciata, tacque e scosse la testa con tristezza. Per Andrea  sempre lo stesso... Le ragazze accanto fanno una brutta vita, mormor con compassione, spesso si stente piangere e gridare. Esse vestono benino e portano il cappello e i guanti, ma sono pallide e magre e si vede dagli occhi che provano uno schifo per quel vecchio ubbriaco... Ah! Signore... quante miserie nel mondo!... s'interruppe e arross vedendo entrare nella stanza Maurizio Ferri. Egli guard Anna Tersi e sorrise sprezzantemente fissando la madre e di nuovo Anna.
La donna si confuse, chin il capo e disse con umilt: Se volete che vi lavi la biancheria, signora, potete chiamarmi quando lo desiderate... e aspett ansiosamente che la signora parlasse...
S, s, disse la Ferri, potete andare...
La donna usc tutta umile, ma irritata e delusa nell'intimo provando per la madre e per il figlio, una specie di collera.
Maurizio la segu con gli occhi, seccato perch aveva visto la madre parlare con Anna Tersi. Egli aveva subito intuito che essa era una miserabile e che sopportava ingiustamente le conseguenze della sua miseria; comprendeva che ella era venuta a lamentarsi con sua madre, sperando di commuoverla con le sue angoscie e di ottenere per questo qualche cosa.
Ci lo irrit profondamente.
Maurizio Ferri aveva ventiquattro anni: era bellissimo e intelligente. Frequentava il quinto corso di medicina. Maurizio studiava appassionatamente, per il solo gusto di conoscere la verit in ogni rigo che leggeva. Pi volte scuoteva la testa e rimaneva pensieroso. Tutto in lui era istinto e brutalit. Sprezzava per questo la poesia e le sdolcinatezze, ritenendole ipocrisie dell'anima e della mente. L'anima, diceva a suo fratello Alessio, agogna sempre la verit e lo spazio; e la mente la violenza e la preda... Ognuno  egoista... e vi pu essere il pi cattivo e il meno cattivo... ma tutti egualmente, Alessio, abbiamo un fondo di crudelt sanguinaria.
Maurizio di ci non dava colpa a nessuno. Trovava che necessariamente gli uomini, per la struttura della loro stessa natura, dovevano essere cos. Solo aveva un sorriso sprezzante e si racchiudeva in un egoismo freddo e chiaro di cui era evidentemente orgoglioso. Sapeva inoltre di essere bello e intelligente. Questo lo portava alla considerazione di s stesso. Nonostante che alle volte cadesse nella fatuit, non eccedeva a tal punto da sdrucciolare nel ridicolo, come accade generalmente a tutti coloro che credono troppo in s stessi.
Maurizio era sensuale e nel senso pi profondo della parola; da ragazzo aveva avuto delle crisi isteriche, tenendo tutti i suoi nello spavento e nel terrore, poich la madre era affetta da epilessia e si temeva in sul principio che egli fosse colpito dallo stesso male. Invece questi attacchi che lo presero sui quattordici anni erano derivati da intime e profonde sofferenze della carne, che si ripercuotevano nello spirito portando Maurizio in conseguenza di ci, alla esasperazione collerica e all'abbattimento.
A sedici anni egli conobbe la donna: una contadina esile e giovane dei suoi possedimenti; questa creatura semi idiota, brutta, posseduta quotidianamente da tutti i bifolchi dei dintorni, gli diede per la prima volta, il piacere.
Maurizio rimase disgustato dopo il possesso della contadina e non ritorn pi da lei. Soddisfatta la curiosit, e non avendo ricevuto un piacere eguale a quello che la sua fantasia aveva sognato, egli fin di mettere la donna (poich essa non aveva saputo soddisfarlo pienamente) al di sotto di ogni cosa.
Egli fin'allora aveva creduto che la donna fosse meravigliosa solo perch essa era femmina. Ricredutosi dopo il possesso della giovane contadina, rimase, riguardo alle donne in genere, per quasi un anno, imperioso e sprezzante, provando un piacere fortissimo nell'umiliarne qualcuna.
Un giorno recatosi in Citt con un compagno di studi, si lasci trasportare da questi, in una casa, la pi raffinata della Citt. Avevano del denaro e lo spesero allegramente.
Col conobbe Emilia Albani, una prostituta non pi giovane e molto esperta che gli insegn in un'ora, cento maniere d'amare, lo sconvolse, l'imbestial e lo soddisfece a tal punto, che egli la sera, torn a casa ubbriaco di lascivia, con gli occhi lucidi, la testa in tumulto e guard tutto sfrontatamente.
Ritorn pi volte in quella casa, ricerc Emilia Albani e la sua sensualit si accrebbe in modo violento e spregiudicato, raffinandosi di visita in visita, ricevendo intanto l'impressione precisa che tutte le donne fossero desiderabili e voluttuose, e pervertendosi in tal maniera da trovarsi a ripetere ogni tanto a voce alta e in momenti calmi e normali, parole piene d'ebbrezza, e da dovere soffocare il tremito della sua bocca con le mani.
Con gli anni, Maurizio acquist una certa padronanza sui suoi nervi e seppe reprimere con la volont quando volle castigarsi, l'insaziabilit della carne, per non cadere nel vizio pi tardi, come egli prevedeva, pieno di disgusto, scorgendo tutta la degradazione, non nel possesso carnale della donna, ma nelle turpitudini e nei vizi contro natura, in cui, l'uomo, aiutato dalla lascivia femminile, dal pervertimento della fantasia e dalla depravazione del senso, finisce sempre per sommergersi. Maurizio era sensuale e cinico. La donna per lui divenne una creatura facile, innocua e sciocca, niente affatto temibile, appunto per la sua stessa esile mentalit e per la sua grande credulit in ogni cosa, e da cui, quando la natura l'aveva dotata di nervi molto flessibili, di sangue caldo e violento e di una certa impulsivit ardente e sensuale, si poteva ricavare un piacere meraviglioso.
...
Alessio Ferri chiuse il libro e guard il cielo pensierosamente.
Egli era triste e angosciato. In quel momento ogni cosa gli appariva molesta e contribuiva ad irritarlo. Incroci le braccia e stette a lungo in un atteggiamento scoraggiato. Certamente Graziella Amendola (da cui egli aveva passato il pomeriggio precedente) lo aveva due volte insultato sputando in direzione del suo viso e aveva anche riso forte, mentr'egli giaceva spossato sui cuscini. Mi fate schifo Alessi, aveva urlato anche, scuotendo i morbidi capelli bruni e guardandolo piena di disprezzo coi suoi occhi azzurri. Gli occhi della fanciulla avevano avuto in quell'istante una luce chiara di repulsa; una luce di purezza oltraggiata, ecco, adesso ci ripensava in modo fermo, Alessio Ferri. Arross violentemente e la sua fronte si corrug. Egli allora si era alzato di colpo dal letto, s'era avvicinato a Graziella e presala per le spalle e tenutala fortemente fra le braccia, in preda ad una collera spaventosa, l'aveva percossa pi volte sul viso pallido; dopo, diventando cupo, con dei lampi cattivi negli occhi, col cuore arido, l'aveva piegata brutalmente, e l'aveva baciata con un piacere crudele, pi volte sulle braccia e sulla bocca, umiliandola e facendola arrossire. Perch Graziella Amendola arrossiva spesso, cos come andava in collera, per nulla.
I lineamenti di Alessio si contrassero di nuovo. Adesso si sentiva triste, irritato e tuttavia provava la stessa umiliazione che gli aveva inflitto Graziella, quando s'era messa ad insultarlo e persino a sputargli in faccia, nella sua camera. Alessio sospir: non era contento di averla battuta.
In piena luce Alessio appariva molto pallido; era biondo di capelli e scolorito di carnagione, aveva due occhi grandi e grigi e il naso dritto e marcato, la bocca alquanto grande e malamente disegnata. Sotto l'affluenza dei pensieri, negli impeti di collera e nel risentimento, i suoi lineamenti si animavano: gli occhi grandi e grigi diventavano duri e metallici e la bocca prendeva una piega aspra.
Per di solito Alessio Ferri presentava un aspetto timido e dolce a causa dell'espressione malinconica e vaga dello sguardo e del pallore intenso del suo volto.
Egli si alz di colpo dal sedile di ferro ed incominci a passeggiare, con le braccia incrociate, per la terrazza.
Il piccolo Nicola sbuc di corsa dall'abbaino cantando a voce altissima; ma si ferm subito e smise di cantare scorgendo Alessio Ferri. Introdusse il suo dito indice nel naso e contempl Alessio pieno di curiosit. Accortosi infine che il giovane non lo aveva guardato nemmeno una volta, scosse le spalle e prese a correre con furia, in lungo e in largo, per la terrazza, imitando con la bocca il canto degli uccelli che conosceva e agitando pazzamente le braccia come due ali. Alessio s'irrit e due o tre volte scans Nicola lasciandogli libero il passo, poi and a risedersi sul sedile di ferro e si mise a contemplare curiosamente, distraendosi alquanto dal pensiero opprimente di Graziella, i giuochi del piccolo Nicola.
Quando Nicola fu stanco ed affannato, e le sue guancie divennero rosse come il fuoco, si stir maleducatamente, allung sui fianchi le braccia e sent che le aveva molto stancate battendole tante volte in aria. La sua piccola anima nondimeno era esultante e felice ed egli prov il bisogno istintivo di dire qualche cosa a quel signore seduto, che lo contemplava cos attentamente. Esit un attimo, vedendolo serio ed accigliato; poi, prese la corsa, si ferm dinnanzi ad Alessio e stette dritto, tutto sorridente di fronte a lui. Vi piace il mio giuoco? esclam coi suoi modi impetuosi. Adesso sono stanco. Voi no? gli domand senza badare alle parole e si sedette a fianco di Alessio.
Alessio lo guard con grande severit. Io non mi sono sfrenato...
Nicola l'interruppe subito ed esclam battendo le mani: Ma era cos bello volare a quel modo... io penso sempre che gli uccelli debbono essere molto felici... Voi no? Alessio scosse il capo e guard fissamente Nicola. Io no... tu credi che gli uccelli siano felici? Nessuno riesce ad essere felice, termin a voce bassa con tristezza.
Nicola cess di sorridere. Forse voi avete ragione, perch Caterina non  felice e lo dice dalla mattina alla sera e nemmeno Rachele... poi Maria e Paolo piangono sempre... e mamm pure, s'interruppe pensoso. Caterina, signore, sgrida mamm perch non vorrebbe che ella piangesse e pregasse tanto... poi noi non siamo nessuno felici... neanche Elisabetta vedete, signore,  felice... pesta i piedi a terra per la collera e desidererebbe battere in viso lo zio Nicola... questo me lo dice sempre sottovoce. Tacque ed osserv Alessio. Voi per dovete essere felice, perch Anna ha detto che siete ricco, soggiunse convinto.
Alessio sorrise. Io non sono ricco e non so se sia felice o no... ma tu non sei contento? Poco fa ridevi e saltavi e m' sembrato che tu fossi proprio felice...
Nicola si strinse nelle spalle. Io sono sempre felice, disse, e vorrei che Cate, Rachele e mamm fossero come me... ma questo  impossibile perch se non ci fosse lo zio Nicola, noi tutti moriremmo di fame... Cate, non ha trovato lavoro, per questo vedete, si grida e si piange sempre da noi... tacque e si mise a guardare attentamente un piccolo verme che strisciava sulle mattonelle; agit le mani ridendo, scivol dal sedile e s'inginocchi per terra. Guard il verme che s'inanellava bruno e viscido, strisciando, e rialz il viso. Avete uno spillo? domand ad Alessio.
Alessio fece cenno di no e si curv verso di lui.
Che vorresti farne? gli chiese severamente.
Oh! vorrei ucciderlo... grid Nicola esaltandosi.
Alessio fece una smorfia di disgusto. Sei un ragazzo cattivo... vattene... mormor accigliato, irritandosi contro Nicola.
Nicola sorse subito in piedi con le gote rosse. Era profondamente umiliato. Alessio aveva cessato di guardarlo, e Nicola nell'umiliazione divenne nuovamente impulsivo. Non sono cattivo, signore, credetemi... io voglio un gran bene a tutti... giunse le mani brune strettamente sul petto, mentre guardava Alessio di sotto in su in modo brusco.
Alessio l'osserv con la fronte aggrottata e dopo gli domand, con aria stanca: Come ti chiami?
Nicola Marasca! rispose il piccolo Nicola rasserenandosi. Prese un'aria grave e ripet. Non sono affatto cattivo... Cate lo dice qualche volta... ma essa mi bacia sempre... Rachele  tutto il giorno fuori a lavorare... si sofferm nel divagare dai brutti pensieri in cui l'aveva messo Alessio, e si gratt la testa. Nella casa ci vuole la pace, dice Caterina... se no  meglio andare a vivere lontano... alz i suoi grandi occhi scuri in faccia ad Alessio, un po' perplesso, non ho capito bene dove Cate ha detto che sia meglio vivere, senza lo zio Nicola... Perch lo zio Nicola, signore, continu con gravit Nicola, si ubbriaca ogni giorno, fa dei gesti strani e rovescia sempre ogni cosa... adesso noi lo cacceremo via... Meglio la fame! grida Caterina. Essa ha ragione... ed ha anche ragione di non credere in Dio... Ah! io voglio un gran bene a Cate, e i begli occhi di Nicola scintillarono.
Alessio osservava Nicola. Era irritato contro di lui appunto perch gli sembrava impulsivo, eccessivo nei sentimenti e nei gesti, intelligente e un po' crudele; ma nello stesso tempo gli piaceva la franchezza di Nicola.
Quanti anni hai? gli domand squadrandolo dalla testa ai piedi.
Undici signore.
Bene, disse Alessio malcontento, sei grande, hai capelli molto lunghi...
Nicola agit orgogliosamente i suoi lunghi riccioli bruni. Mamm non vuole che io li tagli, esclam sorridendo, e nemmeno Cate...
Non comprendo perch esse non vogliano... non vai a nessuna scuola?
Il piccolo Nicola si oscur in viso e chin il capo umiliato. Rialz all'improvviso la testa e guard con sfrontatezza sprezzante Alessio. No signore... per quest'anno no. All'apertura delle scuole io non ero in ordine... non avevo libri e mi mancavano le scarpe. Da principio pestai i piedi per la collera... Dopo Cate mi abbracci e mi disse: Nicola quest'anno no. Caterina era seria nel dirmi questo, signore, vedi bene che  impossibile... senza scarpe! non hai un poco di orgoglio Nicola? mi ha chiesto in ultimo. Va bene Cate, le dissi poi vedendo che si accigliava, andr a scuola un altro anno... Elisabetta ha gi perduto due anni, e non riuscir mai a studiare da sola. Tacque e fiss Alessio ansiosamente.
Alessio guard il piccolo Nicola e scosse ancora il capo con tristezza. Quanti anni ha Elisabetta? gli domand all'improvviso.
Sedici, esclam trionfante Nicola. Elisabetta  graziosa, sebbene dicono tutti che solo Rachele sia bella...
Alessio scosse le spalle e s'irrit di nuovo. Se Elisabetta ti somiglia, disse risentito, non mi piace affatto...
Nicola divenne rosso. Ah! esclam con veemenza, dunque io non vi piaccio?
No, affatto...
Nicola guard in aria e si accigli. Solo Cate mi somiglia, disse offeso, io voglio un gran bene a Cate, ripet. Volete che chiami Elisabetta? soggiunse poi per compiacere Alessio. Vi far vedere come Elisabetta non mi somigli affatto.
Alessio fece cenno di s, e aspett con curiosit.
Nicola corse sulle scale e chiam affanosamente, Elisabetta... Elisabetta... vieni Elisabetta, url.
Nicola, rispose Elisabetta con la sua voce dolce, dall'interno, che vuoi?
Vieni, Isuccia, debbo farti vedere una cosa, url pi forte Nicola, poi raggiunse Alessio. Adesso, signore, Elisabetta verr, disse tuttavia offeso.
La piccola Elisabetta entr di corsa, in ciabatte sulla terrazza.
Nicola, mi hai fatto morire nel farmi salire cos in fretta, grid ridendo, che vuoi dunque? Subito scorse Alessio Ferri e Nicola seduti vicini. Si confuse, perch credeva di trovare Nicola solo, e di fare con lui una partita a rincorrersi, a piedi nudi, sul lastricato, riscaldato ancora dal sole. Istintivamente, vedendo Alessio, si port le mani sui ricci capelli biondi e si tir un po' pi indietro per nascondere le scarpe rotte. Poi all'improvviso si fece coraggio, avanz risolutamente, un po' rossa nel viso, e rimase impacciata di fronte ad Alessio, il quale la fissava meravigliato.
Elisabetta aveva un nastro rosso nei capelli corti e ricciuti, intrecciato bizzarramente fra le ciocche lucenti ed appariva tutta spettinata, con gli occhi turbati e gai. Indossava un vestitino di cotonina rosa, stinto, largo ai fianchi, un po' troppo corto, con le maniche sdrucite rimboccate sino al gomito. Era illuminata dal sole che la colpiva in pieno, facendole risplendere i capelli dorati e gli occhi bruni e ingenui; e la sua bocca appena rossa, un po' grande, sorrideva dolcemente.
Per un momento Alessio Ferri fiss stupito la figurina vivace e graziosa della fanciulla e tenne lo sguardo fermo sulla scollatura del vestito sdrucito, ampia, senza linea, che lasciava scorgere il principio del seno, e poi lo abbass sulle gambe dritte e nude e sui piedini infilati in due deplorevoli ciabatte; Alessio Ferri non aveva mai visto una figurina pi bambina, pi dolce e pi disordinata di quella che contemplava adesso, inaspettatamente. Inoltre gli sembrava una figurina gaia e abbastanza graziosa, nonostante che il viso della fanciulla fosse smagrito e gli occhi, bellissimi occhi, pens rapidamente Alessio, fossero cerchiati di scuro.
Questa  Elisabetta! esclam orgoglioso Nicola, vedendo l'esame attento di Alessio sulla figura di Elisabetta. Si ramment a tempo che egli era offeso. Senti Elisabetta, io non piaccio affatto al signore... Arross ancora per l'umiliazione.
Alessio Ferri si alz e s'inchin dinanzi alla fanciulla, con seriet.
Io e Nicola abbiamo fatto conoscenza... mi sono accorto signorina che Nicola  un po' cattivo e sono contento che voi non gli somigliate, termin colorendosi in viso.
Elisabetta divenne di fuoco e Nicola curv il capo ed incominci a piangere.
Alessio prese per le spalle il piccolo Nicola. Mi accorgo che sei debole e permaloso, no, voi non gli somigliate affatto, ripete guardando Elisabetta che tutta rossa, s'era chinata anch'essa turbata verso Nicola.
Voi non mi conoscete, signore, balbett la giovinetta. Nicola non  cattivo... e precipitosamente abbracci Nicola.
Nicola cess di piangere e fiss Alessio pieno di rancore. Elisabetta andiamo, mormor.
Alessio si color in viso e i suoi occhi grigi presero un'espressione dura. Voi siete molto buona con Nicola, disse fissando singolarmente Elisabetta, restate invece, poich egli continua ad essere cattivo.
Elisabetta arross. Suvvia Nicola, tu hai irritato il signore, chiedigli scusa, mormor piena di confusione.
Nicola scosse la testa con la fronte aggrottata, guard Alessio ed Elisabetta con gli occhi scintillanti e scapp per le scale.
Elisabetta rimase mortificata; alz gli occhi e vide il giovane assorto ed irritato.
Perdonategli signore, Nicola  cos... disse timidamente.
Ah! benissimo... bisognerebbe batterlo allora... sentenzi Alessio con voce aspra.
Elisabetta scosse la testa e si anim tutta. S, signore, lo facciamo sempre... poco prima che Nicola salisse sulla terrazza, l'ho fatto... soggiunse ridendo, Quando giuochiamo specialmente, signore, Nicola  insopportabile... anche adesso, vedete, se io avessi fatto una partita con lui, avrei finito col batterlo... tacque seria, giungendo le braccia bianche sul suo seno sbocciante sotto l'abito molle e incolore. Nel gesto impetuoso che ella fece, la scollatura divenne pi ampia, ed Alessio contempl, colorendosi in viso, il solco puro e delicato del seno. Elisabetta non se ne accorgeva.
Non  cattivo Nicola per... ripet.
Voi giuocate con lui? domand stupefatto Alessio.
S, rispose con allegria la fanciulla, facciamo qui delle meravigliose partite io, Nicola, e Maria...
Alessio sorrise con dolcezza. Ha la vostra et Maria?
No, ha soltanto sette anni...
Ah! benissimo, esclam di nuovo Alessio e sorrise ancora ad Elisabetta.
Elisabetta era impacciata dai modi bizzarri del giovane. Adesso vado, disse infine e con le mani bianche e fini di fanciulla distinta, si aggiust il nastro rosso fra i capelli.
Alessio la contemplava con curiosit mista ad una grande dolcezza. Le si avvicin, la fiss con la fisonomia fatta pi seria. Non parliamo pi di Nicola... voi siete diversa e mi piacete molto... Ritornerete un'altra volta? le domand corrugando la fronte.
S... mormor confusa Elisabetta, salut Alessio rossa e balbettante e fugg per le scale, lasciando il giovane sorridente e meravigliato.
Nicola era sceso precipitosamente ed era entrato in casa. Passando per la seconda stanza, nella penombra squallida, scorse Nicola Marasca, nel letto. Si ferm un attimo a contemplarlo con curiosit, corrug la fronte, ed entr nella stanza grande, dove stavano Caterina e Rachele.
Si mise in un cantuccio e guard sua sorella Caterina, che stava in mezzo alla stanza con la fisonomia contratta. Nicola incominci a pensare, seguendo con gli occhi tutti i movimenti di Caterina, che quel signore incontrato in terrazza, era un signore abbastanza cattivo, somigliava nell'aspetto accigliato, all'antico maestro di francese di Elisabetta, e doveva possedere un cuore crudele come... (qui Nicola arrest il suo pensiero e scosse le spalle per concentrarsi meglio nelle sue riflessioni) probabilmente come il cuore dello stesso maestro di francese di Elisabetta. Fra tutti quelli, che, come diceva Caterina, da quando la sorte era cambiata, si erano mostrati inesorabili con loro, Nicola annoverava pure Alessio Ferri. Adesso Elisabetta, certamente avrebbe raccontato a tutti, che quel signore serio e pallido, era un uomo cattivo, capace di battere chiunque. Di questo Nicola era assolutamente convinto. Nella stanza faceva abbastanza chiaro, Rachele seduta in fondo, coi gomiti appoggiati sul lavabo rosa, contemplava pensosamente l'acqua sporca della bacinella e ogni tanto chinava il bellissimo viso come se dovesse pescare, con gli occhi dentro l'acqua torbida, chi s quali curiosit.
Il vicolo giaceva in un silenzio opprimente e dei cattivi odori provenienti dai mezzanini entravano nella camera, togliendo il respiro.
Rachele si sentiva alquanto stanca. S'era appena ritirata dal lavoro; aveva gettato subito, sopra una sedia, il cappello e il mantello, aveva sfilate le calze con lentezza, ne aveva fatto un rotolo distrattamente, e per un poco aveva giocherellato con esse. Dopo, resa triste dalla dolcezza della serata e dal mutismo ostinato di Caterina, era andata a sedersi vicino al lavabo rosa, con un'inerzia pesante nelle gambe nude, non sentendo pi nessun desiderio giovane e prorompente, come quello, per esempio che l'aveva assalita nella via: un bisogno assoluto di moto, di libert, di luce, specialmente quando aveva visto tutte le donne eleganti e sorridenti, con le violette sul petto, dirigersi per le parti pi frequentate della citt. Allora l'aveva presa una smania di arrivare a casa, di scuotere Caterina e la piccola Elisabetta, costringerle, magari a furia di carezze, a vestirsi e ad uscire.
Potevano ritirarsi verso le nove oppure verso le dieci. Tanto n da parte di mamm, n dello zio Nicola vi sarebbero state opposizioni. Avrebbero condotto anche Nicola... Appena Rachele entr nei quartieri bassi e proprio nel punto in cui imbocc il suo vico, sent nell'animo un sentimento improvviso di scoramento. Pens, mentre il cuore le batteva forte nel petto: molti uomini ci vedranno e qualcuno ci seguir forse... e sorrise a quest'idea piacevole.
La sua attenzione venne attirata da un bimbo lacero e scarmigliato che si rotolava fra le immondizie con un cane fra le braccia; osserv come egli baciasse e ribaciasse, ridendo, la bestia sugli occhi e sulla bocca, e come il cane con una lingua disgustosa leccasse teneramente tutta la faccia del fanciullo, e ridivenne seria e pensosa.
La madre venne ad aprirle col suo aspetto calmo e Rachele fu sgradevolmente colpita dalla veste grigia e sporca che ella indossava. Alfonsia le sorrise appena.
Virginia, pulite qui con lo straccio, diss'ella dopo con preoccupazione e indic alla donna, il pavimento pieno di macchie.
Stasera c' il fegato, comunic Virginia sorridendo largamente alla fanciulla, e ammicc in modo sciocco, mostrandole con gli occhi Nicola Marasca che giaceva sul letto in mutande con le gambe divaricate, senza giacca, molto rosso in viso. Russava forte con la bocca spalancata.
Rachele s'inoltr infastidita da quella vista. Entrando nella stanza dove si trovava Caterina, le si oscur totalmente il cuore e cerc con gli occhi i piccini. Maria... Maria... chiam con dolcezza e siccome nessuno rispose alla sua voce, guard un attimo avvilita Caterina. Si svest in fretta, senza una parola, sentendosi stanca fisicamente, non provando altro desiderio che quello di sedersi e di restare assorta per molto tempo.
Nicola rifletteva con la fronte corrugata. Elisabetta ha detto che Rinaldo  necessario... deve avere un elmo lucente, pens dopo, e guard Rachele di sfuggita. Rachele ha del denaro... Si alz di botto dalla panca su cui si era seduto e corse vicino a Rachele. La fiss col visetto serio. Senti Rachele, voglio due lire dal denaro che hai preso ieri dalla tasca dello zio Nicola...
Rachele alz il viso e si tolse dalla fronte i riccioli bruni. Poi guard Nicola con disprezzo. Sei pazzo Nicola?
Non vuoi darmi nulla? Rispondimi, se no, non appena si sveglier lo zio Nicola, gli dir che tu ieri gli hai ubbidito, portandogli sempre ridendo l'acquavite, solo per rubargli del denaro...
Rachele si scosse, spruzz irritata con le mani l'acqua sporca della bacinella in direzione di Nicola, e gli sorrise tutta impaurita. Cerc di convincere Nicola con la dolcezza, mentre per dentro di s fremeva contro di lui, e avrebbe desiderato batterlo.
Senti, Nicola, ora non posso darti nulla... vedi, ho bisogno di una cosa assolutamente, un'altra volta ti dar il denaro... ti giuro ecco, che ti dar il denaro...
Nicola rimase pensieroso. Rachele guarda, domani mi darai tre lire...
Rachele corrug i lunghi sopraccigli, Due, Nicola... soltanto due...
Ascoltando le voci aspre di Rachele e di Nicola, Caterina fremette e proruppe: Perch gridate cos? Che vuoi Nicola?... Del denaro?... sorrise sprezzantemente ed espose con voce eccitata, il pensiero che l'irritava fino ad angustiarla. Virginia  una sporcacciona... che schifo... che schifo, Rachele!... s'interruppe, guard Nicola con perplessit e stette un pezzo, col viso chiuso e lo sguardo abbassato sul pavimento.
Segu con gli occhi, per alcuni minuti, i contorni di due grandi macchie asciutte e polverose, e dopo rialz la testa bionda con energia: Non mi sono potuta trattenere Rachele, e, sai che cosa le ho detto? Potete andarvene insieme allo zio Nicola oggi stesso... a noi non importa nulla...
E dopo come farete? mi ha domandato essa con calma.
Ho provato il desiderio di sputarle in viso e le ho voltate le spalle. Tacque, poi ripet. Che schifo!... e si nascose il viso fra le mani. Caterina abbattuta ripeteva: Che schifo!... Che schifo!... e faceva delle smorfie di disgusto.
Rachele rimase silenziosa, appoggi pi fortemente i gomiti sul lavabo e si mise a contemplare l'acqua nella bacinella.
Caterina incominci a passeggiare per la stanza nervosamente. And a sedersi infine, perch Rachele aveva fatto un gesto di noia, vicino al balcone aperto, e respir a lungo l'aria, fatta pi fresca, della sera.
Elisabetta entr con le guancie rosee e la bocca ridente. Agit con aria inquieta e felice le mani e raccont affannosamente a Caterina e a Rachele: Ho incontrato in terrazza Alessio Ferri, uno degli studenti che sono venuti ad abitare qui... Alessio, quello biondo e pallido, mi ha parlato e voleva che io restassi per castigare Nicola... Cate, non sai? Ha un viso tanto strano... Pareva che avesse voglia di sgridarmi, ma guardandomi sorrideva sempre... Ha detto che desiderava rivedermi...
Rachele si stir con indolenza sulla sedia. Devono essere brava gente questi signori, non  vero Elisabetta?
Che nei sai tu? disse Caterina scuotendo la testa impetuosamente. Noi non li conosciamo, curv il capo con la mente tuttavia occupata da tristi pensieri.
Si trovava debole e impotente, costretta a piegarsi ad ogni cosa degradante e a trascinare quella vita brutale e disordinata, che riusciva ad inasprire tutti, per non morire di fame. Guard la penombra squallida, il pavimento sudicio, il letto sfatto coi cuscini sfoderati buttati di traverso, il lavabo ricco e pur squallido, su cui era appoggiata, taciturna, Rachele; sent il respiro grosso di Nicola Marasca e lo stillicidio dell'acqua nella cucina, e respir con le narici dilatate lo sbuffo d'aria fresca, insieme alla puzza di aglio bruciato che veniva dal mezzanino. Con gli occhi socchiusi fiss un punto indefinito dell'orizzonte, sopra quella stretta cerchia di case vecchie e luride, e il cuore le si gonfi di tenerezza. Il mondo era l... oltre quel vico... il mondo era splendido e ricco... tutti godevano... tutti vivevano... Riabbass lo sguardo e la semioscurit del vico riemp i suoi occhi; per la strada smantellata in pendo scendevano rigagnoli d'acqua sudicia che le donne gettavano quotidianamente, appena insaponata la biancheria, e qua e l si formavano pozze spumeggianti; la mendicante Antonia, poco prima aveva gettato fra quei rigagnoli, il contenuto del suo vaso da notte, davanti a tutti, serenamente, perch ella non ci vedeva, e nei suoi occhi s'era formato un altro mondo. Il cuore di Caterina si riemp di sconforto e strinse le mani con un gesto d'impotenza. Si vide gettata indefinitamente, come uno straccio, in quelle camere sudicie, in quell'esistenza di fame. Tutti erano aridi; quello che l'abbatt terribilmente fu il fatto di scoprirsi debole e vile. All'improvviso pens che ella aveva una volont, che poteva ribellarsi, gridare, alzarsi in piedi, e far di tutto per vivere, lontano da quel vecchio ubbriaco che le ingiuriava ogni momento: "Sgualdrine"!
Asciug le lacrime che le riempivano gli occhi e grid a s stessa accigliata: Io lo detesto...! Meglio la fame... meglio la fame, Rachele! Come siamo vili! soggiunse dopo con gli occhi cupi.
La gioia era sparita dagli occhi della piccola Elisabetta. La fanciulla corrug la fronte. Io non so se siamo vili Caterina... intanto per, senza lo zio Nicola, noi a quest'ora...
Ah! tu lo sopporti? l'interruppe Caterina con disgusto.
Elisabetta croll la testa bionda. No, Cate, sai bene che gli hai scritto appunto perch venisse... ci mancava perfino il pane, Paolo vomitava ogni giorno per la debolezza... e tu Cate, continu quasi con dolcezza, eri pallida e ti si oscurava la vista ogni momento... nemmeno adesso siamo pieni di salute... tacque e tolse con le mani nervose, il nastro rosso dai suoi capelli e lo gir fra le dita pensierosa.
Rachele si alz e fece alcuni passi per la camera. Elisabetta cara, mormor con accento aspro, vattene via... Ah!  opprimente! disse con angustia, fissando il cielo tersissimo che incominciava ad incupire.
Elisabetta non si mosse. Fece un intricato nodo del nastro rosso e lo tenne sollevato con due dita, vicino alla sua fronte, distrattamente. Arross. Se Alessio Ferri avesse saputo oggi, che lo zio Nicola ci chiama sgualdrine e ci rimprovera molte volte il pane che gli leviamo di bocca, non avrebbe desiderato pi rivedermi...
Rachele si ferm irritata, quasi con le lacrime agli occhi: Ma, Elisabetta cara... proruppe con collera, lasciaci in pace...
Elisabetta sollev gli occhi in faccia a Rachele senza badarle. La fanciulla seguiva i suoi pensieri molesti e disordinati, e, per quell'inquietudine che le offuscava il cuore, sentiva il bisogno di dir tutto forte, specialmente a sua sorella Caterina. Ho paura che Nicola s'infurii tanto nel vedere Virginia ridere cos stupidamente, da batterla e molto forte... Guai se ci udisse lo zio Nicola! Ah!... egli russa... mormor la fanciulla e sorrise.
Rachele s'immagin ad un tratto, Nicola infuriato, prendere per le spalle Virginia e batterla, batterla... In quel momento le parve una cosa cos piacevole, che rise forte, e ancora con le lacrime agli occhi and a sedersi vicino al lavabo, ridendo.
Che hai? le domand Caterina sorpresa.
Rachele scoppi a ridere pi forte e chiuse gli occhi. Oh! Caterina, com' divertente ci che io vedo! e strinse ancora gli occhi. Vorrei che Nicola sculacciasse Virginia cos... e Rachele affannandosi si dondolava sulla sedia, con gli occhi chiusi e le labbra semiaperte sui denti fitti e bianchi, tutta fremente per le pazze risa.
Caterina ed Elisabetta risero anch'esse all'idea di battere con delle verghe, lunghe e sottili! esclam con un riso crudele Caterina, ed Elisabetta ripet con visibile gioia, sottili... molto sottili, Cate! quell'intrusa che odiavano.
E anche lo zio Nicola, quando viene a darti le pillole, Elisabetta... Oh! ecco, quando ci riempie i piatti e ci costringe con la forza ad ingoiare le cose pi grasse. Che schifo!... Odia tutti sapete... Adesso odia mamm, me ne accorgo... Rachele tacque e sul suo bel viso si riflett l'odio per Nicola Marasca, un odio quasi primitivo, esagerato e brutale; Rachele trovava che non era necessario, Nicola Marasca. Era un'ingiustizia turpe del destino, quella di mangiare quel pane...
Ne avrebbero fatto senza volentieri; tutto era sudicio e triviale nella casa come la bocca del vecchio. L'accoramento si riflett nei grandi occhi di Rachele, una malinconia violenta per la vita che esse facevano dalla mattina alla sera, senza pace, senza gioie, senza amore, inasprite dalle lacrime umili della madre e dalle ingiurie del vecchio fosco e sanguigno. Sopra tutto il lamento continuo di Nicola Marasca: Io vi riempio la pancia di pane solo perch siete le figlie di quella povera anima! Le avviliva fino a farle diventare cupe e taciturne e a condurle in riflessioni profonde, piene di cattiveria, di dolore, e di crudelt.
Giungevano le mani impotenti, non sapendo in quale modo avrebbero potuto scansare la fame, non sapendo ci che dovevano fare per non morirne. Caterina non riusciva a trovare un lavoro che permettesse loro di vivere la vita grama e tranquilla di tutti quelli che guadagnano il pane col sudore della propria fronte; era andata in giro a supplicare uomini forti e potenti, aveva pregato Sua Signoria Gardi, e tutto era stato inutile; forse avrebbe potuto cercare ancora, avrebbe potuto supplicare altri uomini forti e potenti, ma ella, umiliandosi e confessando ad ognuno di questi uomini di aver fame, senza essere riuscita ad altro che ad ottenere una compassione effimera e opprimente, giudicava altri tentativi vani e stupidi, e diceva ridendo, ma di un riso doloroso, mentre una luce un po' selvaggia brillava nei suoi occhi, a Rachele e ad Elisabetta: A nessuno importa se noi moriamo o no... Infine hanno ragione. Non ci conoscono, non sanno ci che veramente soffriamo e non comprenderanno mai, ci che vuoi dire avere veramente fame...
Caterina era stanca e molte illusioni erano cadute dal suo cuore e dalla sua mente. Ella aveva netta l'impressione che nel mondo vi fosse molta cattiveria, egoismo e indifferenza. Naturalmente ella non si sbagliava. Sentiva il desiderio di elevarsi, di allontanare quel fango e quella fame che incominciavano ad insozzare la sua casa, e non riuscendovi si avviliva. Nel sentirsi chiamare "sgualdrina!" da Nicola Marasca, balzava in piedi, stringeva i pugni, e la sua fronte si coloriva di un rosso intenso. Poi lasciava cadere le braccia e si metteva a singhiozzare.
Rachele aveva cessato di mostrarsi di fronte alle sorelle, afflitta e angustiata. Aveva abbandonato la testa sul lavabo e in quell'attitudine, i lunghi riccioli neri le toccavano quasi le spalle. Con la fronte corrugata ella rifletteva, e ogni tanto l'ombra di un sorriso si disegnava sulla sua bocca sensuale. Rachele non vedeva pi quello che la circondava, sebbene tenesse i grandi occhi spalancati: pensava.
Non vedeva pi Caterina ed Elisabetta. Al rumore che fece Elisabetta nello sbattere il tappeto e nel coricarvisi sopra, dopo averlo steso sul pavimento, dinanzi al balcone, Rachele trasal, guard sua sorella Caterina e poi si chiuse il bel volto fra le mani.
S'era fatto quasi buio: un'ondata improvvisa di profumi entr nella sudicia camera, riempiendola della fragranza voluttuosa della zagara in boccio.
I due giovani alberi della casa dirimpetto, coi loro fiori nivei, nella tranquilla dolcezza notturna, purificavano il vico.
Rachele pensava che era giovine, forte e bella; vedeva davanti a s una strada piena di sole e per quella strada e in tutto quel sole certamente un uomo sarebbe venuto verso di lei. Rachele si figur quest'uomo alto, intelligente e ricco: che fosse bello o no le era indifferente; anzi lo preferiva forte e brutto, per egli doveva possedere due occhi bellissimi, che nel fissarla prenderebbero una luce di orgoglio e di dolcezza: Rachele, ecco, io sono venuto, le avrebbe detto teneramente, Rachele, tu sei bella... vieni... Poi si sarebbe curvato su di lei e l'avrebbe baciata sulla bocca. Rachele impallid, respir forte e si chiuse interamente il viso fra le mani.
Assorta nel suo sogno provava una felicit [...] ed egoista e non si domandava ci che sarebbe accaduto di Caterina o di Elisabetta, quando ella sarebbe andata via col suo sposo, n si preoccupava di fantasticare qualche cosa di simile per loro.
Rachele amava Caterina ed Elisabetta, mamm e i piccini, e avrebbe fatto anche dei grandi sacrifizi per tutti. In quel momento, per, Rachele si dimenticava di quella camera sudicia, ed era felice.
Caterina respirava con gli occhi socchiusi, l'aria profumata. I suoi pensieri subivano un corso pi lento e pi vitale. Ella aveva il cuore gonfio di tenerezza. Era diventata pallida in volto; a tratti arrossiva violentemente. Aveva l'animo inquieto, i sensi svegli e frementi e si mordeva la bocca per non piangere.
La piccola Elisabetta, sdraiata sul tappeto, agitava fra le mani ritmicamente il nastro rosso e pensava con un sentimento dolce, che le faceva quasi mancare il cuore, mentre sorrideva, al viso strano di Alessio Ferri e al tono severo e carezzevole della sua voce.
Uno sbuffo d'aria riemp di un profumo pi acuto, stordente, quasi carnale, la camera. Caterina riapr gli occhi e guard Rachele ed Elisabetta: Rachele stava immobile, col viso seminascosto fra le mani; Elisabetta sdraiata sempre sul tappeto, con gli occhi spalancati e la bocca socchiusa respirava fortemente. Le fanciulle tacevano oppresse da qualche cosa di dolce e di violento. Piano Caterina incominci a singhiozzare.
Caterina considerava con severit s stessa. Le sue idee sull'amore erano intime e profonde: comprendeva di essere una creatura forte, capace di appagare col suo ardore un uomo.
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Capitolo 7.
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Fu in uno di quei caldi pomeriggi di giugno che Elisabetta si precipit in terrazza spaventata. Si avvicin a Rachele con gli occhi spalancati dal terrore. Ah! Rachele, vieni, vieni! e tir Rachele bruscamente per il braccio.
Rachele rialz il viso. La ruga che le tagliava, nella luce cruda di quell'ora pomeridiana, la bella fronte, non si spian. Guard di traverso la sorella, che agitata, continuava a scuoterla per le spalle.
Mamm e Caterina sono dai Ferri... Le ha chiamate Anna per la canfora... ne avevamo un poco, di quella che usiamo per le crisi di Paolo, e l'abbiamo portata ai Ferri... Ah! Rachele... che paura! Vieni... puoi vedere anche tu... il signor Alessio  buono.. vi  anche quell'altro... Maurizio.. mi pare... Elisabetta parlava con accento cupo, con la fisonomia sconvolta da una paura grande e da una curiosit piena di esaltazione. Povera signora! Si pu morire cos?  impressionante: ha la schiuma alla bocca... ha il viso come questo mattone... Io scendo Chele. Vieni anche tu... e cercava di trascinare la sorella nella foga delle sue parole arruffate. Che hai Rachele? esclam col viso ancora sconvolto, ma con un moto di sorpresa, vedendo una luce cattiva e risoluta brillare come nei momenti bruschi, negli occhi di Rachele.
Io? Nulla... vattene Elisabetta... e lasciami... disse Rachele con la ruga approfondita nella fronte. Vattene... non voglio sentire niente, proruppe dopo con brutalit. E si accomod meglio in una posa accasciata sul sedile.
Oh! disse Elisabetta senza guardarla, tutta presa dal suo sentimento di terrore. Io scendo. Volt le spalle alla sorella e si avvi decisamente verso l'abbaino. Prima di scomparire si volse a guardare Rachele. Vieni dunque... Signore! com' brutto vedere... vieni, Chele! e si precipit. Scese con le gambe un po' tremanti tutta la prima rampa delle scale e arrivata sul pianerottolo, invece d'imboccare la sua porta, svolt a sinistra e spinse con timidezza la porta socchiusa dei Ferri.
Certo se la piccola Elisabetta non avesse saputo, che dai Ferri si trovavano da un pezzo, cio dal principio della crisi della signora, Caterina e sua madre, e se Alessio Ferri pur nell'angoscia per l'attacco epilettico di sua madre, non le avesse sorriso, (quando era entrata a portare la canfora) con un non so che di incoraggiante negli occhi grigi, ella non avrebbe spinto la porta dei vicini, con tanta naturalezza.
La fanciulla era in preda ad un'angoscia mai fin'allora conosciuta; perch l'angoscia nel vedere il padre morto, era stata solo di un attimo nel suo cuore, quando ella lo aveva scorto sul tappeto lungo e disteso con la tempia fracassata, ma era stata un'angoscia diversa. Ora Elisabetta, a quello spettacolo inaspettato di un corpo umano nella furia demente della crisi, che eruttava bava e schiuma verdastra dalla bocca e si dibatteva sul pavimento con contorcimenti spaventosi del ventre e delle anche, con mugolii, urli, gemiti che sibilavano fra la chiostra serrata dei denti, provava il bisogno di affondare le mani nei capelli biondi che si bagnavano alla radice, di chiudere gli occhi per non pi guardare quell'atrocit, che era ingiusta e orribile, orribile e ingiusta, gemeva dentro di s la piccola Elisabetta; di sottrarsi a quella vista ripugnante che la faceva morire, di rincantucciarsi, farsi piccina piccina e chiedere protezione a qualcuno, per qualche cosa di terribile che pareva dovesse accaderle di momento in momento.
Per Elisabetta sgranava sempre pi i grandi occhi, tremando, appoggiata alla spalliera del letto, in quella camera estranea e ordinata, soffocante per l'odore della canfora e degli aromi, e fissava, affascinata dal suo stesso terrore, il corpo di Rosa Ferri sbattere e brancolare di traverso sul tappeto, coi piedi rigidi, calzati di scarpe nere, le mani bianche come la cera, confitte crudelmente nella gola terrea, un po' gonfia, come per togliere il peso dell'aria che non entrava per le narici e per la bocca contorta e spalancata. A tratti la donna tirava fuori la lingua scura, grossa, e mugolava disperatamente. E su quel viso verde che pareva una maschera di ludibrio, si leggeva un'angoscia mortale: quella della sofferenza inconsapevole, folle, spaventosa.
La piccola Elisabetta stava per scoppiare in singhiozzi.
Maurizio Ferri aveva preso sua madre per la vita, l'aveva stretta brutalmente per trattenerla, le aveva sollevato il viso all'altezza dei suoi occhi e poi s'era rivolto verso Caterina che guardava la scena con la fronte corrugata e le labbra socchiuse di orrore... Datemi, vi prego, la bacinella...
Caterina gir gli occhi sbigottita, ma Alessio fu pronto a prendere dal lavabo la bacinella piena di acqua limpida e a porgerla al fratello.
Prendetela voi, signorina, disse ancora Maurizio con la fronte aggrottata. Alessio tienila forte... no.. cos... pi forte...
Il viso di Alessio divenne rosso nello sforzo poderoso di stringere sul petto l'epilettica che si dibatteva incessantemente e annaspava l'aria con le braccia.
Maurizio si curv verso la fanciulla e prese nel cavo della mano l'acqua fresca. Incominci a spruzzare fortemente sul volto, sulle tempie, sul petto scoperto, la madre.
L'acqua schiaffeggiava brutalmente la donna che si dibatteva e ringhiava pi forte.
Signore! balbett atterrita la madre.
Anna si precipit con l'aceto aromatico. Maurizio strofin le tempie, le narici, la fronte dell'ammalata ed infine le vers il contenuto della bottiglia sulla fronte, sempre con un'aria sofferente, ma con un non so che di brutale sul viso.
La doccia aromatica scivol in lunghi rivoli, sulle guancie esangui, fino sul petto quasi interamente nudo della signora.
Alessio alz gli occhi e vide la piccola Elisabetta terrorizzata. La fanciulla teneva la testa bionda abbassata fra le mani e tremava. Alessio le sorrise con seriet, come per farla star buona.
Le guancie di Elisabetta si colorirono, ma continuando a fissare Alessio che s'era chinato sulla madre, ella non pot trattenere un piccolo grido d'orrore, scorgendo come la poveretta, dibattendosi, sfuggisse dalle braccia del giovane, scivolasse di nuovo sul pavimento, e dondolando la testa, inarcando le reni, insanguinandosi la bocca in quella convulsione spasmodica, per la compressione cruda dei denti sulle labbra, cercasse di mordere e scacciare chiunque le si avvicinasse. Qui Elisabetta non pot resistere pi a lungo, volse le spalle e fugg per il corridoio, spinse la porta d'entrata e si precipit in terrazza.
Prov un senso di liberazione, ma la sua mente era tuttavia piena del terrore della morte. Aveva l'impressione che Rosa Ferri agonizzasse.
Questo lo disse affannosamente a Rachele. La piccola Elisabetta provava orrore e nondimeno voleva vedere, scendere presso Caterina e la madre, e guardare, pur sentendosi morire guardando, Rosa Ferri contorcersi sul pavimento.
Pensieri di una tragica semplicit passavano nella mente di Elisabetta: si pu dunque morire!
Rachele non l'aveva ascoltata, le aveva risposto invece brutalmente, ed ella s'era precipitata di nuovo per le scale ed era entrata dai Ferri. Nel corridoio semibuio, vide Alessio che stava per entrare nello studio.
Oh! non entrate, vi prego... le disse egli fermandosele dinnanzi con quell'aria severa che la piccola Elisabetta gli conosceva. Avete paura, nevvero?
S, rispose Elisabetta.
Adesso mamm sta molto meglio e riposa nel letto, Maurizio le ha fatto l'iniezione e si  calmata. Speriamo che la crisi non ritorni.
Non c' pericolo? chiese Elisabetta.
Alessio sospir. No... sono crisi, purtroppo, che si ripetono spesso. Forse per oggi non succeder pi... Elisabetta era orribilmente sorpresa della calma di Alessio. Egli non doveva aver cuore se parlava cos, dopo quell'atroce spettacolo. Impallid nel viso. Non si pu morire cos?
Alessio fece un gesto vago. Vi prego, disse a voce alta, non entrate... andate invece a giuocare sulla terrazza... e la voce di Alessio divenne morbida. Guard carezzevolmente la fanciulla. Via, ubbidite... se siete buona vi vorr molto bene. La sua bocca grande si schiar in un sorriso dolce e gli occhi grigi ebbero un lampo di tenera ironia.
Elisabetta rimase confusa. La sua bella bocca non rispose al sorriso del giovane. Non sapeva che dire. Cate e mamm non vengono via? domand dopo timidamente.
Alessio rimase un istante pensoso. Vostra sorella  una ragazza forte, si vede dal suo viso...  ancora di l... ha aiutato a mettere a letto mia madre... Ah! vostra madre  stata gentile;  andata a prendere del caff... adesso ritorner. Alessio guard bene in viso la giovane creatura. Non poteva credere ai suoi occhi, nel contemplare quella fanciulla, intravista appena sulla terrazza in una gloria di sole, in quell'attitudine accasciata. Si chin verso di lei. Non v'impressionate cos... andate subito subito a giuocare con Nicola. Tornerete un'altra volta... domani, volete? Mia madre star meglio e sar felice di conoscere una fanciulla come voi... via, via... volete saperlo? Mi piacete assai di pi di... come si chiama vostra sorella?... Ah!... Caterina... nevvero? Ebbene, siete tanto pi graziosa di lei... ma sorridete... altrimenti finir col preferire Caterina...
Alessio le parlava, curvo sopra di lei con tenerezza scherzosa, con la familiarit dei meridionali, i quali, dieci minuti dopo la conoscenza, sono grandi amici, gesticolano e si parlano confidenzialmente.
La piccola Elisabetta arross. Allora me ne vado, disse terribilmente confusa.
Alessio l'accompagn fino alla porta. Anch'io vado... La fisonomia del giovane si contrasse e una ruga profonda solc la sua fronte bianca. Allora... domani? torn a dire con seriet.
Elisabetta nell'uscire chin il capo affermativamente.
Alessio ritorn nel corridoio, si ferm dinnanzi al portamantelli, prese il suo cappello e il suo pastrano grigio un po' malandato. Poi entr nella stanza della madre dove stavano Caterina e Maurizio.
Dorme? sussurr.
Maurizio s'abbass sull'ammalata che giaceva nel letto semisvenuta, con la coperta di seta gialla, frangiata di merletti color avorio, tirata fin sulle spalle. Il respiro  regolare, il cuore batte normalmente, anche il polso va bene... non vi  pi nulla da temere...
Io vado a trovare... beh!... io vado via, disse Alessio sempre a bassa voce, non torner tardi. S'inchin correttamente dinanzi a Caterina che stava ai piedi del letto con aria vaga. Grazie signorina... adesso spero che noi saremo molto amici... ho rimandato vostra sorella, la piccina moriva di paura... voi siete forte per, potete sopportare tutto...
Caterina alz gli occhi in faccia ad Alessio e sorrise.
Ascoltate, disse Alessio (il sorriso di Caterina non gli piacque), domani condurrete qui vostra sorella... deve pensare che non sono buono... invece io lo sono e molto. Non ci credete? Domandatelo a Maurizio... addio, Maurizio! fece un cenno di saluto a Caterina, guard appena la madre che riposava, coi capelli sfatti, pallidissima, nel letto e usc piano, piano, con passo leggero, dalla stanza.
Maurizio e Caterina passarono nello studio. Quella camera  opprimente... faremo poi pulire da Anna. Vedete, adesso  necessario il riposo assoluto. Maurizio parlava senza guardare la giovane, in tono irritato, lievemente abbattuto. Succede sempre cos... non vi  rimedio... Si mise a camminare concitatamente per la stanza.
Nessuno? disse Caterina sopra pensieri.
Maurizio sorrise sprezzantemente. No.
Caterina fiss un attimo, un punto del soffitto. Alfonsia le aveva detto di attendere e le aveva suggerito all'orecchio, di essere cortese coi Ferri.
Sedetevi, disse Maurizio e la guard in piena luce, esaminandola dalla testa ai piedi. Gli parve brutta e ne fu seccato. Egli apprezzava le donne relativamente alla loro bellezza e alla loro sensualit.
Esse non potevano offrire altro.
Il viso di Caterina gli parve magro, gli occhi troppo scuri, di un bagliore rapido e fosco, i contorni della faccia irregolari, la bocca imperiosa, di un disegno bello e marcato, ma che confermava una decisione e una fermezza di carattere troppo rara per una fanciulla.
Questa singolarit gli piacque. Abbass lo sguardo sul corpo di lei e lo esamin con compiacimento. Era un po' esile nelle spalle e nella vita, ma il busto appariva di una complessione e di una delicatezza ammirabili, le gambe che ella aveva incrociate e scoperte fino al polpaccio apparivano tornite, senza un difetto.
Uno stelo stupendo, pens Maurizio e rialz i suoi bellissimi occhi per fermarli sui seni gonfi di Caterina.
 un provocare... disse Maurizio, spogliando tutta la fanciulla con lo sguardo. Caterina s'era accorta che il giovane la contemplava in silenzio ed era rimasta indifferente. Pensava a molte cose diverse, fra l'altro alle risposte e agli occhi cattivi di Rachele. Cosa avr mai Rachele, oggi? si domand.
Vostra madre  andata a prendere il caff, disse Maurizio.
Caterina si anim. S, signore... sapete ci che  successo? Voi, non potete indovinare... Mamm voleva certo portare il caff che io avevo precedentemente fatto, perch io bevo molto caff, era di quello forte... ma lo zio si sar intromesso con le sue insopportabili opposizioni (perch lo zio Nicola  insopportabile), e Caterina sorrise con ironia, dandosi una espressione di cattiveria, lo avr voluto fare lui, mettendoci un'attenzione opprimente... per il caff  l'unica cosa che egli sappia fare molte bene...
Maurizio rimase sorpreso dalla voce alta, un po' roca della fanciulla, del suo linguaggio, dell'espressione crudele del suo viso.
Odiate vostro zio? le domand con curiosit. Erano vicini di casa e sapeva che i Marasca odiavano il vecchio che si ubbriacava e le ingiuriava ogni giorno, ma era curioso di conoscere se Caterina avrebbe mentito.
Caterina sospir. S, disse.
E perch non lo allontanate? gli domand negligentemente.
Un lampo pass negli occhi di Caterina. Perch? fece. Guard il pavimento lucido dello studio, i cortinaggi bianchi di merletto alla finestra, la scrivania grande di pura noce, piena di libri, le scansie zeppe di libri, senza un granello di polvere, i puttini sulle mensole scure e lustre; concentr nel suo sguardo, tutto l'ordine e l'equilibrio di quella camera borghese e sospir di nuovo. Studiate? domand al giovane. Io avrei voluto studiare moltissimo, per conoscere...
Che cosa? La verit?... proruppe Maurizio, scuotendo la sua testa scultorea con disprezzo.
Caterina rimase pensierosa. Maurizio not che ella era sempre immersa in un atteggiamento cupo e sorrideva nel parlare molto di rado, per, quando lo faceva, la sua fisonomia s'illuminava di dolcezza o s'intorbidiva di crudelt.
Il sole batt sui capelli di Caterina facendoli risplendere. Sembrava pi pallida in volto. Maurizio osserv i riccioli lunghi disordinati di Caterina: erano di un biondo forte, corrusco, in alcuni punti pieno di ombra. Quel biondo non dava nessuna dolcezza alla fanciulla, anzi pareva le accrescesse quell'espressione fosca e imperiosa.
Allora vostra madre non guarir mai? disse Caterina con angustia, perch ella pensava cose tristi.
Mai, rispose il giovane con tono brutale, poi soggiunse, guardando davanti a s: La scienza se pur non  completamente impotente, non generer che degli aborti...
Caterina sollev lo sguardo verso di lui. Voi credete?... tacque. Forse avete ragione... disse poi.
La voce ferma di lei, scosse di nuovo Maurizio. Siete una studiosa?
No. Mi sarebbe piaciuto esserlo... adesso non cerco che del lavoro.  triste non  vero? e sorrise con malinconia. Vorrei che Elisabetta, continuasse negli studi... ma non ci riusciremo, anche per Nicola, mi sembra sia impossibile... Nicola non  un idiota...  il mio fratellino, un bambino intelligentissimo, e purtroppo egli... tacque accorgendosi di parlare, in un tono troppo aspro e amaro.
Credete che vostra madre non abbia bisogno di nulla? domand con la fronte spianata.
Maurizio fece un gesto di diniego. Osservava con interesse crescente la fanciulla.
Lo zio Nicola  molto pi idiota di quello che credevo... a quest'ora Elisabetta e mamm fremono... appunto per questo non vado a sollecitare, e Caterina rise, con la bocca rossa, rovesciando indietro la testa, con quell'espressione accentuata di crudelt, ma che questa volta nel riso un po' largo e umido prendeva una certa grazia torbida e sensuale. Maurizio sorrise con compiacenza. Quella creatura era strana e sincera. Rivelava senza alcuna civetteria, senza sottigliezze bugiarde, il suo temperamento. Era intelligente? Le donne non lo sono troppo, generalmente. Aveva forse una mentalit mediocre. In ogni modo sembrava orgogliosa e di quel carattere forte, che solo negli abbattimenti profondi poteva diventare passivo... o addirittura terribile; di questo Maurizio non aveva alcun dubbio.
Caterina si lev e guard tutto intorno. Come tiene ordinato, vostra madre, pare impossibile che noi si abiti nello stesso stabile... abbass gli occhi e dopo li diresse alla finestra. Che strada fetida! esclam con disgusto.  un'indecenza... alle volte mi avvilisco contemplandola...
Maurizio scoppi a ridere. La trovate lurida? Evvia... non vi  tanto da disgustarsi poi.
Caterina ebbe un moto di alterigia. Voi siete molto giovane e studiate... infine siete di passaggio... forse trovate della poesia anche in codesto vico... Per me  molto diverso... Sono una donna e... Ah! mamm, eccola!...
Maurizio continu a ridere allegramente. Disingannatevi, non credo nella poesia, come non credo in tante altre cose... Per vi lasciate abbattere. Siete una donna, eppoi... e si diresse verso la porta fissando un'ultima volta Caterina con un'occhiata che riusc ad umiliarla.
Ella s'incammin per il corridoio, dietro il giovane. Alfonsia venne avanti seguita da Nicola che reggeva una grande caffettiera.
Scusate, signore, diss'ella con il suo accento largo e dolce, rivolgendosi a Maurizio, mio cognato ha voluto preparare del nuovo caff, sebbene Caterina lo avesse fatto...
Caterina ammicc. Io l'avevo detto mamm al signore... quali commenti ha fatto lo zio Nicola? Ah! dimmi Nicola, ha parlato delle pillole?
S, s, Cate, e il fanciullo sorrise e parl forte senza commuoversi della presenza di Maurizio. Ha detto pure che il signore  un asino appunto perch  un medico... e indic Maurizio, il quale rise senza prendersela, che egli sarebbe venuto subito a dargli una vera lezione per la cura... di quale cura ha parlato lo zio Nicola, mamm? e Nicola s'interruppe perplesso.
Zitto Nicola, disse con dolcezza la madre.
Psss. fece Maurizio e carezz i capelli di Nicola. Prese il caff ringraziando.
Andiamo Caterina, disse la madre, speriamo che tutto vada bene... Domani, torneremo... Arrivederci, signore, pregher per vostra madre stasera...
Maurizio guard di sotto in su la madre con indulgenza, e poi Caterina, e s'accorse che ella era arrossita.
...
Quando rientrarono nella loro casa Caterina fu colpita dall'oscurit, dal disordine e dalla sporcizia che regnavano nelle loro camere. Guard i letti sfatti, sebbene fosse gi notte, con i lenzuoli buttati disordinatamente sulla spalliera e li ferm un po' pi a lungo sulla lana ingiallita che sbucava da una larga stracciatura del materasso, su cui attualmente dormiva Nicola Marasca. Alcuni batuffoli erano sparsi sul pavimento e la piccina giuocava con essi, mettendoseli nella matassa dei capelli bruni con un gran riso negli occhioni spalancati e soffiando in giro con la piccola bocca, spingeva i batuffoli sempre pi lontani, fin quasi sotto il letto.
Caterina alz le spalle dopo averla contemplata senza sorriderle una sola volta. Entr nella cucina, senza scopo. Nicola Marasca fumava in un angolo, col capo grosso e grigio affondato nelle spalle e aveva un atteggiamento abbattuto che i riflessi rossi della fiamma del fornello illuminavano torbidamente. Egli non sollev gli occhi per guardare Caterina, anzi non la sent nemmeno. Ella rimase immobile due minuti, soffocata dal caldo che veniva dalla cucina con le imposte della finestra semichiuse, e si domand con irritazione, di che cosa fosse fatto quell'uomo taciturno, che cosa sentisse quell'anima, che cosa egli potesse pensare in quel momento preciso. Per poco non scoppi a ridere con quella crudelt che metteva spesso nel suo riso, riflettendo, che lo zio Nicola era un idiota, un essere privo di logica di pensiero, di cuore. Sembrava in quell'attitudine, un uomo oppresso da una grande disgrazia. Ebbene, non era punto vero, la sua faccia mentiva. Egli era calmo e felice. Sent di odiarlo quella sera, pi fortemente ancora delle altre. Volse le spalle alla cucina e si diresse nello stanzino anch'esso semibuio. Il balconcino era aperto ed era forse la parte pi pulita della casa. Vi erano molti vasi di terra, con pianticelle verdissime che abbellivano l'andito e riuscivano a renderlo fresco, dandogli un'aria di pace e di sicurezza. Rachele curava le piante e le annaffiava ogni giorno. Per Caterina sarebbero gi morte da tempo.
La madre, appena rientrata dai Ferri era venuta col a sedersi insieme a Virginia per districare delle matasse di lana. Caterina s'irrit ancora di pi nel contemplare la calma di sua madre, nel vedere come ella discorresse dolcemente con la serva. Che schifo d'amante, questa! pens con disgusto Caterina, diventando rossa nel viso. Possibile? Mamm si rassegnava a tutto? Non aveva sentimento? Non aveva volont? Anima? Sensi?
Un sorriso aspro, contrasse la bocca di Caterina. No. Niente. Sua madre non possedeva altro che quella esasperante dolcezza sul viso e nella voce, quella sterile morale che le rigava la fronte, quei grandi occhi sempre angosciati, quel piegare dimesso della testa. Nemmeno la fame era riuscita a scuoterla. Morirebbe senza un lamento. Che cosa  una creatura fatta cos, dunque? Come pu definirsi essa? Ah! ogni vitalit era stata soffocata in sua madre da quei dogmi stessi che avvizziscono il pensiero. Caterina sent una sferzata nell'anima. Ella? Mai... mai... piegherebbe la testa! Mai rinunzierebbe all'ebbrezza calda del pensiero, della fantasia accesa, al tumulto delle passioni che infuocavano la sua mente. Respir a lungo. Poi guard Virginia... quell'intrusa idiota quanto Nicola Marasca, che odiava; quella donna riusciva, non sapeva perch, ad avvilirla.
Non poteva sopportare in alcuni momenti il viso lungo e stupido di Virginia e quei suoi occhi brutti e felici.
Caterina pensava. Alla fine delle sue riflessioni la fanciulla restava con la bocca amara. Ella rapidamente restringeva il suo pensiero quanto pi l'approfondiva, facendolo cos circoscritto, da abbassarsi moralmente. Si metteva al livello di Virginia. Prima di tutto Virginia era una povera creatura. Essa non aveva colpa se era nata brutta e deficiente, se apparteneva ad una classe inferiore, se il suo cervello era ottuso, se il suo cuore contava solo le pulsazioni fisiologiche.
Virginia non era responsabile n dei suoi difetti fisici, n dei suoi difetti morali. Se un solo spiraglio d'intelligenza si fosse aperto nel suo cervello, avrebbe dovuto maledire Dio e la natura. Ecco tutto. Essa era una creatura di carne come lei, come Rachele, come la piccola Elisabetta e aveva i medesimi istinti e gli stessi bisogni di tutti. Si ha torto di considerarsi essere superiori quando, pensandoci molto bene, tutte le creature sono dominate dall'istinto e si somigliano nella scorza primitiva in modo cos straordinario fra loro. Appoggiava le mani alle tempie. Allora io sono uguale a Virginia? si domandava corrugando la fronte. In un attimo tutte le sue riflessioni cadevano, uccise dalla superba crollata della sua testa bionda. No.
Caterina rimase ancora un poco nel balconcino a guardare lontano, con gli occhi scuri spalancati, e la bocca rossa e fremente socchiusa per respirare con libert.
Caterina si volt. La sua bella persona spiccava nell'ombra e l'ombra stessa accresceva il pallore del suo volto. Poi ella silenziosamente usc dallo stanzino ed entr nella stanza matrimoniale. Anche qui il letto era sfatto, coi materassi grigi, aggrovigliati; due guanciali giacevano uno ai piedi del letto e uno sotto l'armadio e biancheggiavano sul pavimento. Vicino al lavabo s'era formata una pozzanghera d'acqua che qualcuno poco prima aveva lasciato cadere maldestramente dalla bacinella e un pezzo di sapone duro si equilibrava, ancora pieno di spuma, sulla venatura delicata del marmo.
Era troppo presto per accendere la luce. Elisabetta e Rachele stavano entrambe silenziose, l'una sdraiata sui materassi, l'altra sulla sedia spagliata coperta dal cuscino di percalle che affondava e sfuggiva sotto il peso di Rachele facendola stare a disagio. Ogni tanto Rachele si curvava sussultando per vedere se mai vi fosse qualche cimice; adesso non lasciavano pi le sedie spagliate. Si guardava il vestito, rialzandolo sulle gambe nude e poi rilasciava cadere le vesti e appoggiava la fronte rovente sul palmo delle mani. Caterina socchiuse gli occhi disgustata dalla camera, dal silenzio, dall'abbattimento di Rachele.
Sempre cos... ogni giorno cos... mormor con la nausea scolpita nel volto. Non si preoccup di rialzare i cuscini e anch'ella and a sedersi sul letto. Sentiva una pesantezza cupa nelle membra, ma aveva una forza affannosa nel cuore e nella mente. Bisogna agire, sollevarsi, cambiare aria... qui si muore. Lavoro! Lavoro!
Ecco quello che le occorreva: lavorare; lo doveva. Cercare ancora questo lavoro, elevarsi era necessario. Sarebbero morti soffocati in quella vita.
Appoggi le mani dietro la nuca col suo gesto abituale e guard la piccola Elisabetta. La fanciulla era triste. Lo spettacolo intravisto dai Ferri l'aveva colpita fin nelle pi remote latebre del cuore e glielo aveva riempito di terrore. Pi che il pensiero era il cuore che tremava nella piccola Elisabetta. S'era messa a pensare alla morte. Le apparve cos inevitabile che essa venisse un giorno, tutto ad un tratto, per annientarla, cos come la malattia della signora Ferri, che il cuore si mise a battere a precipizio nel suo petto e le si empirono gli occhi di lacrime. Non ci aveva pensato mai. Dunque, oltre la fame, si poteva provare qualche cosa di pi terribile. Non ardiva parlarne a Rachele perch ella era scesa dalla terrazza pi accigliata che mai, con le labbra contratte e non aveva accennato una sola volta a dire una parola. Anche Caterina pareva concentrata in s stessa, ma i suoi occhi scintillavano.
Elisabetta si sollev sul letto. Caterina, mormor turbatissima, noi dobbiamo morire un giorno... Caterina rimase taciturna. Cate, non temi la morte tu? le domand impallidendo.
Caterina la fiss con uno sguardo distratto, giocherellando con le fettuccie dei materassi. S. E pos negligentemente un piede sul cuscino che si trovava per terra. Dimentic Elisabetta. Rachele ti pare si possa continuare cos?
Elisabetta si alz, usc dalla stanza un momento. Anche Caterina si alz e si avvicin a Rachele fino a mettersele di fronte. Si chin eccitata verso di lei. Che hai Rachele?
Rachele non rispose.
Ah, viviamo per non morire con lo zio Nicola e con la sua amante. Egli si ubbriaca e si prende il diritto di chiamarci "sgualdrine"! grid brutalmente Caterina non curandosi di abbassare la voce e calc sulla parola "sgualdrine". Si eresse e scosse superbamente le spalle, come faceva, nei suoi momenti di violenza. Altrimenti sarebbe inutile, la fame ci costringerebbe ad uscire... E poi Rachele?
Rachele la guardava col viso aggrottato.
Ah!  nauseante lo stesso! proruppe dopo Caterina.
Elisabetta rientrando aveva udito le ultime parole ma molto distrattamente. L'anima limpida della fanciulla sorvolava leggera su tutte le cose oscure, su tutti i discorsi ambigui, su tutti gli atti brutali che da quando era incominciata la fame degradante succedevano quotidianamente nella casa, senza punto insozzarsi. Anche nel derubare Nicola Marasca, Elisabetta sentiva una certa leggerezza nell'anima. Non credeva di far male. Nessun male... Aveva gli occhi cos dolci e chiari la piccola Elisabetta, tanto pi dolci e chiari di quelli di Caterina e di Rachele... e perfino pi dolci e pi chiari di quelli di Nicola...
Credi Cate, che non sia meglio sopportare tutto anzich la morte? domand animata la fanciulla. La morte mi fa paura, una paura terribile Cate... e chin il bel viso adolescente rabbrividendo. Oh! mi piace vivere! soggiunse rialzando gli occhi eccitata e sorrise con dolcezza rivolgendosi verso sua sorella Rachele.
Rachele non aveva ascoltato una parola di Caterina e di Elisabetta senza sentirsene irritata profondamente. Era angustiata: ma non voleva parlare con nessuno; strinse la bella bocca e stette seduta, con le mani strette alle tempie. Doveva ancora recarsi da Bruno Carrara? Non sapeva rispondere a questa domanda. La sua umiliazione, raggiungeva un grado cos intenso, da farla diventare molto cattiva. In quel momento avrebbe fatto del male a chiunque. Prima di tutto Carrara si era avvicinato a lei molto familiarmente. Sentite, Rachele Marasca, ho da dirvi delle cose molto importanti...
Ella aveva sussultato nel sentire le mani di lui sulle spalle, ma aveva curvato con sofferenza la testa essendo una sottoposta, riflettendo rapidamente, che, nell'ordinario delle cose, ogni comando del padrone (sia pure detto e fatto a quel modo) faceva parte della sua subordinazione. Ma il suo bel viso s'era contratto.
Sentite, aveva ripetuto egli. All'improvviso s'era allontanato e si era messo a passeggiare per la stanza. Un campanello in quel momento prese a squillare furiosamente. Carrara con la fronte corrugata si avvicin al telefono. Pronto! Ecle? sei tu? Ah! Benissimo! Benissimo! e aveva riso. S, cara, torner molto presto... pi presto di quel che vuoi... e aveva riso ancora. Ma s, Ecle... ti ubbidir... Addio caruccia!... Agganci il ricevitore e riprese a sfogliare delle carte sul tavolo. Rachele aspettava che egli parlasse. Egli era seccato. Evidentemente pensava alla moglie che con quella telefonata era stata noiosa... Che c'entro io con il berretto e i polsini di suo fratello? Un leggero sorriso gli sfior la bocca. Egli amava con passione la sua giovane e bionda Ecle.
Rachele coi gomiti appoggiati sul tavolo s'era distratta. Seguiva con gli occhi il volo di due mosche e ne udiva distintamente il ronzio.
Bruno Carrara s'era avvicinato al tavolo. E cos? aveva ripreso carezzandosi i capelli. Dunque Rachele... s'interruppe, respir, divenne tutto ad un tratto pallido in volto e chinandosi con rapidit, baci la mano nuda di Rachele.
Rachele s'era alzata di colpo e aveva spalancato gli occhi per lo stupore. Carrara aveva sollevato i suoi e la guardava dritto con un'espressione cos torbida e cos chiara che Rachele si lasci cadere storditamente sulla sedia.
Cos Bruno Carrara, si chin e la baci sulla nuca. Rachele sent il bacio sfiorarle la pelle, trapassarla, darle un brivido dalla testa al tallone. Quella bocca di uomo compressa per la prima volta nelle sue carni vergini di contatti l'aveva fatta trasalire tutta sensualmente. Era annientata.
Quando rialz la bella testa, mettendosi d'istinto le dita fredde fra le ciocche che si arruffavano sulla fronte, Bruno Carrara era uscito dalla stanza. Allora l'umiliazione possente agganci l'anima, il cuore, i sensi di Rachele. Io non verr pi qui, grid a se stessa, spasimando di collera, mai pi...
Per la strada si domand con angoscia: Che vuole Carrara da me? e cammin con la fronte aggrottata, concentrandosi in una violenza che si estendeva a tutto e a tutti. Passando per la cucina, appena rientrata, vide Paolo occupato a tormentare, con inconscia malvagit solo per udirne i miagolii disperati, il gattino bianco. In quell'istante desider battere suo fratello e sbattere forte contro le pareti, il gatto bianco. Trov la casa odiosa, lo zio Nicola orribile, Caterina brutta, Elisabetta stupida, i Ferri, di cui ud parlare frequentemente per tutto il pomeriggio, insopportabili. E desider con un piacere crudele, un nuovo attacco a Rosa Ferri. Che importava a lei? Perch, ah! Signore... Carrara l'aveva trattata come l'ultima delle donne... Che si fa in simili casi? Come si agisce? Ella non sapeva niente, non avrebbe detto niente a nessuno, non voleva saper niente. Come dire a tutti questa cosa disgustosa? Umiliarsi dinnanzi a Caterina e dinnanzi a sua madre... Ah! mai... mai... Caterina avrebbe crollato la testa con gli occhi scintillanti... Mai... mai! Rachele corrugava sempre pi la fronte bianca, affondava i denti nel labbro inferiore, dibattendosi nell'angoscia, nella collera e nell'umiliazione. Arrossiva e sentiva il bisogno imperioso di mostrarsi brutale verso qualcuno. Non poteva rispondere a Caterina ma nel vederla in collera quanto lei stessa si morse la bocca per non mettersi a singhiozzare. Lavoro... Caterina parlava di lavoro... Chi avrebbe pagato l'appartamento che occupavano? Lo zio Nicola no, certamente. Egli aveva minacciato di andarsene. Perch Carrara l'aveva baciata? Un brivido la percorse dalla testa ai piedi. Arross. E a poco, a poco una gran confusione si fece nella sua mente.
La voce di Elisabetta si ud. Senti, Cate, non ti  apparso cattivo il viso di Maurizio Ferri? Non so Cate, ma il suo viso...
 bello, interruppe Caterina con accento cupo.
Ah! s,  molto bello, ma nei suoi occhi vi  una certa luce... sapessi com' altero Rachele! Quando egli teneva sua madre...
Elisabetta allarg gli occhi con terrore e impallid.
Rachele si scosse. Lacrime di avvilimento scendevano dai suoi occhi. Si alz dalla sedia, si diresse verso il letto, lo sbarazz dai cuscini ammonticchiati, aggiust il materasso e, sebbene fra poco Virginia dovesse venire a rifarlo per la notte, Rachele vi si gett distesa, affond il bel volto sconvolto nei cuscini e rimase a lungo cos.
Quell'abbandono di Rachele port un senso di tristezza nel cuore della piccola Elisabetta, aggravando in lei quel terrore della morte che non l'aveva sfiorata mai, ma che quella sera la faceva tremare visibilmente.
Cate, ripet avvicinandosi a Caterina, eppure dobbiamo morire tutti, potrei morire in questo momento... rimase annichilita dal suono delle sue stesse parole, dall'oscurit della camera, dalla grande macchia biancastra che formava il letto disfatto, con la forma supina di Rachele dal lato destro, affondata fra i guanciali.
Che vuoi Elisabetta? Anch'io potrei morire ora, disse Caterina nel passare dinnanzi alla giovinetta.
Caterina a poco a poco sent di cadere nell'avvilimento. Aveva bisogno di un eccitante. Corse nella cucina. Nicola Marasca era sempre nel suo angolo, vicino al fornello, avvolto in un'immobilit cupa, che riusc a far battere pi forte il cuore di Caterina. Ella aperse la madia.
Al rumore Nicola Marasca alz il viso, smise di fumare e segu con occhio malevolo, le mosse della fanciulla. Ella trasse la bottiglia dell'acquavite e riemp un bicchiere; pul col dorso della manica il collo della bottiglia e la rimise al suo posto.
Cate, dammela, disse Nicola Marasca posando la pipa.
Non puoi prenderla da te? mormor essa infastidita. Prese il bicchiere fra le sue mani bianche e lo port alle labbra socchiudendo gli occhi. Bevve a piccoli sorsi, quasi con irritazione, e arrivata in fondo per un movimento brusco del gomito, lasci cadere sul petto alcune goccie che le insudiciarono il vestito a rigatine. Pos il bicchiere vuoto e guard Nicola Marasca. Ah! s, disse e si chin. Riaperse la madia avvampando per il calore che le saliva, bruciandola, dal petto, su per la gola, fino agli zigomi, e ne ritrasse la bottiglia. Le era venuto il pensiero che Nicola Marasca nell'alzarsi per prendere l'acquavite, dovesse abbandonare il suo posto e dirigersi nelle stanze, opprimendole col suo aspetto lugubre. Allora ella non avrebbe avuto pi pace fino all'ora di andare a letto.
Con un movimento sgarbato e pieno di alterigia, and a mettere la bottiglia davanti a suo zio e non si cur di porgergli il bicchiere. Volse le spalle senza guardarlo e and a sdraiarsi, pi che a sedersi, in un angolo, nella stanza d'entrata, piccola come un andito e completamente nuda. Caterina respir e sent il suo alito caldo, un po' ebbro sulle mani congiunte. Ogni cosa, ogni oggetto, ogni persona vagava in quei momenti sopra una nebbiolina leggera, leggera. Sentiva le membra piene di una stanchezza quasi voluttuosa; ma il suo cervello e il suo cuore agivano sotto lo stimolo eccitante.
Bandiva ogni incertezza dalla sua mente, ogni pensiero triste. Il suo viso diventava molto pallido, e la bocca si schiudeva per respirare a grandi sorsi l'aria che pareva mancarle.
Era cos che Caterina si assorbiva nei sogni. Impallidiva sempre pi, rovesciando la testa e chiudendo gli occhi. Ah! mormorava, mordendosi la bocca gonfia di tremiti voluttuosi e incrociava le mani sul petto con uno spasimo fisico come se stringesse qualcuno o qualche cosa. Avrebbe voluto che in quei momenti la facessero soffrire per tutto il corpo, che qualcuno la colpisse nel punto pi vitale fino a stremarla e a renderla dolce, con la bocca pallida e i sensi moribondi. Poi era Caterina che avrebbe stretto un uomo giovane e fortissimo fino a soffocarlo, che avrebbe affondato le mani nei suoi capelli scuri e morbidi, li avrebbe attorcigliati fra le sue dita fino alla sofferenza, godendo di vedere il viso di lui pallido, smagrito, con gli occhi semichiusi. Per una volutt indicibile quella vergine altera e spasimante, godeva supremamente, nel turbine acceso della fantasia, di prostrare, schiacciare un uomo, sfinirlo sotto un'immensa dolcezza.
Ella lo annientava con la sua ardente vitalit.
La pi piccola goccia di sangue spariva dal viso rovesciato di Caterina; nell'ombra ella palpitava, con le labbra schiuse; di tanto in tanto un lungo fremito l'agitava tutta. Le palpebre calate smorzavano la gran luce delle pupille imperiose, le narici si dilatavano piene d'ebriet.
Ah! come avrebbe voluto mordere... come si sentiva morire la giovane Cate in quell'ora! Ma ella ridiventava carezzevole e sottomessa e si abbandonava con i polsi indeboliti e gli occhi che si smarrivano, sul petto dell'uomo, aggrappandosi fortemente, comprimendo su lui sempre pi le tempie, fino ad udire tutta intrisa di pianto, un cuore battere solo per lei.
Caterina, fiore cupo dei sensi e del sentimento, singhiozzava nell'ombra nuda dell'andito, su quella sedia spagliata, con le mani bianche strette alle tempie e il pensiero lucido portato molto lontano da un'onda di smisurata passione, al di l di quella casa di fame, oltre quel sudicio ghetto, attraverso il mondo splendido e voluttuoso, retto da un solo impero: il denaro; da una sola forza: il denaro; da una sola felicit: il denaro. E il mondo sfrenava tutte le sue audacie, le sue impurit, le sue follie, sciogliendo fra le dita il getto d'oro, innalzando cantici ebbri, adorando fino all'ultimo anelito, sposando, empio monogamo, l'unico dio: il denaro!
Caterina rabbrividiva orgogliosamente: ebbene, essa gettava il suo disgusto su quell'orda mercenaria ginocchioni sotto il fascino che abbacina; ghignante tra il riso, plaudente nello spasimo; essa aveva nausea di codesti martiri d'iniquit striscianti nella polvere dorata, sempre nell'avvilimento, senza distinzione di classe, pronti a leccare le scarpe del pi potente, al fine di goder la propria parte di sole. Godere ad ogni costo era la massima felicit; godere a qualsiasi prezzo: grattare a bocconi l'esiguo filone d'oro, ma vivere, splendere, abbagliare...
Caterina non era di quelli. Essa scagliava il suo disprezzo ma non malediva.
La fiducia regnava nel cuore di Caterina, immensa, in s stessa; innata e quasi violenta negli altri... Poche volte era stata scossa questa fiducia!
Caterina era giovane. Incominciava appena a vivere nella fame.
Si sentiva pi alta, col cuore puro e i sensi frementi: disprezzava.
Un giorno aveva gridato col volto cupo ad Elisabetta e a Rachele: Sapete ci che farei, se lo potessi? Getterei a bracciate, su dall'alto, monete d'oro, rotonde, pesanti; e le lascerei cadere come una pioggia lampeggiante, sulle principali vie di una citt, fitte, gi come staffilate, a rotoli, con terribile incessante violenza, senza stancarmi mai, sui visi, sulle spalle, sulle mani degli uomini, spasimando di gioia nel buttare sulla folla, sempre pi fitto, sempre pi cruento e doloroso il getto d'oro, morendo di piacere nel vedere lo sconvolgimento, lo scontro, il fragore che avrebbero fatto quelli nella brama suscitata dal rivolo meraviglioso. Bada Rachele, in un'ora di passeggio, con molte luci, musiche voluttuose, profumate eleganze, ipocrisie superbe, false convenzioni... un momento uditemi: uomini e donne... ah! e Caterina soffoc con le mani un riso aspro, lungo, molto crudele... Che scompiglio Chele! quanti dorsi proni.... vedo la battaglia... venerande matrone... gente, sai? di quella smorta che pare sia attaccata ad un soffio di vita, uomini asmatici, signori impeccabili, signore incipriate, tutti gi... piegati sotto la furia dell'oro, con le mani adunche, a corpo a corpo, per carpire sul lastrico della strada... Io spingerei le monete sempre pi lontane, sempre pi lontane, facendole rutilare davanti agli occhi abbacinati, sempre pi in fretta, sempre con pi fragore... Ah! perfino i bambini si azzufferebbero! Lo giuro Chele... Ed essa con gli occhi scintillanti, rimase con la bocca ancora schiusa nella risata crudele, seguendo, fremente, il capriccio violento, quasi delirante, della fantasia...
Da dodici ore essi non mangiavano. Rachele era rimasta cupa. Elisabetta aveva riso fino alle lacrime.
E dimmi, Cate, proruppe ad un tratto Nicola che aveva ascoltato Caterina coi grandi occhi spalancati, tu non ti saresti chinata mai a coglierne di quell'oro?
Caterina scosse la testa bionda. No.  troppo sudicio e ridicolo, Nicola.
Mai, mai, Cate? nemmeno se dovessi avere fame pi di adesso? Dimmi Cate cara... e Nicola, mentre Elisabetta accennava di s con la testa per dire che Caterina si sarebbe chinata, pendeva dalle labbra di Caterina.
No. No, grid Caterina ergendosi.
Ah! Io s, invece, Cate, ne avrei raccolto di quell'oro e molto... ho fame! E dopo Cate lo prenderesti da me...
Nicola guard con gli occhi scuri il cielo, pensosamente, allargando la bocca arida, come se aspettasse dal grigio cielo di settembre, la pioggia d'oro...
Ma vi era troppa amara volutt nello sprezzare un tal dio perch Caterina non dovesse singhiozzare nel suo cerchio d'ombra, abbandonata sulla sedia spagliata.
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Capitolo 8.
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La conoscenza profonda coi Marasca riusc a stupire moltissimo Maurizio Ferri. Il sistema di vita dei Marasca era assurdo, senza dubbio. Disordine! Disordine! obiett con sprezzante meraviglia a suo fratello Alessio. Le ragazze si degradano.  visibilissimo!
Rosa Ferri fiss Maurizio stendendo la tovaglia di bucato, con gli angoli ricamati, sulla tavola e disse, senza la minima esitazione: Sono gente onesta.
Ah! s, proruppe Alessio arrossendo.
Benissimo. Hai visto il vecchio Marasca?  orribile... Caterina gli sorrideva, ma avrebbe voluto mangiarselo vivo... la madre  una vittima... peuh! Io non scommetterei niente contro il destino dei Marasca.
Alessio mangiava di malavoglia, con un'espressione distratta. Alle tre precise Graziella Amendola lo aspettava. Lo aveva minacciato di andarsene con Ragusa. Alessio prese una pera e la sbucci in silenzio; ne tagli tre pezzi, ma ne mangi soltanto uno, il pi grosso. Si alz e guard il suo orologio. Erano le due. Scosse le spalle. Vedr adesso Graziella, decise con una fiamma di rossore sul viso.
Dove vai Alessio? disse la madre presso la porta.
Ho lezione.
Un sorriso ironico, schiar la bocca sensuale di Maurizio: Alessio, il tuo sistema sull'Economia e Diritto Nazionale  assurdo...  erroneo giudicare le cose attuali dal tuo punto di vista.
Alessio arross.  inutile, disse.
Benissimo... perfettamente, mormor Maurizio e bevve il vino schietto proveniente dalle loro cantine, ma ti assicuro che tu sbagli...
Credi? disse il fratello bruscamente.  inutile... La stampa infine decider...
Maurizio rise. Vuoi affogarti Alessio? Cess di guardare Alessio che rimaneva di fronte a lui, col viso cupo, e si rimise a mangiare con indifferenza.
La madre non si immischiava nelle discussioni. Non prendi nemmeno il caff? domand preoccupata al giovane che usciva.
No, Alessio si spazzol e prese il cappello.
Senti, disse Maurizio raggiungendolo nel corridoio. Bada, non t'invischiare. Sei stato pazzo fino alla bestialit. Guard il fratello bruscamente. M'inviti da Graziella?
Alessio pens un istante. Fece uno sforzo per non prorompere. Lo vuoi? Vieni... Se no, io la batter a sangue...
Maurizio prese il cappello e uscirono. Per un buon tratto di strada n Alessio, n Maurizio pronunciarono una sola parola.
Alessio era cupo, e camminava svelto. Maurizio fumava indolentemente e guardava con piacere le vie spopolate e i negozi semichiusi. Immaginava tutti i buoni borghesi nel piacere beato della tavola appena apparecchiata.  una bellezza camminare Alessi. Io respiro.
Ad un crocicchio alcuni giovani straccioni, dormivano supini sulla banchina. Alessio li guard con disgusto. Maurizio osserv che essi erano felici.
Alessio si ferm con una smania di contraddire, irritarsi, inveire contro qualcuno. Sei pazzo Maurizio? E la fame? Guarda quel volto... peuh! che schifo...
Maurizio rimase silenzioso. Egli pensava alla relazione di suo fratello con Graziella Amendola.
Alessio non era punto triviale. Graziella era un fiore pallido raccolto nella strada, con un'anima strana, una mentalit complessa. Aveva una speciale fierezza nello squadrare le persone e nel piegare grazioso della testa. Graziella Amendola contava forse ventidue o ventitr anni.
Il punto della questione che preoccupava Maurizio, riguardo ad Alessio, stava nella sentimentalit di suo fratello.
Infatti Alessio, e tante volte egli ne aveva discusso con Maurizio, quasi con amarezza, usciva da un convegno con un disprezzo feroce per s stesso, umiliato e stanco. Pensando alla donna pagata e posseduta, una segreta angoscia lo prendeva per la sconosciuta che gli aveva donato per un'ora dei baci brutali. La commiserava, provava sdegno di s e si rivoltava contro la societ tollerante. Pensando a queste cose profondamente, ma sempre dopo il possesso, mai prima, rimaneva nauseato e finiva per cadere nell'ipocondria. Non poteva sopportare che quella femmina fosse dello stesso sesso di sua madre.
Maurizio sorrideva. Non ti riscaldare per Dio! Le donne si lasciano andare... tutte! Scuoteva la bella testa sogghignando.  il trionfo della natura, trionfo legittimo e completo. Vedi, soggiungeva, non dico che la donna sia una creatura cattiva; anzi ella  una creatura facile, innocua e piacevolissima. Solo bisogna saperla dominare... Credimi, Alessi, ci si pu fare adorare!
Scuotere l'opinione di Alessio Ferri? Macch! Le piccole donne erano tutte malvagie, una malvagit da nulla, va bene, ma intanto esse con le loro unghie rosate, avrebbero potuto graffiare peggio dei gatti selvaggi. Ecco come per esempio... graffiava la sua amante. Redimere Graziella, era stato il sogno di Alessio. L'aveva strappata dalla sua pensione dove usciva la notte per battere i marciapiedi; messa in un appartamento quasi elegante, che egli pagava sottraendo la quota dal suo superfluo di studente agiato; le aveva procurato del lavoro per non lasciarla nell'ozio, l'aveva amata, s'intende con l'ardore dei sensi, l'aveva piegata appunto per il desiderio folle di lei, ai suoi capricci erotici, molte volte... Essa in certi momenti si era abbandonata di buon grado, quasi con passione delirante. In certi altri era stata inflessibile. Il no, ostinato, usciva allora dalla sua bocca di ragazza perduta, duro e austero come quello di una dama, e se egli vi si opponeva, cercando di dominarla, essa faceva delle vere scene di furore. Si gettava contro Alessio, gli buttava in viso i suoi regali, i suoi libri, i suoi fiori; l'adorazione che egli le professava, le sue bont, il mantenimento. Si contorceva, si strappava i capelli, si mordeva le mani; diventava pallida in volto, gridava delle oscenit, rideva selvaggiamente e poi finiva col singhiozzare e col mandarlo via... Alessio andava in ismanie. Si alzava cupo col cuore arido e batteva la sua amante.
Voleva tentare di penetrare nel cuore e nei sentimenti di Graziella, ma non ci riusciva. Poich quando la fanciulla si mostrava docile, presa per il verso delle carezze e della dolcezza, e Alessio credeva di aver trionfato, tutto ad un tratto ella balzava in piedi e si metteva ad insultarlo. Poi altre volte, dopo che Alessio, in preda ad un furore spaventoso, l'aveva percossa e coperta di ingiurie, ella era rimasta sfatta, con gli occhi chiusi, con un sorriso cupo sulle labbra sbiancate. Gli diceva sommessamente: Ti ubbidir... ti giuro che ti ubbidir in tutto... in tutto... E si metteva le mani dinnanzi agli occhi e piangeva.
Alessio la baciava sulla bocca, sui capelli bruni, furiosamente. Graziella possedeva un corpo voluttuoso: riusciva a soddisfarlo senza lasciargli quell'amarezza che le donne di tutti gli lasciavano nel cuore e nella mente. Credeva alle volte di aver vinto quell'anima che il fango della strada non aveva del tutto insozzata. Questo poteva giurarlo, Alessio. In certi giorni essa lo attendeva gaia, abbigliata in un modo semplicissimo, con un sorriso affettuoso sulla bocca. Era animata, dolce, molto buona. Si sottometteva in tutto e dopo ripeteva: Grazie Alessi... come sei buono! come ti amo Alessi!
Una cosa inorgogliva Alessio: Graziella non era venale; non gli aveva chiesto (di sua spontanea volont) che una o due volte del denaro, in tutta la loro relazione, e questo lo aveva fatto arrossendo impetuosamente, ergendosi sulla graziosa persona, con la bocca stretta e gli occhi risoluti. E in quelle due volte era andata in collera spaventosamente.
Alessio non aveva nessuna intenzione di lasciare Graziella. La desiderava ancora con furore, forse appunto per quel carattere complicato e per il piacere che essa poteva procurargli nelle ore in cui bramava di possederla. La coscienza di Alessio si agitava: egli aveva delle speranze di farne una donna onesta. Ossia una donna capace di bastare a s stessa col suo lavoro. Voleva infiltrare nella mente di lei la fede, l'elevazione morale, i buoni sentimenti, di cui pareva fosse priva.
Maurizio gli consigliava di abbandonarla. Lascia codesta donna... ti amareggi la giovinezza, te lo assicuro... che speri da essa?
No. Non sofistichiamo sulla donna, Maurizio. Ella ha un fondo innegabile di cattiveria; ma non bisogna gettarle addosso dei vituperi... chi osa farlo poi? Noi altri uomini... che siamo stati impastati con lo stesso fango, suppongo. Che vuol dir ci? No. Non lascer Graziella.
Erano arrivati all'abitazione di Graziella. Alessio sal per primo e Maurizio lo segu silenziosamente. Alessio aveva la chiave dell'appartamento, ma prefer bussare; in primo luogo perch Graziella a quell'ora non lo aspettava, poi egli era accompagnato da Maurizio e questa familiarit in presenza di un altro poteva indisporre la fanciulla.
Oh! sei timido... disse Maurizio ridendo.
Alessio alz le spalle e buss di nuovo. La porta si apr e Graziella Amendola apparve.
Alessio, disse, sei venuto troppo presto. Corrug la fronte nello scorgere Maurizio.
Entrate, soggiunse con indifferenza, ho finito adesso di pranzare. Volse le spalle ai due giovani e li precedette nel salottino. I due fratelli entrarono dopo di lei nella stanza. Graziella si diresse verso il divano. Oh! Jais, amore... mormor ridendo. Si chin e prese il suo gatto nero e lo baci. Sta buono... sta buono... gli disse amichevolmente sempre ridendo, nessuno ti far del male. Non conosci pi questi signori? Ah! Jais, sei cattivo e pass le manine sulla bellissima testa del gatto, che fremette voluttuosamente.
Graziella si sedette sul divano e si volse ad Alessio. Vi avevo detto ieri di venire da me alle tre precise e di non condurmi nessuno... e batt con impazienza sulla pelle d'orso i piedini calzati di pianelle rosa col tacco bassissimo.
Alessio si turb. Maurizio and a sedersi a fianco di Graziella.
Non mi volete? le domand col volto serio. La fanciulla scosse la bella testa bruna e lo guard un istante pensosamente. Volete del t? disse.
Maurizio assent.
Alessio passeggiava cupamente per la stanza. Ella restava taciturna. Alz il bel viso ad un tratto e fiss, mentre la sua fisonomia prendeva una sfumatura di dolcezza, il suo amante. Alessi!
Il giovane si avvicin. Che desiderate?
Un sorriso illumin i grandi occhi azzurri di Graziella. Preparate il t, vi prego... Egli corrug la fronte e la fiss di traverso, con una luce di durezza.
Andate, lo esigo, proruppe ella, alzandosi, fremendo nervosamente, vostro fratello mi divertir nel frattempo... non mi udite? termin con passione, mentre i suoi occhi lampeggiavano.
Graziella, disse Maurizio, non vi arrabbiate. Alessi, prepara il t.
Alessio usc dalla stanza. La fanciulla lo richiam: Se nella zuccheriera non vi  zucchero sufficiente, potete prenderne nella dispensa. Ascoltate, Alessi, latte non ce n'... prendete del cognac... Stava per trattenere ancora Alessio, poi fece un gesto d'indifferenza con la manina e si precipit verso il divano. Oh! Jais... disse allargando le pupille azzurre con una espressione malinconica e prese fra le braccia il gatto pi nero della striscia di velluto che rialzava capricciosamente da un lato i suoi capelli morbidi.
Maurizio la guardava. All'improvviso la fanciulla tralasci di accarezzare il gatto, che fugg dal suo grembo e and a rifugiarsi sulla pelle d'orso.
Rovesci la testa con un movimento di stanchezza sul divano e socchiuse gli occhi; i cigli lunghi, molto pi chiari dei capelli, per una di quelle disarmonie affascinanti che si incontrano ogni tanto, quasi dorati, gettavano un'ombra sul volto di Graziella.
Maurizio la contemplava in piedi presso di lei, leggermente inquieto. Ella era quasi abbandonata sul divano, col bel corpo chiuso in un abito di seta artificiale, di colori sgargianti, fra il rosso e il lilla, che la giovinezza di lei temperava deliziosamente; teneva le gambe incrociate, che apparivano un po' troppo sottili, come un po' troppo sottili erano il seno e il collo di Graziella. Le braccia uscivano in quell'attitudine, interamente nude, pi scure delle altre parti scoperte del corpo, dalle maniche tagliate ampie, che le denudavano ad ogni movimento nervoso. La testa di lei era ammirabile. Per squisitezza di linee, per mobilit appassionata, per fascino di contrasti.
Maurizio si chin verso di lei. Siete in collera con Alessio? le chiese.
Ella scosse la testa continuando a tenere gli occhi semichiusi. Maurizio infastidito prese a guardare sulla specchiera, un uccellino impagliato dalle penne vivacissime.
Graziella ad un tratto si scosse. Oh! sedetevi, mormor rivolgendosi al giovane, guardate, continu con un movimento nervoso delle mani. Jais  troppo lascivo... Guard il gatto, e si mise a ridere. Egli la fiss irritato e si sedette a fianco di lei. Voi non lo siete, forse? le chiese diventando brutale. Non cercate di provocarmi... io sono il fratello di Alessi... io non voglio tradire Alessi. Sapete... ed ebbe un sorriso cattivo, sono pronto a chiamarlo... Alessi  nella cucina...
La fanciulla sorrise sdegnosamente. No.
Voi siete lasciva, proruppe nuovamente Maurizio e un disprezzo indicibile vibr nella voce del giovane.
Ah! s? Ella corrug la bella fronte e i suoi occhi azzurri si oscurarono. Mi disprezzate? disse, e il viso di lei si contrasse minacciosamente. Si eresse; fiss di traverso il giovane, incendiandosi nel viso. Si avvicin fino a sfiorarlo, fino a gettargli sul volto il suo respiro affannoso; poi, con un impeto sfrenato, spalancando gli occhi, tremando in tutta la persona, si gett sopra Maurizio; lo strinse forte con le braccia nude e affond la bocca in quella di lui, con tale impeto da insanguinargli le gengive. Ah! proruppe lasciandolo, Andatevene!
Maurizio si rialz agitatissimo. Il profumo voluttuoso di lei, lo aveva sulle labbra, lo aveva fatto balzare in piedi. La fiss torbidamente.
Ella giaceva sul divano con gli occhi chiusi, il viso pallidissimo e la bocca stretta fra i denti.
Maurizio si volse in modo brusco e usc dal salotto. Addio Alessio, grid nel corridoio, io vado...
Alessio si affacci sulla porta. Non prendi il t?  pronto.
No. Addio.
Aspetta, Maurizio... scenderemo insieme... torner pi tardi da Graziella.
No, addio. E Maurizio usc in fretta.
Alessio rientr nel salotto col vassoio del t. Graziella, disse, prendi il t, cara, vi  qui il cognac... non ho trovato il limone... Fa niente, vero? Io preferisco il cognac.
Ella si sollev sul divano. Si pass le belle manine sulla fronte come per scacciarvi idee penose. Alessi, prendetemi quei garofani...
Egli ubbid. Quali? questi rossi, Graziella? No? questi rosa e viola...
No. Quelli bianchi, Alessi, due soli, amore... portatemeli qui... sedetevi vicino a me, Alessi.
Un sorriso leggero pass negli occhi grigi del giovane. La fanciulla prese i garofani, ne aspir il profumo, dopo li lasci cadere sul tappeto, vicino a Jais. Sorb taciturna il t, a piccoli sorsi. Datemi un'altra tazza per favore Alessi, io sono ghiotta di t... Vi siete dimenticato di portarmi i pasticcini... aggiunse ridendo.
Alessio riemp la tazza, gliela porse e si sedette a fianco di lei. Sei proprio cattiva...
Ella bevve il t di un fiato. Nevvero, disse pensierosa posando la tazza vuota sul tavolino. Si anim. Alessi, guardate anche voi, Jais... non  molto bello? Io l'amo, vedete. Egli tutto il giorno mi tiene compagnia. Lavoriamo, leggiamo, pranziamo, ridiamo insieme. Spesso gli faccio dei lunghi discorsi ed egli mi guarda coi suoi occhi verdi... Non siete curioso di sapere ci che gli dico? Tacque e guard il vassoio del t. Alz il volto mutato. Mi amate, Alessi?
Un tenue rossore sal sulle guancie del giovane. Si avvicin alla fanciulla, le circond la vita con un braccio e la rovesci tutta tremante sul suo petto. Negli occhi profondi, alzati su di lui, Alessio vide dei bagliori.
Non baciarmi Alessi, non voglio, url essa. Prese una mano di lui e la baci teneramente, con piccoli baci umidi e dolci. Tu mi disprezzi! disse all'improvviso e si strinse le tempie con le mani.
Graziella, amore, non torniamo daccapo, ti amo...
In nome di Dio, Alessi... dimmelo, mi ami? E metteva nella domanda una passione strabocchevole, un'angoscia che si scolpiva nel viso delicato, violentemente. Dimmelo, su tua madre, Alessi...
Alessio strinse pi forte contro di s, quel corpo fatto per la volutt. Le sue narici si dilatarono. Respirava sulla bocca di lei, ne raccoglieva il profumo delizioso, si perdeva in lei, con lei, con le mani affondate nelle vesti fruscianti, approfondendole nella morbidezza viva, spasimando di desiderio. Un orgoglio immenso gli gonfiava il cuore, faceva vibrare i suoi sensi. Quella donna era sua, tutto di lei era suo. Essa gli apparteneva. Era stata fatta per inebbriarlo...
Spar ogni traccia di dolcezza dal viso di Alessio. I grandi occhi grigi mutarono. Solo la sua bocca pallida aveva un tremito nervoso, conservava una morbidezza carezzevole.
S, s, io ti voglio bene Graziella...
Ella gli abbandon la testa sulla spalla. Un singulto continuo, molesto, scuoteva i suoi omeri sottili.
Graziella, amore... le sussurr con ebbrezza il suo amante. Io non so nulla... io ho fretta... debbo tornare... ho lezione, amore... Baciami. Tacque soffocato dalla sua stessa ebbrezza. Sono preso dal furore di godere questo momento... le grid sulla nuca alterandosi. Ti amo Graziella, lo giuro ti amo!
La fanciulla rialz il viso pallidissimo, con gli occhi gi offuscati da una nebbia voluttuosa; pieg la testa da un lato con un moto d'alterigia e guard Alessio smorta, con la bocca aperta ad un sorriso torbido, Ah! anch'io ti amo, proruppe. Son tua, lo vedi... Gett un piccolo grido e lo baci mordicchiandogli la bocca. Infine si abbandon a lui singhiozzando.
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Capitolo 9.
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Dal diario di Caterina
10 giugno.
Ieri lo zio Nicola si  ubbriacato in un modo cos indecente che mamm e Virginia hanno dovuto metterlo a letto. Egli  rimasto a smaniare ed a chiamare con voce implorante Virginia per circa un'ora fra le coltri e, di tanto in tanto, piagnucolava. Poi  stato preso dal vomito e si  contorto per circa dieci minuti in una specie di convulsione. Nicola con le mani incrociate sul dorso, dopo aver fissato con curiosit lo zio Nicola che giaceva sul letto, abbattuto, con gli occhi gonfi e la bocca rigata di saliva, si  fatto serio.
Ci gli  successo perch ha bevuto troppo vino, Caterina? mi ha domandato pensosamente. Io gli risposi irritata. Proprio per questo Nicola... ma tu vattene di qui.
Nicola sorrise ed esclam con grande gioia. Caterina, puoi prendergli tutto ora! Mi sono stretta nelle spalle. Nicola era cos piccolo, grave e cattivo che provai una forte voglia di batterlo.
Signore! mamm piangeva nell'altra stanza.  uno scandalo per i bambini, Caterina! mormor agitata. Mi provai a carezzarla dolcemente sui capelli. Ella rimase a guardarmi coi suoi occhi teneri e calmi e poi chin il viso sciupato con una disperazione infantile. Paolo corse a precipizio fra le braccia di mamm. Spalanc i suoi occhietti azzurri in faccia a lei e le prese le mani e vi premette la piccola bocca. Piagnucol con la vocina tremante: Mammina bisogna... bisogna cacciarlo via...
Mamm ebbe un forte singulto e si asciug le lacrime col viso nascosto nei capelli del piccino. Pi tardi venne Rosa Ferri insieme al signor Maurizio e al signor Alessio. Si dovette trascinare il tavolinetto nella stanzetta d'entrata, per darle un tono. Nicola e Paolo trasportarono per gli ospiti le sedie e Maria soffocando le risa, port fra le braccine magre i cuscini di percalle. Ecco, gridava, potete metterle sulle sedie perch esse non reggono, vero Elisabetta?
Ho spiegato alla signora Ferri che lo zio Nicola era in preda alla febbre prodotta dall'abuso dell'acquavite. Ella scosse la testa con espressione addolorata (era insopportabile). Davvero? Ebbene, sugger, mettete dell'acqua nel vino... Oh, esclamai ridendo, lo zio Nicola ha un fiuto meraviglioso!
Nella piccola camera incominci a fare molto caldo. Maurizio Ferri not che non se ne poteva pi e chiese il permesso di togliersi la giacca. Egli rideva con gli occhi socchiusi e non finiva di guardare Rachele che stava sdraiata languidamente sulla sedia, con le braccia nude arrotondate dietro la nuca. Alessio Ferri, terminando di parlare con Nicola che era agitato e rosso, mi ha spalancato in viso quei suoi grandi occhi grigi, con aria angustiata. Fissandolo mi  venuta ad un tratto una terribile tristezza. Stavo per scoppiare in singhiozzi. Maurizio Ferri propose: Ascoltate, vi racconto adesso una piccola storia!...
Mi son sentita tremare tutta sotto la sua voce. Non ho saputo frenarmi e gli ho detto nervosamente: Vi prego fate qualche altra cosa... Io odio le piccole storie...
Egli si  messo a ridere. Si pu sapere che cosa amate allora signorina? disse canzonandomi in modo aperto.
La signora Rosa si  alzata, mi  venuta vicino e mi ha passato un braccio intorno alle spalle. Mi sussurr facendomi delle carezze: Piccina, ditemi quello che vi tormenta... I suoi grandi occhi grigi mi turbarono. Le sorrisi eccitata e andai a prendere la piccola Maria che stava per accapigliarsi con Nicola. Strinsi la piccina, le divisi con le mani tremanti i capelli bruni sulla fronte e le sussurrai: Piccola Maria, stai quieta! Si udiva distintamente russare lo zio Nicola.
Elisabetta per la vergogna nascose il viso nel palmo delle mani, evitando di guardare Alessio Ferri che stava in un canto silenzioso. Egli pareva confuso. I suoi occhi limpidi si posarono sulla piccola Elisabetta. Sentii all'improvviso un rancore verso di lui: avrei voluto gridargli brutalmente di non occuparsi di ci che non lo riguardava. E provai il desiderio di batterlo sul suo viso pallido e allungato, per non fargli guardare cos a lungo Elisabetta.
Com' triste! Ah! com' triste la piet Signore! La piet che nasce d'istinto nel cuore degli uomini, per un solo attimo... perch l'umanit vibra universale nel bene e nel male... attimo fuori del calcolo, questo... attimo di commovente solidariet... che dura quanto una bolla di sapone... Ah! com' umiliante questa piet, Signore!
12 giugno.
Lo zio Nicola si  ubbriacato di nuovo. Quando egli con voce supplichevole chiese a Rachele ancora dell'anisetta, io lo ripresi bruscamente.
Egli mi guard con tenerezza. Senti, Cate, mormor con voce dolce, io sono venuto qui non appena mi hai chiamato... morivate di fame? non  vero, Cate? e abbass la testa con aria afflitta. Una angoscia profonda mi riemp il cuore. Egli alz il viso e stette a fissarmi con la grossa bocca semiaperta e gli occhi lucidissimi e lacrimosi. Vedi Cate, voi vi riempite la pancia e sono io, con il mio denaro, che ve la riempio... Ah! io vi amo molto! proruppe quasi singhiozzando. Ho guarito Elisabetta... Cate dammi la bottiglia, termin commosso.
Gli porsi in silenzio la bottiglia dell'anisetta. Dopo me ne andai a guardare Rachele, che ritta dinnanzi allo specchio, si vestiva taciturna, per recarsi al lavoro. Mamm cuciva in un cantuccio. Notai che faceva dei punti distratta, con la fronte aggrottata e le labbra pallide. Aveva moltissimi capelli grigi. Mi alzai e l'abbracciai impetuosamente. Mamm non inquietarti cos, le sussurrai, andr io di l...
Mi diressi verso la cucina. Sulla soglia Virginia, piantata ruvidamente sui piedi nudi, guardava con la testa abbassata da un lato, lo zio Nicola. Egli, paonazzo in viso, palpando la bottiglia vuota fra le mani, pareva contemplasse, con gli occhi ebbri, delle scene beate, che dovevano svolgersi molto vicino a lui. Mi avvicinai e gli posi una mano sulla spalla.
Zio, mormorai con calma, vieni, ti metterai nel letto, non stai troppo bene...
Egli mi guard con malinconia, in piena ebbrezza. No, Cate, sto bene... Cerc di alzarsi, appoggiando entrambe le mani al tavolo, con uno sforzo cos potente che gli contrasse tutta la faccia.
Ah! mormor, abbandonandosi sulla sedia, Ecco sto bene.
Ma no, ascoltami, gridai eccitata, ti metterai nel letto....
Egli mi fiss con due occhi larghi e pieni di scoramento. Nel letto, Cate, s Cate, tesoro mio... si sofferm supplichevole: e mi permetterai Cate, di portarmi Virginia nel letto?
Guardai Virginia che con gli occhi distratti e la bocca spalancata stava sempre sulla soglia.
Lasciatelo, donna Caterina, quando egli si ubbriaca fa cos... diss'ella e usc dalla cucina ridendo.
Lo zio Nicola si fece cupo. Cate, disse con lo sguardo vago e oppresso, ti voglio bene io... sono tuo zio... tu sei la figlia della povera anima di Massimo... Tacque e fece una larga croce in aria con la mano destra. Punt i gomiti sul tavolo e barcoll sulla sedia. Riusc ad alzarsi e fece tre passi con le gambe divaricate e incespicando. Si ferm tutto ad un tratto. Caterina, sei un'animuccia buona, tu mi comprendi, lasciami Virginia nel letto... grid rauco accigliandosi.
S, dissi, vieni.
Egli tentenn il capo. I suoi occhi si fissarono lungamente su di me. Ah! tu sei la figlia di quella povera anima...
Usc dalla cucina. Lo zio Nicola mi segu nella stanza da letto, aggrappandosi alle pareti, barcollando ad ogni passo.
Mamm ed Elisabetta vennero a sorreggerlo per impedire che ruzzolasse sul pavimento. Egli si divincol. Il letto, piagnucol, datemi il letto...
Mamm col viso pallido, rimboccava le coltri del letto dello zio Nicola. Ecco, mettetevi nel letto... cos, diss'ella. No, non vi togliete nulla,  inutile...
Egli la fiss con gratitudine. E adesso come faccio Alfonsia? balbett desolato. Divenne torbido e assorto. Virginia, grid con voce rauca, implorante.
Elisabetta corse ad un mio cenno, per impedire che Virginia venisse nella stanza.
Nicola entr a precipizio. Ah! lo zio Nicola si  ubbriacato!... grid con allegria. Vieni a vedere Paolo... e spinse il piccino davanti a lui con foga brutale.
Bisogna metterlo nel letto, gridai. Lo zio Nicola ci fissava con gli occhi fuori delle orbite, pieni di odio.
Virginia, grid egli molto eccitato, facendo dei passi qua e l.
Paolo lo fissava con terrore. Gli occhi di Nicola brillavano.
Ah! urlava lo zio Nicola, mandra di bestie! Virginia... Virginia... mormorava poi, abbassando il tono della voce.
Ad un tratto egli si tolse il cappello che aveva calcato sulla testa, con un gesto profondo e riverente. E bestemmi. E l' una! mormor mettendosi il cappello con gli occhi torbidi. Il letto, grid, datemi il letto!... Cate, dammi Virginia!... Nicola rideva. Mamm con le mani congiunte, stava a testa bassa, pallidissima.
Cate, anima mia, dammela... balbett egli e si ritolse il cappello inchinandosi fino a terra. Bestemmi. L' due, disse tetramente.
Nicola con le piccole braccia incrociate sul petto, rideva come un pazzo.
Elisabetta venne a tirarmi per la manica. Cate... ho paura...
Ah! urlava sempre lo zio Nicola, il letto... Poi bestemmi, ritogliendosi il cappello religiosamente.  la terza! disse cupo, con gli occhi pieni di febbre.
Un disgusto immenso mi prese per lo zio Nicola. Afferrai Nicola e Paolo per le spalle e li spinsi nell'altra stanza. Nicola si dibatteva fra le mie braccia, mi mise le mani nei capelli strappandomeli, per divincolarsi.
No, urlai, non c' bisogno di vedere... Successe un grande strepito.
Di un balzo mi slanciai verso la porta, lasciando libero Nicola, che fugg con un urlo sguaiato. Lo zio Nicola giaceva disteso sul pavimento e si contorceva... Mi sedetti e guardai a lungo lo zio Nicola che si dibatteva sul pavimento, mentre Virginia cercava di sollevarlo, aiutata da mamm, per metterlo nel letto.
Elisabetta singhiozzava forte in un angolo.
Elisabetta, gridai, smettila... Vieni, le dissi un minuto dopo, usciamo... cambiati il vestito e mettiti il cappello.
Cos tutte e due, io ed Elisabetta, facemmo una lunga passeggiata. Per qualche tempo camminammo in silenzio, trovandoci col cuore oppresso e la testa piena di pensieri cattivi, fra la folla. Arrivate all'altezza del Corso fummo travolte dal bruso dei passanti, che quasi tutti con un volto sorridente, facevano la loro passeggiata; rimanemmo stordite specialmente dal rumore dei veicoli e dai luccicho dei negozi. Incominciammo a discorrere di cose indifferenti. Elisabetta sospir. Cate, vorrei camminare tutta la notte... piuttosto che ritornare a vedere lo zio Nicola... Ella sospir di nuovo.
In quel momento passavano due signori. Uno di essi si curv verso Elisabetta e le sussurr: Oh! che bella fanciulla!
Elisabetta arross, sbatt le palpebre con rapidit e sorrise. Oh! che sciocchezza! mormor con gli occhi brillanti.
Continuammo a parlare di cose indifferenti e pi volte Elisabetta dovette soffocare le risa con le mani. Quando rientrammo lo zio Nicola dormiva profondamente.
Mamm ci aspettava ansiosa presso il balcone. Per essa non ci chiese nulla; n che cosa avessimo fatto tutto il tempo passato fuori, n dove mai fossimo andate.
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Capitolo 10.
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Una sera Caterina apparve a Maurizio in un aspetto molto diverso. Erano ore molto noiose a passare per Maurizio Ferri: per distrarsi pens di entrare con una scusa dai Marasca. Certo, frequentare i Marasca riusciva assai piacevole tanto a Maurizio come ad Alessio. Nelle famiglie dove vi sono donne giovanissime e graziose da corteggiare, gli uomini vanno molto volentieri. Poi, in casa Marasca, Maurizio notava eccessiva libert di atti e di linguaggio. Inoltre ecco la domanda spontanea che si fa ognuno in simili casi. Come si rassegnano delle creature a tirare innanzi in una simile vita? Come si finisce?  una domanda che viene spontanea alle labbra di quelli che vivono fuori della miseria e scorgono altre creature morire a causa di essa. Allora si divaga sul proprio io. Conformando le idee da un certo punto di vista, ossia dall'agiatezza in cui si sguazza, si lancia un, probabilmente io, che per lascia la mente fredda e tranquilla e permette di ragionare benissimo di cose di cui si ha una vaga conoscenza e di adornare lo squallore di esse con molti fiori di retorica. (Ci si eleva cos al pi alto grado possibile).
Per tale fatto, Alessio rimproverava ai Marasca di tenere in casa un uomo come Nicola Marasca e l'amante di lui, e Rosa Ferri andava dicendo ai suoi figli, corrugando la fronte d'indignazione, che le ragazze avevano due fresche braccia per ciascuna e potevano ben rigovernare la casa; Caterina ci teneva a fare "l'aristocratica"; dopo tutto, quelle arie di regina senza corona, facevano venire il rosso agli occhi. Inoltre, secondo Maurizio, il disordine, la dolcezza passiva della madre, e l'indifferenza di Nicola Marasca, sempre ubbriaco d'acquavite, costituivano gi una certa degradazione, che rendeva possibile molte audacie.
In una sua visita aveva sorpreso un violento alterco fra Caterina e sua madre. Ebbene Caterina non aveva salvato nessuna convenienza, cercando di mutare contegno per lui. E Alfonsia s'era messa a piangere in un canto senza badargli. Rachele l'aveva trascinato nell'altra stanza. Prese a discorrere con lui di cose indifferenti: tutto ad un tratto gli domand: Credete che faccia bene Caterina a parlare male dei preti con mamm? Corrug le sopracciglia. Mamm non pu udirne parlar male senza scoppiare in singhiozzi.
Maurizio prov una certa piet sensuale per Rachele... Com'era bella... Non rispose alla domanda di lei. Solo egli rispettava anche col pensiero la piccola Elisabetta. Buss alla porta dei Marasca senza preoccuparsi della sconvenienza di entrare solo in una casa dove non vi erano che donne, poich il vecchio, per Maurizio non contava.
Nicola venne ad aprire. Oh! entrate signore... diss'egli sorridendo, non vi  che Cate, mamma  in chiesa con Elisabetta e con i piccini... lo zio Nicola  uscito con Virginia... nessuno sa dove essi siano andati... spieg Nicola allargando le mani con un cenno di dubbio, ma entrate... Caterina... Caterina... grid,  qui il signor Ferri... Maurizio segu Nicola nella prima stanza da letto.
Caterina stava seduta sulla sponda di uno dei lettini, con un libro fra le mani.
Entrate e sedetevi, diss'ella posando il libro. Sorrise al giovane con gaiezza. Mi terrete compagnia, mi annoiavo molto...
Maurizio si rallegr nello scorgere l'umore allegro della fanciulla. Da un mese e mezzo circa, cio da quando era incominciata la loro amicizia, per la prima volta gli capitava di veder Caterina in buone condizioni di spirito.
Ella si alz. Aspettate, non prendete quella sedia, disse con disgusto, eccovi questa, e porse a Maurizio un'altra sedia. Ella si accomod di nuovo sul letto.
Voi non siete andata a pregare? disse Maurizio ridendo.
La fanciulla fece un gesto vago. Nicola sbuc dall'andito col berretto calcato sui lunghi riccioli bruni. Cate, posso uscire, io? Me lo hai promesso... sar molto saggio. Andr prima nella via bassa a guardare, come l'altra sera, correre il treno in una vetrina...
Caterina si mise a ridere. Ma, Nicola...
Non credi Cate ti giuro che corre come quello vero... Vi sono pure le strade ferrate!... evvia!... esclam con foga Nicola, gesticolando di fronte a Maurizio.
Non ti spieghi bene, Nicola, disse Caterina.
Il fanciullo scosse le spalle: Dopo passer a prendere mamma, Elisabetta e i piccini in chiesa.
Caterina corrug la fronte. Ebbene, vai... decise infine, stai attento per le vetture. Aspetta... aggiunse e si alz. Entr nella stanza grande e torn di l a poco con un'espressione dolce negli occhi. Nicola non ho trovato niente, sai....
Maurizio vide un mutamento improvviso nel visetto espressivo di Nicola. Vediamo, esclam, quanto ti occorre Nicola?
Quattro lire, insinu audacemente Nicola. Divenne rosso al suono della sua voce che faceva quella richiesta esorbitante. Non aveva mai osato domandare una tale somma (nemmeno quando minacciava di rivelare ogni cosa a Nicola Marasca) a nessuno della famiglia. Spesso, prima che lo zio venisse a stare per tanto tempo con loro, questo denaro, ossia quattro lire, costituiva, anche per Caterina che disprezzava molte cose, una somma importante. Il piccolo Nicola in fatto di denaro se ne intendeva. Maurizio non poteva certo rifiutargli il denaro, dopo che lui stesso si era offerto di aiutarlo. Avrebbe fatto cattiva figura di fronte a Caterina ed a lui.
Maurizio guard Caterina che si mostrava indignata per la furberia di Nicola, e le fece cenno di lasciar correre, Eccoti le quattro lire Nicola...
Gli occhi del fanciullo nel prendere il denaro lampeggiarono. Grazie, sar saggio Cate, ripet e usc sbattendo la porta.
Vi  dispiaciuto Caterina? domand Maurizio alla fanciulla.
S, rispose essa.
Siete crudele con tutti.
Caterina rise. Anche con voi? Che vi ho mai fatto?
Il giovane fiss la fanciulla. Ella sorrideva, con la testa bionda rovesciata sul materasso ripiegato; aveva i capelli scompigliati sulla fronte. La fisonomia di solito un po' dura, di Caterina, s'era ammorbidita. Ella era troppo pallida in viso per sembrare seducente e, nonostante che i riccioli le cadessero in un magnifico disordine sulla fronte e sulla nuca, e i suoi occhi bruni un po' allungati scintillassero superbamente, mentre la bocca grande e voluttuosa rimaneva schiusa nel riso, Caterina non poteva dirsi bella. Maurizio seguitava a guardarla.
 vero che siete atea Caterina? le domand sommessamente. Nicola ha detto che avete bestemmiato ieri...
Con una mossa rapida Caterina si sollev sul letto. Non sono atea. Si alz e and ad affacciarsi al balcone. Il suo corpo snello spiccava con chiarezza nell'ombra, a causa del vestito bianco che ella indossava. Era un vestito di cotone, con le maniche corte fino ai gomiti, sdrucito in molti punti, e macchiato all'altezza delle spalle. Questo lo aveva notato subito Maurizio, da giovane provinciale raffinatosi nel frequentare donne mondane ed eleganti. Pure, egli pensava, quel vestito chiudeva mirabilmente nella sua semplicit sbiadita, il corpo di Caterina. Mentre ella si voltava, Maurizio se la figur vestita di seta e di velluto e fiss con un fremito sensuale i seni eretti e procaci di lei e la curva ferma delle anche: si alz e le and vicino.
Non sono atea, ripet Caterina tirandosi indietro nel balcone per fargli posto. Guardate queste prime stelle... una, due, tre... a sinistra... sono molto grandi e brillano di una luce un po' rossa... mi piacciono... Ah! come sono belle! e sorrise con entusiasmo quasi infantile.
Maurizio le prese con forza la mano. Ditemi, credete voi in Dio?
La fanciulla arross nell'ombra. Al Dio dei preti no, Maurizio, nelle ultime settimane i giovani avevano preso a chiamarsi familiarmente, essi non sono che dei piccoli uomini gretti ed egoisti... Sapete che ne hanno fatto del piccolo Salvatore che nacque nella grotta di Betlemme? Un idolo vestito d'oro... Bisognava che egli abbagliasse il mondo con sandali trapunti di broccato, con mitrie scintillanti, con vesti ricamate d'argento e bordate d'ermellino... bisognava che gli incensi bruciassero perennemente sugli altari, affinch l'aureola del creatore s'ingrandisse. L'apostolo Pietro era molto umile... camminava a piedi nudi... aveva le mani incallite e s'inginocchiava a benedire le folle... si sofferm agitata.
Scusate Caterina, obbiett Maurizio,  molto difficile discutere di religione. Solo nel Cristianesimo vediamo gi la religione suddivisa in tre caste ben distinte fra di esse: Cattolicismo, che ha per capo infallibile il Papa; religione greco ortodossa o greco scismatica, il che  lo stesso, che non riconosce per proprio capo il Papa, ma il Patriarca di Costantinopoli: una piccola differenza,  vero? Protestantesimo che come sapete si suddivide in moltissime sette. Allora, facciamo scaturire un po' la verit. Dov' essa? Eppoi, prendiamo il Maomettismo. Nel fondamento  uguale al Cristianesimo: religione umile e monoteista.
Ges Cristo nacque da una Vergine nella grotta di Betlemme...
Io penso, interruppe Caterina, che se Dio avesse voluto nascere nel palazzo di un re, avrebbe potuto adesso tollerare la reggia... ma quel bimbo ebbe tanto freddo appena apr gli occhi alla luce...
E che? disse Maurizio con la fronte corrugata, Dio a Betlemme... Maometto nella Mecca d'Arabia... Entrambi predicano nel mondo la vera religione mandati da Dio. I Maomettani ritengono come i Cristiani l'anima immortale e hanno paura dell'inferno; accolgono pieni di felicit la promessa, operando in bene affinch un giorno essa possa adempiersi. Per i Cattolici l'Islamismo e il corano risultano idolatrie... Viceversa, i Maomettani chiamano il Cattolicismo un'empiet.
Caterina scosse la testa. Pure Dio esiste... non sono eretica... come potrei esserlo io? Guardate quelle stelle tanto rosse... esse sono immense... il caos dei filosofi  una utopia, gli scienziati son pure dei piccoli uomini... Vi sono delle cose che non si spiegano e che sono infinitamente strane...
Maurizio ascoltava attentamente la fanciulla. Ella gli diceva delle verit. Detestate la religione? chiese pensoso.
Caterina chin il capo. In gran parte s... I pi religiosi sono gli egoisti pi feroci...  cos... ed  inevitabile... Si dovrebbe essere molto buoni perch ci non avvenisse... La religione  spietata e arida... questo  assai triste. Il peccato  decalogato... ladri per vizio o ladri per fame si  assolti o condannati con le stesse attenuanti e col medesimo rigore. L'ignoranza predomina nei Ministri di Dio che si sono moltiplicati in numero straordinario perch il mestiere facilita la vita e offre dei privilegi... Caterina si era animata. Il suo volto era pallido, la bocca le tremava, e i suoi occhi scintillavano.
Maurizio non l'aveva mai vista cos. Le scopr una bellezza fatta di passione e di audacia, indipendente dall'estetica e perci pi vitale e lampeggiante.
La fanciulla tremava per tutto il corpo nel trattare quell'argomento estraneo alla sua femminilit (e alla mentalit di quasi tutte le donne, riflett Maurizio) e sul suo pallido volto correvano fiamme di un ardore un po' selvaggio. Ella non discorreva che di cose austere e nondimeno Maurizio nel sorprenderla in quell'atteggiamento, valut fremendo la carnale bellezza di quella creatura.
Voi credete, continu ella, che il dolce uomo di Galilea confessasse cos le genti? Oh! io me lo figuro alto, soave, con un viso calmo e pensoso, con un sorriso un po' triste sulle labbra, intento a guardare muto, lungamente quel suo gregge pieno di peccato. Doveva raggiare la pi grande umanit nel suo sguardo! Ecco, egli perdonava molto. Avete letto la Bibbia?  la pi bella espressione della lingua! Vi sono degli episodi di puro amore... io rileggo quelle pagine che racchiudono il segreto della vita e adoro il mio Dio... Mi si riempiono gli occhi di lagrime quando penso che gli uomini ardiscono dare un riflesso della loro triste umanit a quel Dio, che volle redimere sulla Croce le colpe delle sue creature. Sapete... se ne fa un Dio pretenzioso, un epicureo benedicente con le mani in alto e lo sguardo verso il Cielo, felice di vedere gli uomini mordere la polvere... e fa dei lunghi discorsi con parole tonanti come folgori... eppoi, vedete... egli  terribilmente loquace... rovesci indietro la testa e rise brusca, con gli occhi lucidi.
Maurizio contempl con uno sguardo lungo e carezzevole Caterina. Voi esponete ci che pensate... forse avete ragione...
Rientrarono e la stanza era piena d'ombra. Caterina torn a sedersi sul letto. Maurizio avvicin la sua sedia al letto, fino a sfiorare con le mani il vestito bianco della fanciulla. Accese una sigaretta. Fumate? le chiese, porgendole l'astuccio d'argento.
No, rispose Caterina, non fumo... e sorrise. Forse, disse all'improvviso, trover adesso del lavoro...
Vi piace lavorare? chiese il giovane fissandola con attenzione.
Non so, mormor ella, non ho mai lavorato fino ad oggi... Rachele lavora da un anno e non  contenta...  inutile tenter ancora... s'interruppe e termin il pensiero nella sua mente. S, debbo lavorare... disse e scosse il capo biondo con alterigia.
Per tutta la vita? insist Maurizio per provare la sua anima.
Caterina non rispose. Rimase in un'attitudine di abbandono e si arrovesci un poco, sul letto sfatto.
Maurizio incominci ad irritarsi. S'irrit principalmente contro la madre. In quell'ombra fatta pi densa, vedeva palpitare la fanciulla. La vedeva in quell'equivoca intimit dove di solito si scorgono le donne di tutti o le proprie amanti. Non pertanto Caterina era una creatura retta.
Perch, pens con rapidit Maurizio, siamo io e lei soli in questa camera? Perch ella si appoggia cos indolentemente su questo letto e respira quasi con volutt? Essa  intelligente: non comprende che sono un uomo? Dovrebbe alzarsi, illuminare la camera, ridere forte, agitarsi... Per Dio che donna!... potrei impazzire di piacere con lei... termin eccitandosi, e guard Caterina che restava immobile nel letto.
Perch ella nutre questa fiducia verso di me? si chiese brutalmente, mentre si chinava su di lei.
Caterina, sussurr. Le prese le mani con impeto e le tenne strette fra le sue. Caterina, ripet diventando pi ruvido, che avete?
Furono evidentemente il letto, il silenzio torbido, e l'abbandono inquietante di Caterina, che lo spinsero sempre pi verso la fanciulla. Caterina spalanc gli occhi (e Maurizio vide il di lei tremito voluttuoso) e divenne livida. Egli si lasci sdrucciolare sul letto a fianco di lei. Strinse Caterina fra le braccia, e la sent sconvolta, che tremava tutta.
No, no, mormor essa fremendo visibilmente col volto pallido, non voglio...
Aveva abbandonato la testa bionda, con gli occhi offuscati sul petto di Maurizio, e si stringeva, negandosi, contro di lui.
Maurizio la serrava sempre pi forte, cercando di rovesciarla supina sul letto.
Ah! url Caterina, lasciatemi...
Ma Maurizio in preda ad un'eccitazione erotica, prese la mano sinistra di lei e vi affond i denti fino a strapparle dei gridi di dolore.
Essa torcendosi con la violenza sanguigna della sua natura nella volutt e nell'umiliazione, d'istinto si difese. Non voglio, url rigettando Maurizio e si divincol.
Il giovane rimase cupo, seduto sulla sponda del letto. Perch non volete? mormor con collera.
Caterina si strinse le mani alle tempie e si mise a singhiozzare. Maurizio si chin.
Siete pazza? disse con brutalit. Le prese di nuovo le mani e le strinse con ira fra le sue.  necessario che voi vi pieghiate... io devo baciarvi... sono capace di battervi, se no... mormor padroneggiandola col viso scomposto, come se ella fosse la sua amante.
Certo era il disordine dei Marasca, l'aria pesante della camera, e principalmente quel letto, dove un istante prima aveva stretto Caterina sentendosela fremere fra le braccia che confondevano la mente di Maurizio e gli dettavano simile linguaggio.
Caterina Marasca sussult. Corrug la fronte. Io non voglio, disse, lasciatemi...
Maurizio la guard con disprezzo. Vi lascio, siete molto pallida... Le liber i polsi.
Sogghign. Si alz ed incominci a camminare nervosamente per la stanza. Le donne sono delle creature sciocche... son pure molto furbe... si sofferm e guard obliquamente Caterina. Sapete perch noi apprezziamo quelle... s'interruppe, si morse la bocca.
Ha ragione Alessi, riprese sogghignando, esse sono sincere. Voi non conoscete la virt di una di quelle... altrimenti v'inginocchiereste dinnanzi ad essa. Tacque rosso in viso di fronte alla fanciulla che stava immobile e cupa. Tentenn il capo.
Siete cattiva Cate... somigliate qui, fra ciglio e ciglio a Nicola Marasca...  strano, ma voi gli somigliate... e rise con amarezza. Non volevo farvi del male, aggiunse poi pensosamente, volevo solo mordere la vostra bocca, perch...  difficile spiegarvi il perch di certe cose... voi avete paura, termin con ironia.
Caterina si lev in piedi. Non ho paura, disse in tono brusco tirandosi indietro i capelli con tutte e due le mani. No, no, non ho paura, ripet e abbass il viso sul petto. Rialz gli occhi e guard il volto di lui che si distingueva appena nell'ombra.
Io non vi amo Maurizio! esclam con tristezza.
Egli rimase un attimo con le braccia incrociate di fronte a lei. Poi si avvicin a Caterina, si curv e le accarezz con dolcezza i capelli. Siete ancora una piccola creatura Cate... vedete, adesso io non vi far pi nulla...
Ella si allontan da lui.
Maurizio scosse la testa. Voi avete paura, esclam ridendo con brutalit, non temete... siete in casa vostra... Addio, e usc dalla stanza.
Si diresse verso la porta, l'apr: la chiuse piano, dietro di s ed entr nella sua abitazione, coi sensi ancora accesi e frementi.
Un'ora dopo Maurizio si dirigeva alla casa***. Questa casa era molto quotata ed era frequentata da molte stimate persone.
Per due giorni Maurizio non entr dai Marasca. E fu appunto in questi due giorni che Nicola Marasca si ubbriac in modo addirittura indecente e fece delle stranissime scenate; poi in ultimo ebbe una crisi benigna di breve durata, in cui egli dichiar con sincerit che nel pomeriggio seguente sarebbe partito insieme a Virginia, e avrebbe spedito un biglietto da cento lire ai Marasca. Un biglietto da cento lire e qualche altra cosa, ripet mettendosi la mano sul cuore. Questo ve lo giuro, e guard con timidezza Caterina.
Alla fanciulla brillavano gli occhi e quasi sorrideva. Non dimenticarlo zio, cento lire e qualche altra cosa... Maria  senza scarpe, Elisabetta non pu pi uscire, il suo vestito fa rivoltare, tanto  sudicio... non si pu lavare... ecco gli inconvenienti degli abiti da un soldo... comprendi zio Nicola? Potremmo comprarne uno di poche lire a grandi fiori stampati... coi fiori celesti, Elisabetta... il celeste ti sta molto bene...
Caterina parlava senza guardare Elisabetta e provava piacere nel sentire la sua voce. Nicola Marasca se ne andava. Ella sentiva il bisogno di mostrarsi cortese con lui. Quindi quando egli obiett: Prima il pane Cate... prima il pane... tutto il resto  stracci e fumo... stracci e fumo... Caterina sorrise e non replic niente. Intanto mentre il suo cuore batteva, senza che essa ne sapesse la causa, a colpi precipitati e la sua testa si riempiva di speranze nuove, gaie e dolci, fissava la madre e avrebbe voluto abbracciarla, con espansione un po' ebbra, come faceva quando era molto piccina. Avrebbe voluto gridare a voce molto alta: "Mammina guarda com' azzurro il cielo! Mamm  bello, molto bello vivere!... Ah! io sono molto contenta... molto contenta mamm...". Ma ella si contenne. Quel mattino era domenica, ed era luminosissimo, pieno di sole e di gaiezza. La luce entrava per i balconi spalancati e inondava le piccole camere: perfino nel guardare lo zio Nicola, Caterina not che egli aveva la fronte spianata e non possedeva quel colore rosso scuro, che egli pareva portasse sempre nella sua persona, colore che d all'occhio una insopportabile pena. Improvvisamente Caterina sent una forte piet per lui. Egli era l, su quella sedia e la sua vita era passata.... Che aveva goduto egli? Chi aveva amato? Che cosa aveva sofferto? Adesso  tutto quasi finito per lui... e la sua vita  passata, passata... ripet Caterina. Eppure a lui non importa nulla e si ubbriaca... Caterina stette due minuti sotto l'influenza di tali pensieri. "Signore! com' breve la vita! Ho ventun anni... ventun anni..." pens con angustia come se ne avesse contato cinquanta. Che ho fatto fino ad oggi? Che ho goduto? Che ho sofferto? domand a s stessa.
Cos egli... e rialz la testa per guardare ancora Nicola Marasca che fumava col viso severo. Avrebbe potuto chiederselo a ventun anni... ma non se l' chiesto con certezza... ed io potr ridomandarmelo a cinquanta... Caterina sospir penosamente. E forse anche allora non potr rispondere nulla... mi sentir cos... sar cos... Scosse la testa, provando nelle sue riflessioni un malessere quasi fisico. No, no a cinquant'anni non pu essere cos... E riflett ancora con una specie di gioia malsana, che non poteva essere mai cos, visto che Nicola Marasca non era niente per loro e li abbandonava. E poi essi l'odiavano, ed egli pure li odiava. Inoltre Nicola Marasca non avrebbe potuto vivere, e questo sicuramente, (Caterina non pensava al testamento) fino a che lei, Rachele ed Elisabetta avessero raggiunto i cinquant'anni.
Di conseguenza le cose sarebbero cambiate, perch di fame, questo  ormai provato, non si pu morire di un sol colpo.
Cate, esclam ad un tratto Nicola Marasca. Tacque e rimase un istante sopra pensiero. Ah! ecco... proruppe dopo, vi mander duecento lire... Nuovamente tacque e si rimise a fumare con aria triste.
Elisabetta che stava ricamando in un canto, spalanc gli occhi per il piacere e poi li abbass senza parlare e rise al suo lavoro. Sentiva che avrebbe rifinito magnificamente l'orecchia sinistra del gatto grigio perla. Quel gattino che ella ricamava con amore, era assai grazioso e aveva nome Minz; apparteneva di diritto a Nicola, il quale lo aveva cos battezzato e baciato sfrenatamente pi di venti volte. Elisabetta voleva fargli gli occhi violetti, di un violetto chiaro, sebbene Rachele proclamasse con disprezzo che gli occhi dei gatti sono sempre, indiscutibilmente, verdi.
Verdi o violetti che fa? A me piacciono viola e Rachele li preferisce verdi, ecco... Dio mio, come sono felice! Che splendido sole! Duecento lire ha detto lo zio Nicola... Che faremo di tutto questo denaro? Il pane, prima di tutto...  vero... lo zio Nicola ha ragione... Ah! mancano tante cose ai ragazzi... certo ce ne avanzeranno... perch Caterina andr adesso dal signor Dermundi, che  un uomo molto buono, ha detto Alessio Ferri... Elisabetta corrug le lunghe sopracciglia brune e sorrise guardando l'ago rilucere nel pulviscolo dorato, dopo tir uno o due punti sbagliati. Li disfece pazientemente e il cuore le batt forte forte in petto. Sorrise di nuovo. S, io sono senza dubbio felice... molto felice stamattina, e terminer senza annoiarmi anche l'orecchia destra. Per  pi graziosa la sinistra. Lo dir dopo anche a Cate e lo mostrer alla signora Ferri.
Ella non confessava nemmeno a s stessa che avrebbe fatto vedere il lavoro a Rosa Ferri, dinanzi ad Alessio perch egli lo ammirasse. E se egli dovesse trovare strano che vi siano dei gatti con gli occhi viola? La domanda era improvvisa e troppo diretta e il viso adolescente di Elisabetta s'imporpor. Devo essere davvero stupida per fare gli occhi viola ad un gatto, ammise. Elisabetta stava rattristandosi. Eppure io gli far gli occhi viola, ripet nella mente, non posso farglieli di un altro colore. Si ostin in questa idea provando a tratti grandi palpiti nel cuore, a tratti improvvisi scoramenti. Il sentimento che l'agitava era indipendente certo, dalla scelta del colore degli occhi felini, ma Elisabetta non se ne accorgeva. Seguitava a sentirsi felice, avvolta pigramente insieme al gatto Minz che essa ricamava, nel pulviscolo dorato.
Caterina non s'era mossa. Sotto la voce dolce di Nicola Marasca ella sussult. Guard suo zio con gaiezza. S, s, duecento lire zio Nicola... ne abbiamo bisogno fino... fino a che non avr visto Dermundi che attualmente  fuori di citt. Credi che egli sia buono? s, dev'essere molto buono... Tu intanto ci manderai duecento lire. E batt le mani ridendo. Io sono giovane, giovane... giovane! si disse pi volte. E nell'anima, nei sensi, nel cuore della fanciulla questa parola cantava, rendendola ebbra e dolce. Non voleva credere alle promesse di Nicola Marasca ma intanto essa veniva spinta a far gi certi conti, lietamente.
In quel caldo mattino i capelli di Caterina scintillavano nel sole; aveva il viso schiarito, gli occhi limpidissimi e rideva con la bocca grande piena d'entusiasmo. Stava ritta in mezzo alla stanza, con la camicetta scollata e le braccia interamente nude; scuoteva i suoi luminosi capelli e rideva guardando Elisabetta. Nei brevi istanti di oblio, quando la vitalit prorompeva in lei troppo rigogliosamente, essa diventava dolce e buona; l'ottimismo le faceva vedere tutti gli animi generosi e arrendevoli, mentre quel fondo d'ingenuit che v'era nella sua anima affiorava alla superficie.
Rachele entrando fu colpita dalla figura splendente di Caterina. To' sei proprio bella Cate! disse. Ammicc coi grandi occhi e rise.
Rachele, lo zio Nicola ci mander duecento lire! grid Elisabetta.
 vero, zio Nicola? domand con seriet Rachele fissando obliquamente il vecchio.
S, rispose egli. Guard Rachele e scosse pi volte il capo pensieroso.
Rachele era molto contenta di separarsi amichevolmente da Nicola Marasca. Cos di tanto in tanto gli scriveremo ed egli ci mander del denaro, pens. Dopo si strinse nelle spalle. E se egli non ci mandasse nemmeno le duecento lire?
Bene, aggiunse molestata da questa spiacevole supposizione, non sar davvero cos! E poi di fame non possiamo davvero morire! e socchiuse i suoi begli occhi con indolenza.
Ella era tranquilla. Bruno Carrara dopo quella serata odiosa, non aveva ardito il pi piccolo gesto, non aveva fatto la pi piccola allusione a quanto c'era stato fra loro. Egli era freddo e cortese. Certo Carrara s'era ingannato. Rachele sospir due o tre volte e divenne improvvisamente malinconica. S'avvicin a sua sorella Caterina. Remigio Verra  ammalato! esclam e guard fissamente dei moscerini che ronzavano sopra il suo capo. Possiamo andare a vederlo, aggiunse allargando gli occhi per la curiosit. Anna mi ha detto che da due giorni non esce di casa e non ha nessuno da fargli da mangiare... Antonia  cieca ed  una vecchia scaltra... ha divorato da sola, in questi giorni che essi non sono usciti, quel poco di cibo che si trovava nella casa... poi Anna dice che egli sia affetto da debolezza generale causata dall'abuso dell'alcool... Si abbass per dirle piano: Senti Cate, perch mai lo zio Nicola non si ammala di debolezza generale? Ah! sarebbe una gran bella cosa, nei suoi occhi sfavill un lampo d'odio.
Ah! s, andiamo... disse Caterina oscurandosi in viso. Si port una mano al cuore e lo sent battere molto forte.
Dove andate? domand timidamente la madre vedendo le ragazze presso la porta, senza cappello.
Rachele scosse le spalle senza rispondere, e Caterina prima di parlare si curv e raccolse uno spillo che le era scivolato dalla camicetta. Mamm, molto vicino... andiamo a visitare Remigio Verra... e le sorrise con un'aria molto dolce negli occhi bruni. La madre s'impaur. Dicono che egli sia grave e che dentro quel basso si soffochi... mormor con apprensione.
Mamm, mamm,  spirito di carit, questo? esclam ridendo Caterina. E il quinto comandamento, mamm? Caterina seguit a ridere e Alfonsia arross.
Caterina si avvicin alla madre e le appoggi con veemenza le mani sulle spalle. Mamm sei paurosa e molto crudele! Sentenzi e la baci in fronte.
Rachele rideva. Lei e Caterina scesero svelte le scale; entrambe erano molto allegre. Esse non erano mai state da Remigio Verra.
La porta era spalancata e nell'interno, vicino ad un tavolo sudicio, stava pallida con gli occhi spalancati e bianchi Antonia Verra.
Caterina e Rachele si fermarono sulla soglia intimidite e provarono ripugnanza ad entrare. Quando si trovarono nella bassa stanza affumicata, incavata come una grotta primitiva, si guardarono le gambe; si aveva l'impressione che su dal pavimento (il pavimento era in parte sterrato) le pulci dovessero saltare e attaccare le gambe in numero considerevole. Inoltre, il pallore malaticcio e i grandi occhi bianchi che non vedevano nulla di Antonia Verra, intristivano fortemente l'anima. Il mento aguzzo e le labbra strette della donna, facevano vedere come ella fosse una creatura cattiva.
Caterina domand con freddezza:  vero che vostro marito  ammalato?
Egli  debole, rispose la donna senza muovere gli occhi, avrebbe bisogno di molte cose. Antonia aveva una voce sgradevolissima. Le fanciulle ne rimasero colpite.
E non gli avete dato nulla? domand Rachele sbirciando la strada piena di sole.
S, del caff... e la pasta, non vi era altro... Ella dondol la testa senza sbattere una sola volta i suoi occhi bianchi. Potete vederlo,  l... disse serenamente.
Caterina s'inoltr un po' rossa e Rachele stette ferma in mezzo alla stanza oppressa da una violenta tristezza.
Caterina Marasca stava attenta per non inciampare in tutti gli oggetti che si trovavano per terra nella larga stanza. Emanava da alcuni buchi negli angoli e dalle travi fradicie che sostenevano il soffitto, una puzza che fece arretrare un istante la fanciulla. Peuh! che schifo!... mormor essa senza riflettere.
Vi era dal lato sinistro una specie di paravento in legno scuro e sconnesso gocciolante di umidit, e Caterina comprese che dietro quella barricata, si trovava la stanza da letto.
Affacciandosi nella quadratura libera, ella divenne per un forte colpo al cuore, molto rossa.
L'ambiente era buio e piccolissimo; prendeva tutta la larghezza e la lunghezza del letto su cui giaceva vestito interamente, avvolto in una pesante coperta color fumo, Remigio. Egli sentendo dei passi si volse sussultando. Si sollev di colpo sul letto e disse che gli dolevano terribilmente le ossa. Era molto brutto; sbatteva di continuo le palpebre gonfie e prive di ciglia e si passava ripetutamente la lingua grossa e oscura sulle labbra arse. Guardava Caterina con due occhi sbarrati. Sembrava terrorizzato.
Caterina toccava e guardava a sua volta il mendicante. Perch lo odiano? si domand e rabbrivid di disgusto. Ah!  inumano, pens. Costui  stato giovane... ha dovuto avere molte speranze un giorno...
La sua anima si oscur ed essa fu presa dall'angoscia. Volete qualche cosa? domand con voce tremante, ma gi astratta dalla sua stessa angoscia.
S, balbett il vecchio, non ho preso che tre tuffi di caff, era cattivo, si abbatt sul pagliericcio e si tir fin sulle spalle la coperta, rabbrividendo di febbre.
Caterina non comprese bene ci che egli dicesse.
Antonia Verra parlava continuamente con Rachele che non s'era mossa dal suo posto, e la sua voce giungeva pi che mai sgradevole all'orecchio di Caterina. Nessuno, figlia mia, ha voluto firmare la domanda per farci ricoverare all'ospizio, per dicono che in quella casa si muore lo stesso... Ah! disse ella accigliata e sollev la testa minacciando il cielo coi grandi occhi spalancati.
Il vecchio si volt all'improvviso e fiss lo sguardo spaurito sopra Caterina; ella non pot resistere a quegli occhi moribondi e gli volse le spalle bruscamente.
S'avvicin a sua sorella e le appoggi il braccio nudo sulla spalla; respir con sollievo sentendo sotto la pressione, la carne fresca e fremente di Rachele. Guard la donna e ancora le apparve miserabile e cattiva. Non potete avvisare per mezzo di un ragazzo la Questura? domand corrugando la fronte.
Antonia sospir. Ci vuole la domanda, altrimenti  inutile... e poi ci vogliono molte carte...
La vecchia fece un gesto vago e tacque. Poi il suo viso s'illumin. Hanno mandato il prete e si  confessato e comunicato, diss'ella, ma, soggiunse soprapensieri, questo non pu fargli nulla, perch due minuti fa ha bestemmiato...
E allora, chiese pensierosa Caterina, come farete?
La vecchia scosse la testa. Penso di spedire un telegramma a certi nostri parenti contadini... si sofferm, forse non verranno perch si vergognano di Remigio e di me... mormor a s stessa distrattamente. Spalanc il suo sguardo vuoto di fronte alle fanciulle come se le vedesse. Quella signora della palazzina, disse sottovoce, ha mandato cinque lire dalla cameriera. Ho serbato il denaro per fare il telegramma a Maria... La voce di Antonia divenne improvvisamente acuta. Domando a Marco: "Chi  questa buona signora?". Marco ride e risponde: Non sapete? Ah! ella  veramente buona... spoglia di continuo s stessa e gli uomini... Va bene, dico io, a noi ha mandato cinque lire. Il figlio di Anna incominci a bestemmiare e per poco non mi ha battuta.
Cinque lire... cinque lire... grid. Perch essa non lava la biancheria come fa mia madre? Cinque lire... io sono malato, capite Antonia?... Sono malato, malato... e usc come un pazzo.
La mendicante tacque di colpo e torn assorta. Forse ella non verr, disse ad un tratto a voce alta.
Caterina si scosse e si allontan un poco da Rachele. Vi manderemo del pane, dello zucchero e un po' di caff, disse in fretta e si mise a guardare due bottiglie rotte sul pavimento; alcune buccie di patate imputridivano. Rachele, esclam rialzando la testa impetuosamente, io per esempio, vieterei in modo assoluto che i preti entrassero nella camera dei moribondi per avvilirli con il loro apparato... Che impressione ha ricevuto quel prete entrando qui? domand accigliata.
La mendicante scosse la testa con gravit. Il Padre ha benedetta la casa... Egli  molto buono...
Caterina s'irrit. Addio, disse bruscamente e trascin seco Rachele.
Il vico era pieno di sole e brulicava di ragazzi scalzi che correvano e gridavano gioiosamente; di gatti che si stiravano con volutt, di galline che razzolavano fra le immondizie arruffando le penne. La biancheria stesa si gonfiava dolcemente sotto un vento leggero, leggero; le donne dei bassi gesticolavano sugli usci e ridevano. Molte di esse detestavano Remigio. Gli invidiavano la sua miserabile vita di riposo nauseante. Non finivano di dire che egli moriva per abuso di acquavite.
Quel vecchio sudicio  moribondo!... E tutti sono tranquilli, pensava Caterina sorpresa e con terribile angustia. Signore! come tutti sono felici mentr'egli muore!
Ma l'angoscia che provava era per s stessa, per la sua casa, per l'incertezza dell'avvenire.
...
Entrando nelle loro stanze Rachele e Caterina si convinsero, respirando a pieni polmoni, che esse erano belle e decenti. Rachele and a mettersi vicino al balcone. Era rimasta scossa. Ella classificava Antonia fra i mendicanti privilegiati, perch non dormiva sui sedili pubblici la notte, ma invece occupava un basso del cadente palazzo del principe Murilli e il principe generosamente non esigeva nulla da lei. Poi Rachele credeva che ella fosse in et assai avanzata e non dovesse avere altri fastidi oltre quello della sua disgrazia.
Elisabetta le si avvicin sorridente. Com' bello fuori! Aveva messo in un canto il suo gatto Minz, ed era andata a giuocare a rincorrersi coi bambini sulla terrazza. Sono stanca, mormor socchiudendo i suoi begli occhi neri e si sedette di fronte a Rachele. Si sorprese nel vederla triste. Caterina ha mandato Nicola per portare del caff forte al mendicante... Nicola si  entusiasmato. Non puoi immaginare come egli fosse felice di portare delle cose nel basso dei Verra...
Ah!  vero Rachele che egli st male?
Rachele chin il capo distrattamente. Si alz e fece pochi passi per la stanza. And a fermarsi dinnanzi allo specchio e si guard attentamente; poi riprese a passeggiare.
Nicola entr come una ventata. Ho portato tutto! grid con visibile gioia, ed ho visto Remigio... stava nel letto... Elisabetta, e nel prendere il caff ne ha versato met sulla coperta... Egli ha detto che era cattivo e che lo disgustava... si sofferm agitatissimo, scuotendo la testa dai lunghi capelli disordinati. Sai, Elisabetta, sussurr all'orecchio della fanciulla misteriosamente, domani lo faranno passare di qui...
Elisabetta lo guard con stupore. Che dici Nicola? Non comprendo...
Nicola divenne grave. E allora perch  andato il prete stamattina? Anna ha detto sulle scale: Il vecchio muore... ebbene, vada pure al diavolo...! Io non ho visto mai delle persone morte... aggiunse con curiosit.
Nicola corrug la fronte vedendo entrare Nicola Marasca.
Oh, grid. Ziuccio... ziuccio Nicola, dammi due lire.
Con un gesto semplice il vecchio diede due lire al piccolo Nicola.
Nicola fece due giravolte e and a cadere lungo e disteso sul pavimento. Incominci a ridere e a gridare: Oh! come sei bello zio Nicola... Oh! come sei buono ziuccio, io ti voglio bene zio Nicola... e anche Cate ed Elisabetta ti vogliono molto bene, ripeteva quasi sempre le stesse parole, molto sguaiatamente.
Nicola Marasca lo contemplava con bont. Era fatto cos. Aveva un'anima umile.
Era stato per diversi giorni in un abbattimento che minacciava la sua salute. All'improvviso s'accorse che ogni cosa dipendeva dalla sua volont, e si commosse in modo straordinario. Egli amava i figli di Massimo e avrebbe spedito loro subito, duecento lire. Nondimeno non abbandonava il suo atteggiamento triste. Rachele, disse con la convinzione gi determinata ed inflessibile, ma con dolcezza, nelle cotolette preferisci il moscato? e la fiss aspettando umilmente che ella parlasse.
Rachele sollev i suoi grandi occhi. Si pu essere pi idioti di cos? pens e rispose con sgarbatezza: No. Il marsala. Quei vini la disgustavano.
Egli scosse la testa. Ho detto a Virginia di mettervi del moscato, afferm con un gesto vago, facendo la voce ancora pi dolce.
Rachele s'irrit. E allora? domand con cattiveria e nello stesso tempo prov una gran voglia di piangere. Elisabetta appariva in quel momento bionda, dolce, luminosa e Rachele fren un pianto nervoso e irragionevole. Sent di detestare tutti; anche Caterina che essa amava tanto.
Si fa presto a diventare vecchi e brutti come Antonia, pensava Rachele e rabbrividiva. Cos' mai questa vita? Ah! io sono stanca... stanca... stanca. Approfond il suo pensiero e ne prov una viva angoscia. Tutte le mattine per anni interminabili ella avrebbe messo in testa il cappello di velluto, che d'inverno sarebbe stato a volte rosso, verde, azzurro, e d'estate la paglia di cattivo gusto invariabilmente avana, per andare negli uffici di Bruno Carrara e passarvi un'intera esistenza curva sopra i registri... Non c'era scampo, invecchierebbe cos...
Che posso fare altro? si chiese Rachele continuando a fissare bruscamente i fratelli. Sar cos sempre... sempre! non cessava di ripetersi; ad un tratto le parve di perdere la testa come le accadeva quando considerava il mistero dell'eternit. Naturalmente vecchi e brutti come Antonia. Queste parole fisse non potevano uscirle dalla testa, allo stesso modo, come a scuola, le restava fisso, il verso di una poesia imparata con straordinaria facilit; e non solo tutto il giorno questo verso torturava la sua mente, ma diventava pi lucido ed insistente nelle prime ore della notte e non la lasciava addormentare. Ella allora era molto piccina; di notte ne aveva pianto, e durante la giornata s'era messa persino a cantare per scacciare la persecuzione del verso implacabile. Adesso Rachele corrugava la fronte; e correva dinnanzi allo specchio per vedersi giovane e affascinante. Non glielo dicevano tutti che era bellissima? Ebbene, a che serviva dopo tutto, essere bellissime? Un sorriso amaro le saliva alla bocca. La vita era la stessa per tutti in quel vico, giovani e vecchi, belli e brutti.
Nicola Marasca si ubbriac un'ultima volta, ma in modo decoroso. Infatti egli parlava senza acquetarsi un attimo e diceva delle cose dolci e affabili alle ragazze.
Non appena per i Ferri entrarono nella stanza, egli s'incup. Si alz di colpo col viso rosso, prese per il braccio Maurizio e lo trascin nell'altra stanza. Gli offerse una sedia con gli occhi lucidi. Maurizio era astratto. Guard con asprezza il vecchio. Cos'ha Caterina? si domand. Vuol dimostrarmi col suo volto felice che ella mi disprezza? Le son caduto forse ai piedi io? Dev'essere straordinariamente sciocca allora... Rachele mi garba di pi! Almeno costei  bellissima... e sorrise sgradevolmente guardando il vecchio che mostrava un aspetto cupo.
Voi studiate medicina? disse all'improvviso Nicola Marasca.
Maurizio fece cenno di s, col capo. Nicola dondol la testa con tristezza. La societ, signore, rigurgita di microbi... Gli uomini sono microbi, microbi patogeni. Bisognerebbe schiacciare a milioni cotesti insetti ortotteri e mettere al loro posto individui e non bacilli... comprendete? S'interruppe adirato.
Bisognerebbe riformare e uccidere principalmente la famiglia... Vi sono delle grandi questioni. Tacque e stette due minuti in silenzio. L'amplesso, riprese, dovrebbe avvenire, per esempio, fra uomini e donne puramente idonei... Ve ne accorgete signore, dell'anestesia che vi procurano alcune donne? Di nuovo tacque perdendo il filo delle sue considerazioni.
Maurizio lo fiss lungamente silenzioso.
Nicola Marasca scosse le spalle con gli occhi semichiusi. Voi vedete, signore, disse sotto la foga della commozione, le mie nipoti morivano di fame ed io son venuto per farle mangiare... pure io domani, debbo partire. Perch debbo partire, mi domandate? Rimase un istante pensoso. Mander ad esse duecento lire... Duecento lire sono sufficienti non vi pare? Massimo si uccise... Io sono contrario al suicidio, ma approvo Massimo. Perch, capite, egli non aveva pi un centesimo, n per mangiare, n per bere, n per pagarsi una femmina. Allora, dico io, perch si vive? si sofferm per tirare un grosso sospiro. Per l'assioma risiede sempre nella famiglia... si commettono degli errori gravi... purtroppo ognuno annegando nel proprio godimento fisico non si accorge mai di tali errori... Capite? Soltanto un utopista potrebbe immaginare due previdenti genitori intenti a risolvere nell'amplesso il fastidio della generazione... Ah! il male  proprio nella famiglia, signore...! proruppe angustiato. Bisognerebbe estirparla di un colpo e disperderne i membri agli antipodi... L'ordine sociale? Tacque e rimase assorto.
Maurizio sent un profondo disgusto per il vecchio. Si alz e fiss a braccia incrociate Nicola Marasca, che stava cupo, con gli sguardi perduti nell'ebriet.
A poco a poco chiuse del tutto gli occhi e si addorment. Maurizio rimase presso il balcone pensieroso. Cos'ha detto costui?  disgustoso!
Caterina apparve sulla soglia. Senza guardare suo zio si avvicin al giovane. I lineamenti della fanciulla erano chiari e gli occhi avevano una luce limpida. Pure essa arross con violenza nell'andare presso Maurizio. Lasciate stare lo zio Nicola, venite di l... Maurizio la contempl fissamente e s'accorse che quel giorno ella appariva quale essa era: giovanissima e dotata di una grazia mutevole fra aspra e dolce; ci costituiva un fascino singolare. Maurizio incresp le labbra. Caterina Marasca? Eccola quella strana Cate... No... no... essa non era bella... e nondimeno come appariva affascinante... Certo era una cosa molto diversa! Quale ebbrezza furiosa non si doveva provare nel possedere quella creatura piena di sensualit e di alterigia... Non rispose. Si adir. Essa si perder... e la godr un imbecille molto ricco... Ella ama la vita, il lusso... ama soprattutto s stessa... Fiss il vecchio e prov una violenta nausea. Poi si figur Caterina pallidissima ed emaciata, con le spalle curve battere il marciapiedi. Non venite? domand Caterina impaziente.
Vengo, disse Maurizio e avvolse Caterina in uno sguardo dolce. Entrarono nella stanza dove stavano Rosa Ferri, la madre e i giovani. Era una serata deliziosa. Nel gruppo giovanile si udivano alti scoppi di risa. Elisabetta aveva il viso infuocato. Alessio terminava allora di raccontare un aneddoto molto curioso, e Nicola per l'ilarit faceva dei grandi salti per la stanza e poi abbracci fortemente Paolo ed Elisabetta. Infine salt al collo di Alessio. Raccontate ancora Alessi, grid, Caterina, Caterina sai... c'era una volta un cagnolino piccino, piccino... cos... E Nicola si abbass rapidamente ridendo sul pavimento. Ed era di un colore, url, aspetta Cate... E si volse rosso verso Alessio.
Di croco, interloqu con gravit il piccolo Paolo. Io sono stato attento.
Bravo Paolo, disse Alessio ridendo, di croco infatti... ci vuol dir rosso, di uno speciale colore rosso giallo... In quel punto la piccola Maria si mise a correre nella stanza cantando ad alta voce. Elisabetta si tur gli orecchi con le mani dondolandosi sulla sedia con aria gioconda. Non ne posso pi, non ne posso pi...
Alessio guardando la piccola Elisabetta che rideva si sent diventare inquieto. Che piccina adorabile! pens corrugando la fronte. Mi piace senza dubbio...
Nicola, Nicola... lasciami, grid Elisabetta morendo dalle risa, lasciami... ah! ah! mamm aiutami... Nicola tir per le spalle Elisabetta e dopo averla rovesciata sulla sedia incominci a solleticarla sotto il mento. E la gola che manda gi, urlava con gli occhi scintillanti e vellicava con le dita magre e brune il collo fine della sorella.
Alessio fiss il corpo estremamente sottile, abbandonato e fremente della giovinetta. Nicola si curv e la baci con forza, affondando tutta la bocca nella gola bianca di Elisabetta. Glu... glu... glu... ripeteva fra gli scoppi di risa e baciava e ribaciava Elisabetta.
Un rossore sal sul viso pallido di Alessio. Questo fanciullo  insopportabile! Io lo detesto...
Nicola! chiam con dolcezza la madre. Nicola noi non comprendiamo pi nulla... s Nicola, tesoro mio, sta quieto... ma il sorriso tenero lasciava trasparire l'indolenza del richiamo. Una specie di compiacenza orgogliosa per quel figliuolo cos spigliato e cos vivace, si leggeva sul viso pallido di Alfonsia. Quella stessa espressione di superba tenerezza appariva sul volto della madre allorch ella parlava di Caterina. Sollev la sua bella testa sfinita.  troppo vivo, disse.
Questo dimostra che egli gode un'ottima salute, spieg Rosa Ferri guardando sorridendo Nicola.
Oh! url Nicola liberando la sorella. Udite signori! abbass con rapidit la voce. Domani passer di qui la bara di Remigio Verra.
Alessio lo guard bruscamente.  brutto, e in questo momento  sciocchissimo, si disse. Involontariamente la bellezza superba di Rachele attrasse la sua attenzione. Com' bella! anch'essa mi piace. Ho visto poche donne belle come Rachele Marasca. S,  stupendamente bella! Possedere una donna simile? Rabbrivid di piacere a questo pensiero. Non pertanto ella dev'essere cattiva... anche Caterina sembra cattiva... Com' deliziosa per la piccola Elisabetta...  pura come un fiore... dolce come un fiore di campo. Ecco, si diceva Alessio. Ecco che cos' una vergine... Chi ardir amare questa fanciulla? Socchiuse gli occhi e guard fissamente Elisabetta. Seguit a pensare colorendosi gradatamente in viso. Con questa piccola creatura fra le braccia diverrei un altro uomo, proprio lo sento, un altro... Com' bionda!  bionda come Caterina... ma non le somiglia affatto... negli occhi somiglia a Rachele, gli stessi occhi grandi e bruni, un po' pi chiari dell'altra. Guard di sfuggita Caterina. Gli occhi di Caterina non mi piacciono, sono troppo lunghi, troppo scuri senza esser neri... brillano troppo. No, essa non mi piace.  brutta. Poter stringere la piccola Elisabetta? Ah! ma non sarebbe un peccato sciupare coi baci questa adorabile verginit? si domand rabbrividendo fin nelle pi intime fibre. Ma appunto al solo pensiero di sciupare coi baci quella adorabile verginit, Alessio fremette deliziosamente. All'improvviso si chiese con perplessit: perch mi piace tanto Rachele? E anche Graziella mi piace... senza dubbio. Stasera andr da lei. Batt con nervosit la mano sulla sedia vuota. Perch mi piacciono tante donne in una volta? Eppure sono cos diverse. Dov' dunque l'amore? Che cos' l'amore? Esiste esso? La piccina,  adorabile. La bocca aspra di Alessio si contrasse. Si alz bruscamente. Addio! disse rivolto a tutti. Ho un appuntamento.
Rosa Ferri alz il viso. Tornerai tardi Alessi?
No.
La madre lo guard con quell'espressione dolce e indulgente che riusciva sgradevole ad Alessio Ferri. Un'ombra pass sul viso della piccola Elisabetta. Corse a lui.
Che avete? gli domand con ingenuit. Vi abbiamo fatto qualche cosa?
No, rispose severamente Alessio ed usc dalla stanza.
Elisabetta rimase mortificata. Alcune lacrime di dispetto spuntarono nei suoi occhi. Nicola con un salto fu vicino a lei. Elisabetta giuochiamo ai fiori? Che hai? Suvvia, dimmi un po', che hai? Nicola guardava stupito Elisabetta. La giovinetta sbatt pi volte le palpebre per trattenere le lacrime. Niente... giuocher Nicola, davvero che giuocher, e sorrise al fratello con nervosit.
Per a poco a poco la nube scomparve dal viso giocondo di Elisabetta, la sua bocca fatta per il sorriso gioioso si aperse al sorriso ed ella scherz e giuoc a lungo con Nicola, Maria e Paolo.
Caterina osservava giuocare i fanciulli, silenziosa. L'espressione radiosa del mattino era scomparsa dal suo volto. Adesso era pallida: aveva la fisonomia stanca.
Maurizio e Rachele in un angolo ridevano e parlavano animatamente. Al suono delle loro voci, Caterina provava un forte malessere. La sua sensibilit acuta, quasi morbosa, la faceva molto soffrire ed essa batteva ritmicamente il piede a terra, e tormentava l'una contro l'altra le sue mani. Sono forse bella io? si chiese con amarezza. E il sangue le afflu al cuore, le imporpor le guancie, per poi ritrarsi rapidamente, lasciandola pi fiacca e scolorita. Perch dovrebbe occuparsi di me?
Tutti si sono sempre occupati di Rachele, indistintamente... Ah! s, una volta uno sporco contadino... Benissimo! Un sorriso aspro corse alla bocca di Caterina. In quell'istante il ricordo di Marco, il figlio del fittabile, non le arrec niuna dolcezza, anzi al pensiero di quell'amore lontano, timido, oscuro, quasi bestiale, essa si sent diminuita e ne sofferse profondamente.
Odi di tutto cuore Marco. E adesso incominciano a corteggiare Elisabetta. A Caterina non era sfuggito lo sguardo estatico ed entusiasmato di Alessio.
Mentr'ella sotto le malinconiche riflessioni, rimaneva quieta nel suo cantuccio, all'improvviso rimase soffocata da un forte singulto. Poi ebbe la percezione fisica delle braccia di Maurizio intorno alla sua vita, sent il soffio caldo del respiro di lui sulla bocca, le mani scure sul suo corpo tormentato. Si alz di colpo. E solo dopo due o tre respiri affaticati pot respirare con libert. Evidentemente quella sera Maurizio aveva avuto un istante di follia... Essa si trovava in una di quelle crisi di calda sensualit... era l... abbandonata sul letto... prostrata nella profonda sofferenza carnale... ed egli ne aveva approfittato per prenderla tra le braccia come una piccola cameriera. Le guancie di Caterina divennero pallidissime, ed ella senza accorgersene scosse pi volte la testa. Uno zimbello? si disse. E i suoi occhi scintillarono di crudelt mista ad un orgoglio quasi feroce. Io sono brutta... certo non sono affatto desiderabile... ma un comodino? Mai. Rigett indietro la testa con la bocca contratta dall'ira. Si alz e and a mettersi dietro la sedia della madre e appoggi delicatamente le mani sulle spalle di lei. Corrug la fronte mentre i suoi occhi continuarono a scintillare e si mise a fissare Rosa Ferri.
Ella stava spiegando minuziosamente i sintomi della sua malattia alla madre, s'interruppe perch in quel momento Elisabetta batteva le mani cos forte da farla sussultare di spavento. La giovinetta saltava per l'entusiasmo. Oh! Nicola ho indovinato... Tu li pa no, scand prolungando gli accenti sulle sillabe.  vero,  vero Nicola, su non mentire.
Caterina si volse. Maurizio curvo verso Rachele le parlava sottovoce. E Rachele arrossiva visibilmente di piacere. La fronte di Caterina si segn di due o tre rughe profonde ed essa and incontro a Maria, la prese fra le braccia e la baci tre volte sulla boccuccia pallida. Poi corse verso la madre con la sorellina tra le braccia. Mamm, grid ridendo, io esco con Maria... S... presto Maria, vestiti, faremo una splendida passeggiata. Si avvi giocondamente con la bimba nell'altra stanza. Rosa Ferri aveva ripreso a farsi vento e a sospirare. Rachele rideva fino alle lacrime. Vi prego... smettete di raccontare Maurizio, ella diceva.
Il piccolo Nicola passeggiava gravemente per la stanza. A tratti si fermava e pregava cos Elisabetta: Isa, Isuccia, io ti voglio tanto bene... Isa, parlami del gatto Minz, racconta del gattuccio bianco, con le zampette piccine, piccine e la boccuccia rosea come quella di una bambina appena nata... parlami di Minz, il mio gattino, quello che tu ricami, dimmi di lui Isuccia...
Elisabetta non l'ascoltava. Era seria e assorta. Tutto ad un tratto Nicola cess di supplicare Elisabetta. Si diresse di corsa, spalanc la porta della prima stanza. Venite, url, venite a vedere come russa lo zio Nicola, venite a vedere... Com' buffo! Rachele, Elisabetta... signore, potete guardare tutti... e il piccolo Nicola si cacciava ridendo violentemente le mani nei bei capelli scuri e li scuoteva, ricacciandoseli all'indietro. Elisabetta, Rachele e Maurizio accorsero fin nella camera dove russava Nicola Marasca e fecero delle matte risate.
...
Nicola Marasca e Virginia partirono la mattina seguente molto presto.
Nicola Marasca assicur che presto avrebbe scritto e mandato il denaro; esattamente duecento lire. Nicola, i piccini, e la piccola Elisabetta, baciarono sulla fronte lo zio Nicola.
Caterina e Rachele salutarono invece Nicola Marasca, quasi bruscamente. Rachele, quando la porta si chiuse dietro il vecchio e Virginia, respir, e rossa, con gli occhi brillanti, fece due o tre giri per le stanze canticchiando di felicit. Ah! come mi sento bene! Guard con occhio malinconico tutto in giro e poi aggiunse con voce quasi tenera: Vedo tutto pulito, tutto giocondo oggi!... tutto libero...
Senza dubbio Rachele esagerava. Ma ella ripet colpita: Libero! e scoppi a ridere. Una volta aveva sentita questa frase da una piccola bimba idiota: "Ah! anch'io sono felice oggi... Com' bella la libert!".
Questa frase era stata detta dalla piccina, pensosamente, senza che prima niente fosse stato detto e discusso fra loro. Rachele aveva guardato sgomenta la piccola creatura. Le era sembrato che ella esagerasse torbidamente nell'espressione degli occhi... Quella piccina si chiamava Marina ed era morta un mese prima che essi lasciassero per sempre il loro paese.
Rachele in quel momento si ricord distintamente della piccola scema; corrug la fronte: Povera Marina! Forse non era tanto idiota in fondo...  vero la libert  bella... bella... ed io sono pienamente felice senza lo zio Nicola. Io l'odio molto, l'odio di certo, pi di tutti... E poi chi mi dice che noi dobbiamo morire di fame senza di lui? Di nuovo ella rise e si mise in faccende per sbrigarsi e arrivare in tempo agli uffici di Bruno Carrara.
I balconi erano spalancati. Elisabetta era raggiante d'entusiasmo. Con le labbra rosse, un po' affannata, incominci a fare dei piccoli passi di danza, e fin per esibirsi dinnanzi alle sorelle, in alcuni balli agili e del tutto inediti. Nicola batteva le mani. Elisabetta si gett stanca sul pavimento, ai piedi di Caterina. Si mise a guardare sua sorella Caterina, e la vide nervosa, occupata a parlare allegramente con Rachele, che socchiudeva gli occhi e rideva. Prov il bisogno di cantare una lunga e tenera canzone, molto vecchia, appresa quand'era piccina cos, e giocava nel grande giardino, insieme a Caterina e a Rachele. Allora esse avevano il nastro nei capelli e le gambe nude; erano allegre e selvatiche provando paure terribili per molte cose e scoprivano sempre degli strani insetti nel fossato; ricordava specialmente la grande rivista di vermi rossi che esse facevano, con gli occhi luccicanti e le manine inquiete per l'allegria e il ribrezzo, sotto il gran gelsomino. Tutti quei vermi dal rosa tenero, al rosso cupo, si aggrovigliavano lentamente nel profumo soave dei petali spolverati dal vento. Elisabetta cantava con un filo di voce dolce e armonioso pensando a tutto ci.
Caterina si volse a met sorridente e ripet il ritornello. Subito Elisabetta ramment che un giorno Caterina, l nella loro casa, in quel medesimo giardino dei loro giuochi, aveva compiuto un atto strano e ripugnante, e dopo aveva pianto.
Caterina era di quattro anni pi grande di lei. Quel giorno aveva piovuto ma verso le due c'era stato il sole. Esse erano scese in giardino dopo la colazione, e avevano rincorso alcune farfalle fino ad esserne stanche. Caterina indossava un grembiulino rosso con una gran tasca davanti. Tutti i capelli biondi le cadevano sugli occhi e sulle guancie e s'era inginocchiata a guardare la moltitudine dei vermi rossi, striscianti tra i gelsomini, ancora vivi, che la pioggia aveva lasciato cadere. Elisabetta ramment pure che Rachele indossava una vestina bianca ed era graziosa e gi alta come Caterina sebbene avesse solo dieci anni e Caterina dodici. Ad un tratto Caterina s'era curvata, e tremante, con le guancie rosse, sospirando e chiudendo gli occhi, aveva messo le mani fra i vermi rossi e ne aveva ritratto i pugni pieni di lombrichi e di gelsomini, stringendoli fortemente con lo sguardo lucido e spaventato. Ella e Rachele erano fuggite e Caterina mandando un grido di ribrezzo, aveva lasciato andare i vermi e s'era gettata sull'erba strofinando nei fili verdi e lucidi, le mani insudiciate, mentre il suo corpicino si scuoteva tutto nei singhiozzi. Perch, perch hai fatto questo? le domandarono ella e Rachele tornate presso Caterina. E Caterina rispondeva sempre singhiozzando: Non so... non so... Ho molta paura, molta paura Isuccia... Per quella sera ella e Rachele non avevano voluto giuocare con Caterina, e non avevano voluto toccare le mani di lei.
Elisabetta cess di cantare e rise.
Perch ridi? domand Rachele mentre si metteva le calze.
Elisabetta si sollev.
Caterina ricordi... quel giorno dei vermi rossi?
Caterina la guard sorpresa. Che dici? mormor distratta, sorridendo ad un suo intimo pensiero.
Elisabetta si avvolse nel tappeto di traliccio, ancora ridendo, e non rispose.
Caterina si alz, e come chi abbia preso una decisione importante e irremovibile contempl seriamente le sue sorelle: Questa vita deve finire... s, s, tutto ci finir... esclam risolutamente. Noi siamo giovani, siamo piene di buona volont, vogliamo bene a mamm e ai piccini, s, s tutto ci deve finire, ripet e corrug la fronte mentre l'entusiasmo le brillava nello sguardo. In quel momento preciso avrebbe voluto recarsi al palazzo dei Dermundi, impietosire uno di quei signori caritatevoli, ottenere un impiego e respirare con libert.
Tutto allora si aggiusterebbe. I pensieri diverrebbero meno gretti, la vita ripiglierebbe il suo corso normale, ognuno si muoverebbe, agirebbe, vivrebbe la sua vita... senza quella torbida ricerca del cibo, che immobilizzando le idee e gli atti di ciascuno di essi, li faceva raccogliere muti ed oppressi in un canto per domandarsi, cos tanto giovani: debbo io morire o debbo vivere? E che far per non morire di fame? Accetter ancora Nicola Marasca e la sua sporca amante? Ah! che disgusto, che disgusto allora...
Caterina contrasse la bocca, S,  necessario, necessario, balbett. Tutto ad un tratto rise forte e all'improvviso si chin e baci Elisabetta. Io credo che saremo molto felici in seguito.
Rachele raccolse la frase mentre usciva, e per via si domand se Caterina presentisse giusto. Ma siccome Rachele era molto giovane e molto bella e superba, sorrise a se stessa e varc l'ufficio di Bruno Carrara, con nel cuore le stesse speranze che animavano in quell'istante la mente e l'anima di sua sorella Caterina.
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PARTE SECONDA.
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Capitolo 1.
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Cos ricominci di nuovo per i Marasca la lotta per la vita. Questa terribile lotta che milioni di uomini, di affamati, di disonesti, di gente lurida, di vagabondi, di cenciosi, di traviati, di ubbriachi e di prostitute conoscono...
Massimo Marasca non era un degenerato. Era un essere torpido e molle.
Molte volte egli si trov, sotto gli occhi delle piccine inorridite, a minacciare la moglie con la rivoltella. Era un'idea fissa per esempio, e che lo rendeva vile e infelice. Dubitava di sua moglie. Era trasceso un giorno fino a fissare con occhi malvagi e terribili un ragazzo di quattordici anni, figliuolo di un loro vicino, e che sovente veniva dai Marasca a scherzare con le bimbe.
Forse ci proveniva dal fatto che Alfonsia De Marchi, sposata da lui, per amore sensuale (Massimo Marasca non aveva avuto un soldo di dote) era sempre riluttante alle sue infuocate carezze, ed egli doveva piegarla con la forza. Spesso succedevano scenate scandalose.
Massimo Marasca giudicava le cose da un punto di vista assoluto, e non poteva, quindi, da quei fatti trarre una conclusione esatta, che, pur avendo il potere di farlo sdegnare, lo avrebbe tranquillizzato e gli avrebbe dato la pace. Invece ne deduceva: se la moglie provava ripugnanza per lui, doveva inevitabilmente intendersela con un altro. E non riuscendo a trovare con precisione quest'altro, dubitava di tutti. Con questa idea egli fin a poco a poco col disinteressarsi quasi completamente dei suoi affari. Riguardo ai figli era un padre indifferente.
Se egli si fosse sprofondato nei pensieri tormentosi avrebbe finito col dubitare: quelle creature erano veramente sue, poi? Gli era accaduto di domandarselo pi di una volta, e pi di una volta per il quesito angoscioso, li aveva odiati.
Malgrado tutto egli (rarissime volte) si era intenerito per essi. E diceva: "La mia Cate  intelligente... non  molto bella... ma fa rimanere incantate le persone... Cos'ha per apparire tanto affascinante? Si domandava e sorrideva quasi con dolcezza e ne parlava coi suoi amici. Per egli prediligeva Rachele ed Elisabetta. E molte volte aveva detestato Caterina.
Quando in ultimo Massimo si accorse della rovina, si sprofond tanto in questo pensiero, da smarrirsi in una lucida pazzia. "Non posseggo pi nulla!" riflett dolorosamente (aveva bevuto tre bottiglie di acquavite) "Alfonsia mi tradisce, adesso ne sono certo... e quelle creature non sono mie... io non ho alcun obbligo verso di loro... io sono buono..." qui incominci a piangere come un bambino disperato. "Non voglio uccidere Alfonsia...  finito tutto!" Stette a contemplare dieci minuti la pioggia che batteva sui grandi alberi fuori. Vide ogni cosa pallida, triste e scialba. Senza essere riuscito ad ubbriacarsi con tre bottiglie di acquavite, giudicando inutile continuare una vita, di cui provava nausea, in preda ad un delirio ipocondriaco e tranquillo, due ore dopo si uccise.
Senza l'improvviso scoraggiamento che l'aveva colpito in un istante di tetre riflessioni e senza la pioggia grigia e ininterrotta della mattinata, egli non si sarebbe certamente ucciso. Poich non avrebbe mai avuto la forza per farlo essendo per natura pigro e vile, pronto ad assoggettarsi ad ogni eventualit dell'esistenza.
Se il suicidio sia un atto di coraggio fisico (e bisognerebbe per questo sondare gli elementi che ne hanno prodotta la causa) allorch l'individuo  nel pieno possesso delle sue facolt mentali, (e ci nel suicida avviene ben di rado) si pu discutere. Ma dare a tal gesto un tono eroico, e uno spirito di elevazione morale  assurdo. Con l'atto criminoso ( sempre un atto criminoso consumato senza conseguenze penali sulla propria persona) si spezza il magnifico dono datoci dalla natura; si finisce di soffrire, di espiare, di portare la pena del fallo, di umiliarsi e di rigenerarsi.
Si oblia ogni responsabilit. Una palla al cuore, o meglio come avviene nel suicidio di prammatica, alla tempia: l'obbligo morale di vivere  eliminato rapidamente con un gesto violento; ormai ci si pu coricare supini per sempre, tranquilli e con il diritto al compianto della societ, all'esaltazione, mai al disprezzo, perch sappiamo, e questo fin dall'et della ragione, che la societ sola ci spinge e non i nervi ripiegati, (principalmente per la ragione d'onore) a rigenerarci nel sangue, e quindi la societ per prima ci redime e stima necessario il sacrificio dell'individuo per la morale di un popolo.
Massimo Marasca si uccise in uno stato di ipocondria e di depressione estreme. Inoltre egli era un po' malato di testa e aveva delle strane manie.
Senza questo, egli evidentemente non si sarebbe ucciso. Egli consum il proprio suicidio nella pi assoluta vigliaccheria; non ebbe nemmeno l'orgoglio fisico di uccidersi a mente fredda, con lucidit disperata, in un giorno pieno di sole.
Forse egli continuando a vivere sarebbe caduto molto in basso. Era necessario un uomo vile come Massimo Marasca alle sue creature?
Ebbene, possiamo rispondere affermativamente: Massimo Marasca avrebbe dovuto vivere e vigilare; poteva rifare la sua vita giacch egli non era n un pazzo, n un imbecille.
...
Alessio e Maurizio Ferri si trovavano quella sera in aperta discussione a proposito dei Marasca.
Essi discutevano di questa famiglia non perch la questione li interessasse personalmente, ma forse per avere un soggetto di conversazione. Per Alessio rimaneva pensieroso e ogni tanto scuoteva la testa. Invece Rosa Ferri se ne dispiaceva francamente. Ella in fondo era buona, piena di ubbie sciocche e qualche volta, senza che ne avesse colpa, proprio grossolane e un po' cattive.
Maurizio aveva stesa ampiamente la sua tesi; fin con un sorriso che ebbe il potere di irritare suo fratello Alessio.  inutile Alessi, mi dispiace di contrariarti... e poi ci dimostra che la nostra societ, specie nel momento attuale, sotto il punto della morale  assai arretrata... voglio dire della morale intima, Alessi.
Alessio scosse il capo e guard fissamente Maurizio.
Alessi, disse Maurizio con voce sarcastica e piena di collera, esse si perderanno.
Perch? grid Alessio diventando oltremodo rosso, possono sposarsi...
Maurizio rimase pensoso e gett lontano la sigaretta a met consumata.  la fame... maledizione alla fame! e per un istante il bel viso del giovane si oscur ma poi egli socchiuse gli occhi, rialz il viso e sorrise sgradevolmente. Non esageriamo... Caterina  una sensuale... e anche Rachele io credo... l'alterigia in simile caso non serve a nulla... non si getteranno forse n nelle mie braccia, n nelle tue Alessi... ma esse cadranno... principalmente per il bisogno... perch in quanto all'amore... tacque e si alz con un sorriso pieno di scherno e di violenza.
Alessio non oppose nulla. La conversazione aveva cessato di essere superficiale per lui. Corrug la fronte, meditando con rancore sulle parole di Maurizio.
Maurizio passeggiava con lentezza per la camera. Si ferm irritato vicino ad Alessio.
Senti, Alessi, disse con amarezza, una sera ho voluto baciare Caterina Marasca, si sofferm con collera, ella era sfinita... sfinita, ti dico. Ah! Alessi, la sua sensualit, mi entr dentro, nel sangue. Non ho potuto guardare i suoi occhi senza diventare brutale... ma essa ha ricusato. Che vuol dir ci? e scosse le spalle rabbiosamente. Ella cadr.
Alessio guard con sorpresa il fratello che s'era rimesso a passeggiare cupo e nervoso. Ami Caterina Marasca tu? domand in fretta, pieno di stupore alzandosi.
Maurizio lo fiss con ira e sorrise con disprezzo. No... e nemmeno mi piace.
E allora?
Alessi sei un bambino tu... di nuovo si ferm in mezzo alla stanza, Ah! essa cadr, senza dubbio... ripet sempre pi incollerito. E s'intern in pensieri tristi e complicati divagando dalla questione e cercando di risolverne altre pi difficili.
Alessio nel coricarsi ripens a tutto ci che gli aveva detto Maurizio e alla penosa situazione delle fanciulle. Di riflessione in riflessione ripet due volte: Gli uomini nel mondo sono tutti fratelli fra loro e debbono amarsi ed aiutarsi a vicenda. Questa massima risult per Alessio semplicemente un controsenso. Gli interessi degli uomini mettono degli argini ai sentimenti e tracciano lunghe vie divergenti. La societ ha diviso poi gli individui in classi ben distinte: cos il povero ammira il ricco, ma non l'ama; il ricco compiange il povero, ma non potr comprenderlo. Chi lavora disprezza l'inetto e chi gode oblia che vi possa essere altri capace di repudiare il piacere; poi per incontrastate leggi fisiche e morali, per fatto di forza e di debolezza, di intelligenza e di idiozia, di bont e di cattiveria (e Alessio si gir nel letto con gli occhi spalancati molestato dalle idee confuse e veementi, assorbendosi cos profondamente nella differenza fra uomo e uomo, da restarne schiacciato) ah! gli uomini non potevano essere fratelli! Perch ognuno  governato da un cervello che  suo, da un animo che  suo, da un interesse che  suo. Non possono inoltre amarsi perch gli istinti portano sempre alla soddisfazione del proprio "io" e per appagare s stessi bisogna bene calpestare gli altri.
Appunto per questo nella vita i deboli non contano e l'onest  relegata fra gli inetti, gli sciocchi, gli idioti. Infine non basta neppure per chiamarsi fratelli nel senso pi assoluto della parola, essere dello stesso sangue e concepiti nel medesimo seno, n essere poi elencati, per l'ordine sociale, sotto lo stesso nome, nei registri dello stato Civile; neanche nella sacra costituzione della famiglia gli uomini possono comprendersi e amarsi fraternamente. Egli e Maurizio quella sera erano in pieno disaccordo, si trovavano diversi e un giorno avrebbero potuto farsi anche del male.
Bisognerebbe invece che l'umanit fosse organizzata diversamente, sdoppiata a serie interminabili da un individuo perfetto, dandogli allo scopo una scatola cranica, capace di contenere una buona dose di materia grigia, ma n un millimetro in pi da fare straripare il soggetto nel genio, n un millimetro in meno da fare sdrucciolare l'individuo nell'idiotismo; con un cuore forte, dei grandi muscoli, dei nervi regolarizzati, una attivit possente per la fatica e pochissime sensazioni. Alessio sorrise come un fanciullo. Allora gli uomini tagliati sulla stessa misura, regolati dalla medesima chiave, all'unisono nella forma interiore della vita, vivrebbero tutti d'accordo. Per anche cos non si amerebbero perch l'amore nasce da cose disparate, piccole e grandi, buone e cattive.
Alessio rimase perplesso. E allora perch se l'amore nasce dal bene e dal male, e gli uomini vibrano continuamente nel bene e nel male,  difficile trovare fra essi l'amore?
Alessio non seppe rispondere a questa domanda. Gli apparve chiaro (e cess di sottilizzare) il carattere fondamentale dell'umanit che  egoista, lussuriosa, sanguinaria, unit triste, gigantesca e immensa. Alessio era stanco. Gli uomini nel mondo non potevano essere fratelli. Egli voleva non pensare pi a ci. Ecco che fra essi e i Marasca si elevava un argine. L'argine convenzionale prima di tutto. Adesso quelle creature deboli e imperfette si trovavano alla merc di altre creature forti e imperfette. Egli prov una grande amarezza. Si figur la piccola e dolce Elisabetta quella sera stessa in preda alla fame. Egli pur sapendo ci, pur provandone una forte tristezza e una tenera piet non avrebbe potuto far nulla per lei. Non avrebbe potuto neppure porgerle, come fratello, un semplice pezzo di pane. La fanciulla ne sarebbe rimasta schiacciata dalla vergogna, e lo avrebbe appunto per quel suo gesto fraterno, detestato per sempre.
Ah! era impossibile, Dio mio! Gli uomini non sarebbero stati fratelli fra loro, n mai si sarebbero amati come tali! E si addorment molto tardi in questa amara convinzione.
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Capitolo 2.
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Una settimana dopo Caterina Marasca si alz prestissimo, col cuore leggero e l'anima giuliva. Ella canticchi a lungo, vestendosi con molta cura e pettinandosi poi con grande attenzione i capelli biondi che si arricciavano fortemente sulla nuca. Si ferm un poco dinnanzi allo specchio contemplandosi con malcelata inquietudine. Non si piaceva punto e per ci provava una forte irritazione; si scopr un viso troppo lungo e troppo magro, due occhi belli e foschi e la bocca di un disegno marcato, in quell'istante, decisamente pallida: solo guardando in piena luce i suoi soffici capelli biondi pieni di riflessi e attorcigliando vagamente con le dita sottili i riccioli corti, e in alcuni punti un po' aridi sotto il tatto, ella sorrise. Dopo si distrasse. Continu a canticchiare pensosamente e termin di vestirsi.
La mattinata era caldissima. Caterina uscendo sulla strada trov un'afa insopportabile e un sole pieno e scottante. Ella camminando s'incurvava sempre un poco, assorta nei suoi pensieri, con un'espressione quasi triste, un po' atona, ci che raramente si riscontra nei giovani; essa allontanava per tale attitudine molte persone dalla simpatia. In quel momento, anzi, Caterina Marasca poteva dirsi una creatura brutta e addirittura insignificante.
Essa andava a trovare i Dermundi. I fratelli Arnaldo e Matteo Dermundi erano molto potenti, anzi potentissimi; godevano di illimitata fiducia presso i pi potenti di loro. Ma quello che pi conta maneggiavano i milioni e i destini di migliaia di individui con grave e graziosa semplicit. Si diceva che fossero buoni, onesti e che praticassero al pi alto grado la filantropia. Insomma, si diceva complessivamente, un gran bene. Essi erano arrivati alla grandezza per puro merito personale.
Avevano una loro piccola corte e potenti amici in tutti i ministeri. Ricevevano alle undici, accettando domande, suppliche di ogni genere; si prendevano insomma la briga di aiutare i poveri, apertamente. Per questo erano temuti e ammirati.
Arrivando dinnanzi al palazzo dei Dermundi, Caterina vide il portone spalancato e due uscieri imponenti dinnanzi ad esso, pronti a sbarrare con parole brusche e urtoni, il passaggio alle donne che si pigiavano sul marciapiedi stretto, sbraitando e gesticolando, dicendo ognuna con prepotenza, le proprie ragioni, a voce alta, intercalando facezie e trivialit di ogni specie.
Gli uscieri s'irritavano e non lasciavano passare nessuno.
Caterina si confuse e rimase un istante perplessa.
Vediamo, grid con voce burlona e cattiva una donnetta magra, con un collo lungo e giallo pieno di peli scuri, se adesso lasciano salire la signur col cappello.
Caterina si volse avvilita e contempl fissamente i peli irti e neri sul collo della donnetta, sentendone una forte ripugnanza. Si avvicin ad un usciere, quello di sinistra, che le parve da un certo non so che d'ingenuo negli occhi piccoli e senza espressione, pi ragionevole e pi buono dell'altro che in quell'istante rideva tutto rosso, con una gran bocca piena di saliva e batteva amichevolmente, con la mano, le esili spalle di una fanciulla pallida, con due enormi occhi scuri, mobilissimi, in cui si scorgeva una sofferenza piena di ribellione. Ella era poveramente vestita, con i segni della tisi sugli zigomi aguzzi, nel petto arido e scavato e nelle clavicole che sporgevano gialle e nude dalla scollatura sfilacciata della camicetta. Si volse ad un tratto verso l'usciere sorridendogli con indifferenza ed incominci a parlare con lui vivacemente.
Posso salire? domand Caterina a voce bassa all'usciere dallo sguardo ingenuo.
L'usciere la guard con attenzione, poi s'inchin con deferenza. Il suo viso ebbe una espressione di rammarico. No, signorina... voi non potete salire prima delle undici...  il regolamento. Ed egli si volse subito corrucciato per richiamare all'ordine due donne che gridavano pi delle altre.
Ma io, oppose con nervosit Caterina, aspetterei nell'anticamera... qui... mormor fissando la folla delle donne scarmigliate e gesticolanti, non posso farlo... Tacque e s'accorse che l'usciere non le dava pi retta occupato a discorrere con un uomo robusto vestito signorilmente, ma dai lineamenti grossolani e marcati. Caterina irritata si mise a passeggiare in su e in gi. Fissando tutte quelle donne sciatte, miserabili, che ridevano, con modi maschili e gesti volgari, ella si sent turbata e prov una forte nausea per esse. Parlavano quasi tutte in una volta e si raccontavano lamenti, malattie, fame e cose da trivio, con gli occhi lucidi, senza usare parole disperate, ma con una certa esagerazione, allargando le parole, mettendoci molte esclamazioni, agitando le mani, e ridendo di quando in quando.
Caterina Marasca non si rendeva conto in quel momento, del ceto a cui esse appartenevano; ella non pensava alla completa ignoranza di quella gente dalla mentalit ristretta, e specialmente non si rendeva conto dell'abitudine che quelle donne avevano contratto con la miseria e la trivialit. Ella non notava che lamenti, risate e parole grasse. E rimaneva perci nauseata inorgogliendosi nello stesso tempo di s.
Nei dieci minuti che Caterina Marasca attese fuori sotto il sole irritante insieme alle altre donne ebbe occasione di udire delle storie disgustose.
Essa fremeva, passeggiava e avrebbe voluto frustare sulla bocca tutte quelle donne pallide e scarmigliate. Infine si ferm vicino all'usciere dallo sguardo ingenuo e si mise a guardare in fondo alla via.
Parecchie automobili si fermavano dinnanzi al portone. Ne scendevano personaggi autorevoli, vestiti irreprensibilmente di scuro, che balzavano di scatto dalla macchina damascata nell'interno, senza guardare nessuno, e sparivano con gravit nel portone, mentre gli uscieri salutavano profondamente. Ad ogni nuova automobile le donne tacevano all'improvviso, si ammucchiavano intorno ad essa, squadrandone con curiosit e con una grande aria di deferenza il proprietario; lo seguivano intimidite con gli occhi per tutto il tempo che quegli metteva nello scendere e nel salire, misurando con stupore i suoi gesti e la sua gravit e ammirandone l'imponenza; ma non appena egli spariva nel portone esse riprendevano a ciarlare, a dirne male e a riderne. I loro discorsi non erano privi d'insolenza.
Finalmente alle undici precise l'usciere dagli occhi ingenui, fece un cenno a Caterina. Essa si avanz ma le donne fecero ressa intorno al portone ed incominciarono a reclamare tutte in una volta.
L'usciere dalla bocca grande era rosso e gridava continuamente.
Posso salire? domand Caterina stringendo le mani nervosamente.
L'altro usciere chin il capo per affermare e nel medesimo istante respinse indietro la fanciulla che aveva in tutte le membra il marchio della tisi, e che s'era messa a parlare con risentimento, con gli zigomi rossi e gli occhi accesi. Essa si volse d'improvviso verso una donna di et avanzata, grassa dai lineamenti flaccidi e scoloriti. Sentite voi, se ancor oggi io non debba mangiare, disse esaltandosi.
Lo diceva quella l, e la donna flaccida indic la donnetta dal collo lungo e pieno di peli che discorreva con un uomo alto ed emaciato, che avrebbero lasciato entrare subito la signur col cappello... Ah! Anna, voi dovreste mettervi un cappello e, credetemi, allora s, vi si darebbe da mangiare sempre... e scoppi a ridere guardando un po' la fanciulla tisica, un po' Caterina e ammiccando con gli occhi.
Caterina era impaziente. Una vecchia dagli occhi cisposi e senza sopraccigli, tutta curva e tremante le sbarr il passo e s'inchin dinnanzi a lei: Contessa, grid con la foga dei meridionali nonostante la sua et e la sua laidezza, dite a Sua Eccellenza che ho bisogno di cinque lire... Sentite, non mi lasciano entrare se no glielo avrei detto io stessa... ma a voi bellezza, egli non far torto... Direte a Sua Eccellenza che servono per nutrire una vecchia... una vecchia che ha lavorato, s'interruppe e guard intorno bruscamente. S... che ha lavorato per tutta la vita, riprese con aria afflitta agitando l'arco spoglio dei sopraccigli. Ah! diteglielo, contessina cara... mormor addolcendo la voce e tirando familiarmente due volte per la manica Caterina.
Caterina si sentiva oppressa da quelle maniere insinuanti e ascoltava molto distratta la vecchia. Finalmente pot salire e la frescura delle scale la fece respirare liberamente.
Nel corridoio un usciere giovanissimo, con una testa allungata e due occhi piccoli e cattivi, parlamentava con alcuni borghesi, agitando le spalle e dondolandosi sulle anche con importanza.
Se quelle arpie arrivano fin qui e si mettono a fare il baccano di ieri, prender un bastone, grid egli con ferocia rivolgendosi ad un omino timido, magro con le gambe divaricate che l'ascoltava perplesso e sorridendo.
Un giovanotto alto, con un bel viso rosso e due occhi obliqui, diceva, scuotendo la testa ricciuta e scandendo le sillabe affinch tutti udissero distintamente: Un'indecenza per Dio! lo si vede bene che  un'indecenza... Chi sono costoro? Infine i Dermundi le mantengono a loro spese... ed  un abuso... Cosa si pretende? Date loro il denaro per il pane... ed eccoti che vogliono gli abiti di seta... Prendete una di queste sciagurate, abbiate la bont di ascoltarla, ti azzecca in due parole mille disgrazie e scoppia a piangere disperata... Andiamo in fondo alla questione: essa ha un innamorato che mantiene, e mette al mondo intanto dei bastardi... Qui, per Dio, si turba l'ordine pubblico... se fossi io Dermundi vedete... e seguit a parlare con indignazione mentre Caterina entrava in una saletta interna tappezzata di rosso dove si trovavano (e certo da parecchio tempo) un vecchio signore, due studenti, un militare e una vecchia signora.
A tutta prima Caterina non riflett perch mai quei signori si trovassero comodamente seduti nella saletta, quando il regolamento, come le aveva detto l'usciere era uguale per tutti, cio l'entrata libera soltanto alle undici, ed ella aveva dovuto rispettare l'ordine e passeggiare per ingannare l'attesa tanto da rimanere con la testa piena e le tempie doloranti. Pensandoci nell'impazienza dell'aspettativa ne rimase colpita, ma siccome in quel momento ella venne chiamata per essere introdotta dal signor Dermundi, divenne rossa, prov un'intensa emozione e nella confusione si dimentic completamente di tale cosa.
...
L'usciere si avvi di corsa e fece scattare la molla della porta massiccia e lucente inchinandosi profondamente dinnanzi a Caterina.
Caterina Marasca entr nella camera del signor Arnaldo Dermundi risolutamente, ma con le mani leggermente sudate e un tremito persistente nelle gambe. Ogni qual volta ella si presentava da un uomo, per inginocchiarsi moralmente ai suoi piedi, soffriva terribilmente nell'anima e nelle carni. Pure ella fra i suoi ostentava grandi entusiasmi e ottimismo e talvolta riusciva perfino a convincere nella forte agitazione s stessa. Cio, che a lei non riusciva niente affatto umiliante sollecitare un favore dopo tutto esclusivamente umanitario; che si riusciva a trovare qualche volta nella vita, fra le persone intelligenti, delle creature buone e generose, e che infine, essa non chiedeva l'elemosina certamente, ma un lavoro onesto che le permettesse di vivere con semplicit.
Ma queste considerazioni cadevano non appena si trovava dinnanzi ad un uomo sconosciuto e potente; la sua testa si snebbiava dalle illusioni dolci, le gambe le tremavano, il cuore prendeva a batterle in disordine nel petto, e restava fiaccata, avvampando dalla vergogna e non sapeva mai come cominciare a parlare.
Il signor Dermundi s'accorse della confusione della fanciulla e le sorrise per rincuorarla, fissandola con due occhi seri e buoni.
Il signor Arnaldo era un uomo tarchiato, con un viso largo e simpatico e un'espressione pensosa, un po' triste. Sebbene egli in quell'istante fosse amareggiato per dispiaceri intimi, pure consider con attenzione Caterina e continu a sorriderle gentilmente.
Caterina si anim tutta rinfrancandosi, e si sedette, dietro un gesto cortese di Dermundi, pensando che non avevano mentito dicendo che era un uomo generoso e buono.
E cos, disse egli con voce piena d'interessamento, ditemi ci che vi conduce da me... Se io posso fare qualche cosa per voi ne sar lietissimo...
Egli parlava con la fanciulla, ma era pieno di angoscia ripensando al caso successogli nella mattinata. Suvvia, aggiunse con una leggera impazienza, se posso io vi aiuter senza dubbio...
Caterina alz il viso e i suoi occhi si illuminarono. Essa prima di parlare schiuse la bocca per respirare con libert mentre le sue guancie si colorivano. Il signor Arnaldo fissandola meglio, pens distrattamente che quella giovane aveva una certa seduzione.
Scusatemi signore, diss'ella tutta intimidita, io vi disturbo... ma la nostra  una storia molto triste... s'interruppe avvampando sotto gli occhi buoni di quell'uomo.
Egli fece un gesto vago sentendosi sempre pi oppresso intimamente e avvolgendo la fanciulla in uno sguardo colmo di bont.
Caterina si rassicur e continu fremente, animandosi a poco a poco fino ad esprimersi ad alta voce, ora un po' tremante, e a volte imperiosa, sdegnata, e supplichevole: Voi potete comprendermi signore, se io dico che rasentiamo la fame... Ah! la nostra vita diventa adesso terribile. Da lunghi mesi cerco un'occupazione inutilmente... Abbiamo molto sofferto... sopportando molte cose penose ed umilianti... s'interruppe pensando alle violenze di Nicola Marasca e abbass rapidamente la testa per nascondere il bagliore brusco dei suoi occhi. Dermundi l'ascoltava in una posa seria, preoccupato, provando una certa angustia mentre ella parlava. Ecco, s,  molto triste! diss'egli.
Adesso, continu ansiosamente Caterina giungendo le mani nude sul tavolo, io devo lavorare per i piccini, per tutti... Voi signore dovete fare qualche cosa per me... potete farlo... ne avete il modo... Io poi non sono esigente, mi accontenterei di una piccola occupazione... noi cos vivremo tranquilli. Tacque affannata, col cuore che le si spezzava dentro per l'emozione, guardando fissamente Dermundi che rimaneva sempre pensoso.
S, disse infine egli con energia, siete in un penosissima posizione... ma ci che voi volete fare  difficile... s'interruppe perdendo il filo del discorso nel pensiero fisso delle sue preoccupazioni. Ah! quanta miseria Signore! esclam egli dopo con tristezza, Dovete sapere, continu egli animandosi, che ieri qui  capitato un caso pi disperato del vostro... Oh! molto pi disgraziato...
Caterina fremette e corrug le sopracciglia con seriet, fissando l'uomo.
Ah! se sapeste voi ci che succede in una grande citt ogni giorno... Vedete, bimba, per voi,  tutto qui il male, di credervi eccessivamente infelice, di considerare il vostro caso unico... Eh! siete bambina, ignorate tutto della vita ancora...
Caterina fece un movimento brusco, leggermente insolente.
Dermundi scosse il capo negativamente: No, voi ignorate... aspettate, dunque... dicevo? Ah! Ecco, ieri si present a me, una signora... una vera signora vi dico... precisamente la moglie di un avvocato caduto in disgrazia alcuni mesi fa... Era un uomo colto, intelligente... Dermundi tacque e guard Caterina, Ma egli si era messo in testa di nuocere... riprese, si occupava di cose estranee alle sue tesi di procedura... Parlava di un riordinamento politico e sociale contrario alle norme di un popolo civile; cercava di sconvolgere la legge fondamentale del progresso con cose utopistiche... egli tacque all'improvviso, divenne rosso e si domand con rancore perch aveva cos vivamente esposto tali idee ad una piccola postulante, una sconosciuta. Ci era contrario al buon senso. Egli guard la fanciulla con evidente angustia.
Eppure la signora ha avuto dell'audacia... ne convengo... si trovava in un caso urgente... Entr nella mia stanza agitata, sconvolta, con due occhi da pazza: "Signore io sono incinta" ha gridato "io e la mia creatura moriamo... Non mi fissate cos, continu con gli occhi spalancati e gridando sempre pi forte, Ah! io non so cosa pu succedermi da un momento all'altro..." si abbandon sulla sedia che adesso occupate voi e si mise a singhiozzare. Si  dovuto provvedere subito per lei. Ella giaceva sotto un attacco isterico ed era debolissima perch la disgraziata non mangiava da due giorni...
Dermundi tacque mentre Caterina rimaneva immobile sulla sedia, umiliata e rossa per tutta quella triste storia.
Io, soggiunse il signor Dermundi, ho fatto tutto il possibile per alleviare le condizioni della signora... s'intende nel senso... ma s'interruppe subito, con somma modestia, restando nella sua attitudine triste.
Caterina cadde in una grande oppressione. Non avrebbe potuto pi pronunziare una parola senza scoppiare in singhiozzi.
Vedete dunque, disse egli con bont, che il vostro caso  meno triste. Certo le vostre condizioni sono ristrette ed un'occupazione  cosa ben difficile purtroppo... Non vi prometto nulla... Posso fare qualche seria raccomandazione non appena riuscirete a trovare qualche cosa... Suvvia coraggio... Ah! fanciulla, verranno anche per voi i bei giorni... sussurr con dolcezza.
Caterina si alz sempre muta, profondamente scoraggiata, stringendo la bocca e socchiudendo gli occhi per non piangere come una bimba dinnanzi al signor Dermundi. Egli pure si alz tendendole la sua mano bruna su cui splendeva un grande brillante. Trattenne un attimo la manina di Caterina fra le sue: Coraggio... voi siete cos giovane, cos piena di buona volont... Ah! io non posso vedere le donne tristi! mormor a s stesso con pena.
Caterina non disse nulla, abbass le palpebre sulle pupille scure e si mosse con lentezza.
Egli l'accompagn premurosamente fino alla porta e la segu con gli occhi mentre usciva; poi passeggi per la stanza, sospir tornando alla sua angoscia, concentrandosi dolorosamente in essa; infine and a sedersi stanco, affaticato dai pensieri al suo tavolo e suon per chiamare l'usciere affinch gli portasse una bibita ghiacciata.
...
Caterina Marasca era stata schiacciata dalla bont del signor Dermundi. Ella a casa sua non pot dir nulla di male contro di lui, ma tuttavia parl di questa sua visita in una maniera molto sfiduciata, facendo capire a Rachele e ad Elisabetta che era pressocch inutile tentare altri passi presso di lui.
Di tanto in tanto Caterina pensava alla storia umiliante appresa dalla bocca del signor Arnaldo e rifletteva senza astio, che solo qualche caso anormale e disperato, riesce appunto per la sua anormalit e per la sua disperazione a scuotere i sentimenti degli uomini e a spingerli per pochi attimi, e sempre improvvisamente, alla considerazione e alla piet. Di conseguenza rimase abbattuta e per diversi giorni ella non si rec a sollecitare lavoro da nessuno.
Caterina conservava per quell'animazione, quella esuberanza di vita e di animo che era la sua stessa natura, sebbene ella attraversasse dei periodi foschi, pieni di fredda cattiveria e di ribellione. Caterina non era cattiva. Ella era semplicemente portata dagli avvenimenti.
Aveva un solo torto: nelle sue vene rosseggiava il sangue torbido e sensuale dei Marasca. Ella poi pensando molto e incrudelendo talvolta con le parole verso gli uomini, era scossa da crisi di grande entusiasmo. L'intelligenza le chiariva brutalmente il termine: illusione!
Ella sussultava, si ricredeva, singhiozzava e si avviliva. S'impossessava allora di lei il retaggio dei Marasca; quella specie di sicurezza e di indolenza per l'avvenire e che faceva in modo che ella si regolasse nelle speranze fondate sulla grandezza e sulla bont del prossimo.
Poi n Caterina, n Rachele e n Elisabetta sapevano ancora nulla della vita, sebbene fossero convinte di conoscerla profondamente.
Nicola Marasca fino a quel giorno non aveva spedito il danaro. Alfonsia era sconsolata, per poco non scoppiava in singhiozzi di sgomento.
Questo avrebbe irritato molto Rachele e Caterina. Del resto esse avevano fatto i conti; possedevano in tutto trentanove lire e cinquanta centesimi. Durerebbe molto poco. Caterina lo disse sorridendo amaramente. Ma aspettavano il denaro di Nicola Marasca. Egli era noioso, sporco, e alquanto cattivo, ma talvolta manteneva le sue promesse. La madre ascoltava in un angolo con aria perplessa, tenendo fra le braccia Paolo avvolto in parecchi scialli.
Ella accarezzava con dolcezza le manine magre del piccino e ogni tanto se le portava alle labbra. Ma la sua attenzione era rivolta sul viso chiuso, audace e un po' insolente di Caterina.
Elisabetta e Nicola erano seduti su di una panchetta e avevano il volto grave. Il piccolo Nicola si alz di scatto e si avvicin a sua sorella Caterina. Senti Cate, disse, quando noi avremo finito questo denaro moriremo di fame? ma nello stesso tempo scosse i suoi capelli lunghi con incredulit. Nemmeno i mendicanti per Nicola potevano morire di fame. Nessuno, proprio nessuno. Del resto egli non capiva bene come si potesse morire di fame.
Caterina non rispose. Nicola alz la testa con aria di trionfo dopo aver riflettuto. Cate, nel mio libro dice che nessun uomo onesto muore di fame quando egli  di buona volont e ama il lavoro... poi io sono stato ben attento l'altro giorno in Chiesa... il Padre diceva che il buon Dio nutre gli uccelli, gli insetti e perfino i vermi... Tu non credi a queste cose, Cate? domand con curiosit Nicola.
S, s, disse distrattamente Caterina, corrugando la fronte e guardando la piccola che giuocava tutta ridente con degli anelli di rame.
Elisabetta scosse la testa ricciuta. Il signor Dermundi non  affatto un uomo buono e generoso, Cate... si alz dalla panca adirata incrociando le braccia nude ed esili sui seni appena sboccianti sotto l'abito sdrucito. Io sono convinta di questo... concluse recisamente. Ella corrug la fronte e i suoi occhi, in quell'istante, presero la lucentezza e il colore di quelli di sua sorella Caterina. Mi pare, aggiunse, che Carrara sia migliore... Tu Rachele potresti dirgli di Cate...
Rachele sorrise con disprezzo e fiss bruscamente la piccola Elisabetta; ma Elisabetta le volse le spalle e tacque.
Ad un tratto Caterina sollev il volto con rapidit. Io andr ancora dal signor Dermundi... esclam con violenza. Gli dir che luned prossimo noi non avremo nemmeno il pane... Vedete, io non gliel'ho detto, soggiunse con voce pi mite. Egli mi ha raccontato una storia tanto triste... ti sbagli Elisabetta...
La madre sollev gli occhi. Ella guardava Caterina e pendeva dalle sue labbra. Caterina scosse la testa due o tre volte. Ecco che i pensieri, sempre gli stessi, la riprendevano. Fiss il danaro allineato sul tavolo e delle ombre cupe le passarono negli occhi.
...
Tornando al palazzo dei Dermundi Caterina era molto pi turbata della prima volta. Adesso ella conosceva quell'uomo e la sua bont, i suoi incoraggiamenti, quei suoi occhi bruni e pieni di tristezza ed appunto per questo si sentiva sconvolta ed agitata e provava un pudore indefinibile.
Quel giorno dinnanzi al portone non vi era ressa di donne. Soltanto due o tre vecchie vestite di scuro e con lunghi scialli a lutto; una serva con un viso lungo solcato da una cicatrice e due occhi spiritati, e tre o quattro popolane parlottavano dinnanzi all'entrata.
Erano le undici passate e Caterina sal senza che gli uscieri vi si opponessero. Per le scale si ferm un attimo come se fosse spaventata e i suoi occhi per la forte emozione si riempirono di lacrime. Un signore grassoccio scendeva i primi gradini e si ferm a guardare tutto sorridente Caterina. Evidentemente la giovane gli piacque. Egli si tolse il cappello e la salut con compiacenza. Caterina chin leggermente la testa. Nel corridoio l'usciere giovane dalla testa allungata, passeggiava facendosi vento con un giornale. Caterina lo fiss corrugando le sopracciglia, domandandogli affrettatamente se il signor Dermundi fosse nel suo ufficio.
S, rispose l'usciere con voce assai sgarbata. Ma  occupatissimo... e si volse sentendo squillare un campanello, per, soggiunse andandosene, potete parlare con suo fratello...
Caterina rimase perplessa, indecisa. Poi riflett che era forse meglio parlare con questo fratello, anzich con il signor Arnaldo. Si diresse nella saletta rossa e fu contentissima di trovarvi solo un vecchio ufficiale dagli occhietti grigi e dalla fisonomia dolce. Si sedette mentre il cuore continuava a battere a precipizio, in una grande poltrona in piena luce.
Scrisse, avendo trovato tutto l'occorrente sul tavolo, il biglietto di presentazione e si mise a pensare profondamente in che modo avrebbe incominciato a parlare all'altro Dermundi, pensando per con sollievo che essa non conosceva questo uomo; soprattutto l'idea che non avrebbe dovuto confondersi e arrossire sotto lo sguardo serio e buono del signor Arnaldo l'alleggeriva tanto, fino a farla distrarre nella contemplazione di alcune fotografie alle pareti, e di una grande litografia appoggiata ad una mensola, rappresentante un bellissimo bambino biondo, con due occhi celesti molto furbi. L'usciere si affacci alla porta e chiam con voce brusca. Capitano Bernardi! E siccome l'ufficiale indugiava nell'aggiustarsi il berretto e nel metter dritta la sciabola, l'usciere torn a gridare nel corridoio irritatissimo. Capitano Bernardi, il signor Matteo Dermundi attende da tre minuti...
Caterina trem nervosamente sotto la voce aspra dell'usciere; e sentendo tutta l'importanza del signor Matteo in quell'attesa impaziente di tre minuti, divenne nuovamente agitata e titubante. Ad un certo punto si sent cos sconvolta, cos umiliata da respirare con libert solo pensando che nessuno avrebbe potuto costringerla a presentarsi dinnanzi al fratello del signor Arnaldo.
Caterina Marasca! grid l'usciere nel corridoio.
Caterina sussult e si alz prontamente, con le guancie infuocate. Attravers tutto il corridoio e giunta in fondo, svolt a sinistra e si ferm dinnanzi alla porta del signor Matteo.
Un ragazzo dai capelli crespi, fece scattare la molla della porta massiccia, e guard curiosamente Caterina mentre essa entrava nella stanza.
Il signor Matteo Dermundi scorgendola si alz con cortesia, tutto sorridente. Era un uomo sui trentacinque anni, di media statura, con un viso ovale e liscio, gli occhi chiari espressivi, e una bocca piccola e piena. Era vestito elegantemente, ma con la giacca sbottonata e la cravatta in disordine per il caldo; aveva una pettinatura ondulata e lucida e un'aria bonaria e galante. Tese, sempre sorridendo, una mano piccola e grassoccia alla fanciulla e l'invit con una voce piacevole e cortese a sedersi vicino al tavolo.
Caterina era rossa, confusa per l'accoglienza cordiale di quest'altro Dermundi. Si sedette turbatissima, non trovando una sola parola per incominciare il suo discorso. Il signor Matteo la contemplava con un'espressione mista di aspettativa, di curiosit e di incoraggiamento.
Dunque, diss'egli sorridendo, voi vi chiamate Caterina Marasca.
Scosse la testa sempre sorridendo. Non conosco affatto questo nome... In che cosa posso esservi utile? Sar molto felice di aiutare una fanciulla graziosa come voi... e le sorrise in modo diretto e pi gentile.
Caterina arross sotto il complimento di Dermundi e ne prov un sottile senso di angustia e di piacere. Rialz i suoi occhi scuri in faccia a quell'uomo sorridente ed incominci a parlare confusamente; ma con quella sua voce calda che passava in modo rapido dal tono umile e dimesso, all'inflessione imperiosa.
Volevo parlare a vostro fratello, signore... ma ho saputo che egli  occupatissimo e che voi ricevete in sua vece... Mi sono quindi diretta a voi... Caterina si sofferm accorgendosi che parlava quasi con irritazione. Io, soggiunse abbassando la voce e guardando preoccupata il signor Matteo... ho raccontato l'altro giorno a vostro fratello la nostra storia. Avrei bisogno di lavoro, ma dovunque si accusa la disoccupazione ed  inutile che io cerchi se non ho una raccomandazione fortissima... intanto... ed alz la voce mentre la bocca le tremava, la nostra posizione  terribile... perch signore... noi moriamo di fame.. Caterina stette a fronte alta, con le mani intrecciate, senza sentire, nell'agitazione, nessuna vergogna per aver confessato a quell'uomo giovane, con gli occhi lucidi e la bocca sorridente, che essa era una miserabile e che moriva di fame.
Il signor Dermundi cess di sorridere e consider con seriet la fanciulla. Non avete trovato dunque nulla? Davvero siete in una brutta situazione... E la vostra famiglia  numerosa?
Caterina sospir. S, signore... vi sono i piccini che non comprendono nulla... ho due sorelle giovanissime... senza contare mamm che piange continuamente ed  molto debole...
E vostro padre  disoccupato? domand egli con benevola curiosit. Caterina fece una smorfia e aggrott la fronte.  morto, disse secco.
Una vera pena ecco; comment il signor Matteo con tristezza. Ed io sono molto preoccupato per voi... perch bisogna considerare che siete giovane... diciannove, venti credo... e seducente... Questo  pericoloso.
Caterina arross per la seconda volta sotto gli occhi brillanti e pieni di una piet sensuale del signor Dermundi.
Capisco, riprese egli vedendola arrossire, che siete una giovane virtuosa, ma la fame... la fame eh! non si discute con essa... E dite di avere delle sorelle su per gi della vostra et? domand sempre pi preoccupato. Caterina chin il capo.
Una vera tragedia, buon Dio! Dermundi sospir dolorosamente come se presentisse irreparabile la perdita di Caterina Marasca e delle sue giovani sorelle. Voi non sapete come sono addolorato di ci che dite, disse guardando con dolcezza la fanciulla... siete ancora un fiore ed  ingiusto che vi si debba sciupare... Che posso fare per voi? Rimase pensoso mentre Caterina che aveva appoggiato le mani sul tavolo, con le guancie rosse, la fronte aggrottata, era presa da un pudore intimo e tutto femminile. Vedete, non si pu mettervi a posto da un momento all'altro... Oh! come  penoso e difficile il vostro caso. E poi appoggiarvi a chi? Presso chi? Oh! (e sorrise sgradevolmente) sappiamo bene come finiscono queste storie...  vero che alle volte gli uomini non hanno tutti i torti... (rise). Ma in ogni modo la questione  l...
Caterina era diventata pallida. Ascoltava, con occhi foschi, la voce agitata del signor Matteo. Ad un tratto ella pens che precisamente l'indomani essi sarebbero rimasti senza pane e che aveva rassicurato la madre dicendosi certa di trovar aiuti. Era perplessa; si alz d'improvviso e anche il signor Dermundi si alz e le and vicino.
Egli s'accorse che la giovane era angustiata, e not in pari tempo che aveva dei capelli stupendi, e una bocca imperiosa e marcata. Gli piacquero soprattutto gli occhi di lei scuri, pieni di luce in certi momenti, profondi, sottomessi e dolci in certi altri. Certo quella fanciulla non era bella. Ma al Dermundi appariva (forse per tutto l'ardore represso che era in lei) selvaggiamente desiderabile. Egli per un istante fu sotto l'aspro e voluttuoso consiglio del male. Sentiva rinascere in s qualche cosa di primitivo e di violento. Scosse il capo, continuando a guardare fissamente Caterina. Poi con lentezza si pass una mano sulla fronte. Era pazzo? No, no che stava egli per fare?... Era un Capo. Doveva infrangere quel piccolo spirito del male nella sua mente prima che questi diventasse uno spirito gigante e si sovrapponesse alla sua volont. Per dignit, non poteva chiedere o predare nulla a quella fanciulla, senza calpestare quella morale di cui aveva, pur essendo un semplice privato, direttamente e pubblicamente la tutela. Era molto rosso in viso. Guard ancora Caterina. Ella era debole, perch miserabile: non avrebbe resistito. Contrasse la bocca e riusc a sorridere. Era scosso; ma la mano del dovere s'era posta sopra di lui e aveva allontanato lo spirito cattivo. Egli adesso voleva consolare, carezzare, dir tante cose buone alla fanciulla e farla sorridere poich non l'aveva vista sorridere una sola volta.
Vedendo che la fanciulla tratteneva le lacrime, egli si commosse sinceramente: le prese la piccola mano e la tenne stretta fra le sue. Sentite, disse con dolcezza, abbiate pazienza... la vita  crudele con voi... non dovete vergognarvi di me, perch io sono come un... un fratello maggiore ecco... se realmente siete nel bisogno... voglio dire se avete necessit assoluta di denaro... la societ  pronta a farvi qualche prestito... Ah! Signore... non fate quegli occhi cos scuri.. se sapeste quanto mi piacciono i vostri occhi, fanciulla!
Caterina moriva di umiliazione. La voce del signor Matteo era dolce, carezzevole, i suoi modi rispettosi. Ella avvamp, ritir con lentezza la mano dalla stretta piena di solidariet del signor Dermundi e rialzando la testa riusc a sorridere penosamente. No, no, signore, io cercher ancora... io ho bisogno di lavoro... e scosse la testa con tristezza.
Dermundi si preoccup temendo di averla offesa. Egli non ne aveva avuto l'intenzione; anzi voleva soccorrerla momentaneamente accusando un prestito della societ, perch l'aiuto potesse riuscire meno umiliante e pi naturale per la giovane. Quando vide che essa ricusava rimase perplesso, sorpreso dall'orgoglio smisurato di quella creatura. L'ammir nonostante tutto e dopo averla accompagnata fino alla porta e salutata galantemente, tornando al suo tavolo, prima di immergersi nel lavoro, pens con rammarico e tristezza che quella giovane si sarebbe perduta.
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Capitolo 3.
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Cos i Marasca penavano. Caterina aveva la voce aspra, s'irritava con la madre nel vederla piangere, in preda ad una debolezza, per Caterina, disgustosa, e siccome quel giorno Nicola era tuttavia allegro e sfrenato, essa lo prese per le spalle e lo batt tre volte sul viso. Nicola incominci a piangere a voce alta, coprendosi il volto con le piccole mani brune per la vergogna e l'umiliazione e rimase per alcune ore cupo e silenzioso. Pi tardi egli lasci cadere intenzionalmente una tazza di porcellana che si ruppe in minutissimi pezzi, e si finse per questo molto angustiato. Caterina voleva batterlo daccapo, ma in quel momento bussarono alla porta e poco dopo Maurizio Ferri entr introdotto da Maria. Egli aveva delle gardenie bianchissime fra le mani. Ecco Caterina, diss'egli con la sua voce morbida, so che a voi e a Rachele piacciono le gardenie.
Caterina gli sorrise; prese dalle mani del giovane le gardenie e vi tuff il viso. Rimase stordita dal profumo acuto e socchiuse gli occhi mentre il suo viso si sbiancava. Venite!  esclam con un po' di alterazione nella voce, mamm ed Elisabetta continuano ad andare in Chiesa... Esse pregano per noi tutti, e rialz il labbro superiore con ironia... e Nicola mi fa arrabbiare... adesso ha rotto una bella tazza... Sappiate che  un fanciullo malvagio... continu rivolgendosi verso Nicola, che s'era messo a fissarla tutto compunto.
Il piccolo Nicola fremeva. Si alz dalla panca su cui stava seduto e si diresse con gravit verso Maurizio. S, io sono cattivo... mormor con la voce tremante d'ira, ma la tazza si  rotta da s, io non l'ho fatto apposta...
Caterina tutta intenta ad appuntarsi al petto le gardenie non l'ud nemmeno. Maurizio guard Nicola con irritazione. Vattene, tu sei malvagio. Nicola divenne rosso e si allontan quasi di corsa raggiungendo agitatissimo la sorellina nell'altra stanza. Che hai Nicola? sussurr Maria fissandolo timidamente.
 stata Cate! disse singhiozzando.
Non piangere, supplic Maria, giungendo le mani e lo baci sui capelli, stringendolo poi con le braccine magre.
Nicola cess di singhiozzare. Caterina  arrabbiata... sono tutti adirati, Maria, e adesso ci batteranno sempre... e si asciug le ultime lagrime col risvolto della camicia. Proprio, Maria, soggiunse con importanza, non avremo pi nulla, come prima che venisse lo zio Nicola. Nicola sospir, e anche pi di prima mi ha detto Rachele, e moriremo di fame... per questo ripet con convinzione, ci batteranno sempre!
Maria spalanc perplessa gli occhi, ma rimase silenziosa. Guarda Nicola, disse dopo con aria distratta, com' brutta Linda... stamane si  rotta una gamba, e addit con seriet la bambola che giaceva sul pavimento.
Nicola si chin e prese Linda fra le braccia.  brutta come quella bambina che abita con Pietruccio, Maria... e quando Linda cammina, zoppica proprio in quel modo... E girando fra le mani brune la pupa, scoppi a ridere.
Maria guardava Linda, agitata furiosamente con grande ilarit, da Nicola; la trov molto strana e si mise a ridere.
Caterina, nell'altra stanza, parlava pochissimo e Maurizio seduto presso di lei la guardava attentamente.
E voi non avete trovato niente? le domand.
No, Maurizio, nulla era adatto per me. e guard Maurizio con due occhi grandi, mentendo con tranquillit, perch si sarebbe troppo umiliata nel confessargli di aver pregato il signor Arnaldo ed il signor Matteo senza riuscire ad ottenere niente.
Speriamo che possiate trovare al pi presto un lavoro, Caterina, afferm il giovane, ma il lampo d'irritazione non scomparve dai suoi occhi.
Sentite come ridono Nicola e Maria... esclam con gaiezza Caterina, e si alz sorridendo ed incominci a passeggiare agitata ma sempre sorridente per la stanza.
Maurizio vedeva che Caterina era nervosa, che essa era preoccupatissima per non aver potuto trovare del lavoro.
Caterina si ferm, pensando rapidamente che appena rientrata Rachele avrebbe detto qualche parola cattiva all'indirizzo di qualcuno, che si sarebbe poi lagnata a voce alta, come faceva abitualmente (questo non accadeva da un po' di tempo) nelle sere in cui non vi era nemmeno il pane, oppure la solita zuppa di caff d'orzo. Si sent infastidita da questo pensiero.
Che avete? le domand Maurizio alzandosi, voi sempre celate dei cattivi pensieri Cate...
Nulla... Oh, nulla! mormor Caterina e sorrise. Prese una gardenia dal tavolino su cui aveva lasciato cadere poco prima il mazzo e ne aspir lungamente il profumo.  delizioso! esclam sorridendo debolmente.  forte, ma mi piace... mi piace molto... Vorrei, Maurizio, aver sempre con me il profumo delle gardenie... diverrei tanto buona e non penserei a delle cose cattive ed irritanti... Guardate, Maurizio... io vorrei essere sempre buona, sempre... specialmente stasera... ma non posso, non posso... mamm mi irrita... Ho battuto Nicola... Ah! sentite come ride Nicola adesso... tacque e affond nuovamente il viso nel mazzo delle gardenie.
Voi non sarete mai buona Cate... disse Maurizio e la sua bocca s'incresp duramente. Scosse la testa pensieroso.
Caterina arross. Vide nello sguardo del giovane quella specie di ardore brutale a cui ella si era negata la prima volta. Adesso ella si sentiva agitata, aveva quel fondo di ribellione nell'animo, proprio contro gli uomini e i suoi sensi erano calmi; non sentiva nessun sfinimento per la vicinanza di un giovane maschio e sensuale come Maurizio; ella pensava a Rachele che avrebbe gridato, alla madre che avrebbe pianto, a Paolo malato, a Nicola che sarebbe stato stupido e cattivo. Tutte queste cose forse erano inezie; ma compendiavano una sola tragica cosa: essi non avevano il pane. Si accorgeva di essere sempre pi debole, che la sua volont era nulla, la sua intelligenza nulla, che essi non potevano far niente, non potevano inveire contro nessuno, non potevano mendicare, ch sarebbe stato ridicolo; rubare: la cosa sarebbe stata vergognosa e poi le prigioni sono spalancate appunto per quelli che rubano, e allora?
Caterina aveva l'animo pieno d'angoscia.
Maurizio invece si sentiva eccitato. Egli aveva compassione di Caterina; comprendeva che essa era tormentata dalla penosa situazione in cui si trovava e che era nervosa ed angustiata perch non vedeva nessuna possibilit di scansare il pericolo che li minacciava. Il piccolo Paolo era gi molto malato. Ma nello stesso tempo Maurizio fremeva nelle carni, avvolto nella semioscurit della stanza, solo con lei; egli subiva il fascino, che acuto come il profumo delle gardenie l daccanto, emanava da quel pallido corpo di fanciulla; e seducente gli appariva quel volto bianco e smagrito che si coloriva e si scoloriva ad ogni frase. Quella Caterina era una creatura che bisognava amare rapidamente e violentemente, senza darle il tempo di gettare un grido di avvilimento. Egli rabbrividiva sgomentato dinnanzi al volto in pena di Caterina.
Caterina si volse sentendo ridere Nicola; ma incontrando lo sguardo brutale di Maurizio, chin il capo e si guard intorno smarrita. Un nodo le serr la gola ed incominci a piangere silenziosamente.
Maurizio rimase commosso. Si curv e l'accarezz con dolcezza.
Caterina, mormor, coraggio, ogni cosa si aggiuster...
Caterina seguit a piangere sentendosi cos debole, come una cosa insignificante e da calpestare.
Maurizio le pass un braccio intorno alle spalle, le prese le mani e se le port alle labbra imprimendovi dei baci umidi e scottanti.
Cate, Cate... sussurr poi e la strinse fortemente fino a farla impallidire. Poi la baci con una volutt acuta e piena di sofferenza, sui capelli, sulla nuca, sulle tempie, senza giungere alla bocca.
Cate... Caterina! grid Nicola. Io ti far vedere Linda gobba, vieni Maria... noi faremo vedere Linda gobba a Caterina... si ud il riso argentino di Nicola, e Maurizio lasci con lentezza Caterina. Egli era rosso ed accigliato. Caterina si abbandon sulla sedia, si coperse il viso con le mani. Ah! mio Dio!... Mio Dio... mormorava e le sue spalle magre si scuotevano nei singhiozzi.
Nicola entr ridendo con Linda fra le braccia. La pupa aveva la schiena imbottita dei suoi stessi vestitini e Nicola se la stringeva al petto come un forsennato. Maria lo seguiva battendo le mani allegramente. Din... Din... ella cantava, com' bella la bambola mia... quasi, quasi  pi bella di me...!
Oh!... esclam Nicola sorpreso. Che cosa le avete fatto Maurizio? Cate piange... Maria...
Maria si ferm vicino a Caterina e la tir per il vestito.
Lasciatela, disse Maurizio tremando di collera, essa  angustiata per voi... Sei stato tu Nicola...
Nicola divenne rosso e gett a terra Linda. Cate... Cate rispondimi, grid con forza. Ah! io sono cattivo... battetemi Maurizio, continu a gridare con la foga impetuosa della sua natura.
Caterina, disse imperiosamente Maurizio, Nicola piange... Cate, voi vi avvilite...
Caterina rialz il viso pallido, imbruttito e rigato di lagrime. Ella sorrise a Nicola. Prese, senza guardare Maurizio, le mani del fratello e se le pass dolcemente sulla fronte e sulle guancie.
Cate, sei in collera con me? domand Nicola con voce timida e dimessa.
No... no... e Caterina carezz i capelli di Nicola.
Nicola sorrise. Ed era un bel raggio di sole il sorriso aperto di Nicola! E allora... guarda Linda... essa  caduta dal balcone ed  diventata gobba... Guardatela anche voi Maurizio. E Nicola raccatt Linda e incominci a ridere forte, agitando la bambola gobba.
Maria rideva fino alle lagrime. Poi entrambi corsero nell'altra stanza.
Caterina si alz: era cos pallida che Maurizio temette che le venisse male; ma Caterina incroci le braccia, una ruga profonda le solcava la fronte.
Era un pallore di febbre, quello di Caterina; in quel momento ella si sentiva molto forte.
Maurizio fece un tentativo per dominarla. La prese per i polsi e la rovesci brutalmente sul suo petto. Non dovete negarvi Cate... mormor con voce roca, senza nessuna inflessione di tenerezza o d'implorazione. Io voglio la vostra bocca... vi amo... voi non credete, ma io vi amo... e sillab altre parole incoerenti, dolci e lussuriose, che ebbero il potere di eccitarlo maggiormente e di fargli prendere un'espressione strana. I suoi grandi occhi neri ebbero quella luce disgustosa che hanno taluni uomini nelle pi intime sofferenze carnali; quella luce spasmodica che muta le fisonomie pi gravi e pi composte in maschere di ludibrio e di libidine.
Maurizio respirava con quel viso, sulla bocca di Caterina.
Forse se Caterina avesse amato il giovane, non si sarebbe accorta di ci. Invece Caterina si ramment di colpo di Marco e un'onda di disgusto le gonfi le vene... Lasciatemi... grid affannata, se no chiamo Nicola e Maria... Ah! Signore, lasciatemi.... Io non vi amo... non vi amo... Vi odio, ecco... sibil con la bocca contratta e si rovesci all'indietro per evitare i baci lussuriosi di Maurizio.
Fu Maurizio stesso che la lasci. Un leggero pallore si stese sui lineamenti del giovane; egli soffriva molto. In quel momento gli sembrava di amare e moltissimo Caterina Marasca. Chin il viso per nascondere agli occhi di Caterina, quell'agitazione erotica.
Non mi baciate mai pi Maurizio, grid Caterina tutta alterata. Io non vi amo... non vi amo... e fece tre o quattro passi bruscamente.
Maurizio soffriva nella carne ed era inoltre umiliato. Pens con disgusto alla casa ***.
Chi odio di pi, Marco o Maurizio? si chiedeva Caterina. Ah! io non so... non so... E fremente, usc dalla stanza e Maurizio Ferri rimase solo.
Egli lasci la casa di lei due minuti dopo. Era amareggiato e un sentimento di rancore gli faceva quasi odiare Caterina.
Nicola Marasca mantenne la sua promessa. Anzi egli invece di spedire alla famiglia duecento lire come aveva detto a Caterina, ne invi addirittura duecentocinquanta. Ci riemp di gioia i Marasca.
Quella mattina appunto essi erano preoccupatissimi. Rachele passeggiava in su e gi per le stanze e aveva sulla bella bocca un sorriso amaro e sarcastico. Paolo senza dubbio stava male. Anche Maria non stava bene. Gli occhi di Maria pareva chiedessero:  bene lasciarmi senza mangiare? Io sto male quanto Paolo... e poi io ho fame... Io, vedete, non piango, ma non  giusto che una bambina piccina come Maria muoia... Sono io una bambina buona s o no?
Rachele leggeva tutto ci negli occhi della piccola Maria e uno sfinimento indescrivibile, una piet immensa la presero per Maria e alcune lacrime le salirono agli occhi; voleva correre a prendere tra le braccia la piccina e cullarla e carezzarla sulla fronte e sui capelli. Soffriva pi per Maria che per Paolo, il quale era veramente molto malato. A poco a poco una ribellione possente scosse Rachele Marasca. Ah! Signore! Essere giovani, essere forti, essere oneste e morire, morire di fame... e veder morire gli altri. Quei piccoli fanciulli che essa amava... Rachele Marasca sent di amare di un amore immenso e violento i piccini. Tutti, Nicola, Paolo, Maria... Che faceva Caterina? Perch mamm era cos pallida? Perch essa aveva quella piega diritta, proprio sulla guancia destra? Dio, com'era vecchia mamm!... Il bellissimo viso di Rachele si contrasse, divenne aspro, violento, cattivo.
Eppure ella era nella collera, molto bella!
Signore! Come riusciva fastidioso il sole alle volte... No. Mamm non doveva fare quegli occhi. L'imbruttivano molto. Rachele in quell'istante, senza sapere il perch, mentre sentiva di amare grandemente i piccini, provava una tetra esasperazione contro la madre.
Essa per poco non scoppi in singhiozzi. Caterina poteva consigliarla. Poteva ben dire qualche cosa. Non aveva il dovere di agire essa? Ah! Signore, si poteva lasciare languire Paolo?... I pensieri stancano presto. E poich la situazione resta stazionaria e il corso reale dell'esistenza non muta... Rachele rimase agghiacciata dalle sue stesse tetre riflessioni e fin per diventare apatica, quasi indifferente.
Guard Maria, e pur non amandola meno di una mezz'ora prima non prov alcun dolore, nel contemplare il pallore della piccina e gli occhi tristi e severi di lei.
Si strinse nelle spalle. Stava per mettersi il cappello: ferma davanti allo specchio, guardava i suoi riccioli neri e cercava con le mani di dare ad essi una piega ancor pi seducente.
Paolo si ferm dinnanzi a lei: Non sta bene quel ricciolo, Rachele, disse gravemente, non mi piace.
Rachele si volse seccata. Paolo era pallido, quasi livido, due cerchi, non neri come quelli di Elisabetta e di Caterina, ma viola, di un viola fosco, circondavano i suoi occhi azzurri. Smunto, di un biondo slavato, spariva quasi tutto nello scialle, e le mani erano lunghe, magre e di una bianchezza quasi repugnante.
Perch t'interessi dei miei capelli?... V via, Paolo...
Paolo scosse il capo; due o tre colpi di tosse lo soffocarono ed egli divenne molto rosso. Cessato lo sfogo Paolo guard sua sorella che nonostante tutto aveva dato un'altra piega al ricciolo da lui indicato e rise.
Ah! quel Paolo come l'avevano ridotto... Si ramment di lui, quando aveva un anno e mezzo appena. Aveva un grembiule azzurro, i capelli biondi, non del biondo fiammeggiante di Caterina e di Elisabetta; i capelli di Paolo erano lisci e fini come la seta, di un biondo carico, molto dolce all'occhio; le gote pienotte, rosee, la bocca piccola e graziosa. Era davvero un bel bambino! E tutti dicevano che sarebbe diventato il pi grazioso della famiglia. Rachele scosse il capo. Essa era sana e forte. Aveva mangiato pochissimo, non sentiva molta fame, n poteva dire di sentirsi peggio. Allora l'idea torn ad assalire Rachele. Era un'idea che la tormentava e che essa non poteva scacciare, nonostante le lunghe circonlocuzioni e quel ragionamento tetro e febbrile per allontanarsi sempre pi da essa. Si rimprover aspramente. Eppure l'idea di chiedere del danaro a Bruno Carrara le era balenata prima pallida pallida, ed ella l'aveva respinta subito con orgoglio; poi essa si affacci pi distinta alla sua mente, finch la sera precedente essa rimase stabile e normale, e nella notte divenne nitida e attuabile. Rachele sospir. Nella mattina aveva fatto di tutto per scacciare quel pensiero assillante e nell'agitazione aveva perfino singhiozzato.
Erano quei piccoli, specialmente il riso di Paolo che le toglievano ogni forza e ogni tranquillit. Rachele si sentiva dinnanzi ad essi colpevole.
Nella mente turbata di Rachele passavano molte cose; eppure tutte queste cose costituivano quasi sempre delle pietanze calde e appetitose che la facevano rabbrividire di un piacere amaro; esse passavano velocemente nella sua testa e Rachele non sapeva nemmeno definirle.
Col cappello in mano, guardandosi distrattamente nello specchio, Rachele rifletteva:  facile... Dir "Signore... mi occorre del danaro... Io...".
La parola danaro l'avvil profondamente. Rachele arross dinnanzi allo specchio. Non si sapeva esprimere bene... Forse Caterina...
Bussarono fortemente alla porta. E subito dopo Elisabetta si slanci con un urlo di gioia quasi ferina nella stanza, gridando come una pazza: Duecentocinquanta lire... Siamo ricchi Cate... Cate, Rachele! Oh! ziuccio... ziuccio! Quant' buono lo zio Nicola... Gli voglio bene per davvero... E faceva salti girando pi volte su s stessa col vaglia fra le mani; e lo sollevava in alto per non farlo prendere da Nicola e da Maria; poi tutt'ad un tratto se lo port alla bocca come una cosa sacra.
Rachele era rimasta schiacciata dall'allegria rumorosa di Elisabetta.
Duecentocinquanta lire, disse, una bella somma...! e non prov nessuna gioia. Guard Caterina e si stup nel vederle gli occhi brillanti e nel vedere come ella con le guancie rosse dal piacere, cercasse il suo vestito ed il cappello. Mamm, vado a cambiare, conduco Nicola... porter quel che occorre... Signore! bisognerebbe scrivere tutto...  meglio che venga pure Elisabetta...
Elisabetta si precipit a cambiarsi.
Com'erano felici esse!
Usciamo insieme? propose con voce fredda Rachele e fece un pallido sorriso.
Ti piace l'arrosto Rachele? domand con dolcezza Alfonsia.
Rachele rispose irritata, senza provare nessun piacere; s'accorse per che la piega marcata rigava tutta la guancia destra della madre. Ella era davvero molto invecchiata. Fu proprio nel contemplare ancora quella piega sul volto di Alfonsia De Marchi, che Rachele prov un dolore brusco nell'animo e grosse lagrime le riempirono gli occhi e infine si mise a singhiozzare.
Che hai Rachele? le chiese la madre angustiata, mentre per una viva luce splendeva nei suoi occhi. Ella pensava: Rachele piange perch da tanti giorni non mangia un piatto caldo, e la fame l'ha fatta soffrire... Stasera ella non solo manger bene... ma le comprer ci che desidera...
La fanciulla sollev il volto, si asciug una lagrima e baci sulla fronte la madre; si guard un'ultima volta allo specchio e usc insieme a Caterina, ad Elisabetta e Nicola.
Nicola per la via faceva loro un mondo di domande ed Elisabetta dovette stringere la mano di lui per farlo camminare quieto e composto.
...
Ritornarono a casa carichi di provviste. Le camere si riempirono dell'allegria esuberante dell'abbondanza.
L'equilibrio dello spirito dipende forse tutto da un buon pranzo. I Marasca erano felici. Maurizio Ferri quella sera not i visi allegri di Caterina, di Rachele e della piccola Elisabetta. Nicola aveva subito dato ai Ferri la notizia del denaro ricevuto.
Maurizio contemplava le fanciulle con un sorriso aspro; una sfumatura d'ironia brillava nei suoi occhi. Il valore morale di Caterina era sfumato. Chi dunque era essa? Un'esile fanciulla affamata. Ella adesso aveva mangiato, era rossa in viso, parlava e rideva forte e scartocciava fra le mani una carta unta di olio e diceva con voce allegrissima: Volete del t Alessio? O preferite del caff? Io ho bevuto oggi due tazze di caff e una soltanto di t... e una soddisfazione quasi animale appariva nei suoi scintillanti occhi scuri.
Maurizio la guardava con disgusto. Egli disprezzava molte cose e rifuggiva dalla poesia e dai sentimento. Eppure avrebbe voluto che quelle fanciulle fossero meno allegre, che serbassero un po' pi di contegno, e non si abbandonassero a quell'espansione ebbra, che mostrava chiaramente quanto esse fossero felici di aver mangiato fino alla saziet; e non solo, esse avevano altro denaro, tenevano per sicuro di mangiare moltissimo: parecchi giorni! Elisabetta lo gridava a tutti a piena gola; e rideva.
Maurizio aveva in orrore i miserabili. S'accorgeva con stupore che i Marasca avevano fatte delle compere eccessive, che tutti bevevano caff o t senza regola alcuna; anche i piccini prendevano delle tazze colme di caff e dopo averlo bevuto ne richiedevano dell'altro che Caterina versava sorridendo con una profonda dolcezza sul viso.
Paolo aveva fra le mani dei dolciumi che non riusciva a mangiare, perch era evidente che (sebbene egli ne avesse forte desiderio) per l'estrema debolezza essi lo disgustavano.
Maurizio non pot sopportare ci. Vi prego Rachele, togliete quei dolci a Paolo... lo fanno ammalare di pi.
Ma se egli stesso li ha chiesti, Maurizio... no, no... lasciate stare, egli mangia codeste cosette volentieri, se vi provate a toglierglieli piange...
Maurizio si strinse nelle spalle. Bisogna battere i fanciulli capricciosi.
Rachele lo guard con orrore. E voi sareste capace? Guardate com' pallido! Paolo  felice e noi tutti gli compreremo un bel cavallo... e Rachele rise e minacci scherzosamente Paolo.
Un cavallo? domand distrattamente Alessio.
S... un cavallo con le redini rosse e la sella solida perch Paolo possa montarci... Non coster molto. Da ieri egli lo chiede continuamente.
Venite a vedere Alessio... grid Elisabetta, Vi mostrer il mio vestito!...
Alessio si alz sorridendo ed entr nella cucina da dove Elisabetta lo aveva chiamato. La fanciulla sedeva sulla tavola in sottanino rosa; aveva le spalle avvolte in uno spesso scialle di seta. Lo scialle era vecchio, ma la gamma dei colori, dava una grazia vivace alla piccola Elisabetta. Essa dondolava le gambe nude con irrequietezza e guardava con gli occhi brillanti di piacere la stoffa celestina, che teneva in grembo, alquanto rialzata perch non si sporcasse.
La cucina era ingombra. Faceva caldo: si soffocava quasi. Il fuoco era acceso nel fornello, bench su di esso, non bollisse minestra alcuna.
Guardate questo celeste, e questo pizzo Alessio... suvvia avvicinatevi. disse Elisabetta.
Alessio Ferri s'appress alla fanciulla quasi con timidezza. Egli e Maurizio non comprendevano bene i Marasca.
Oh! torn a ripetere Elisabetta, Che celeste magnifico! Aspettate... vediamo... rialz col braccio che si denud fino all'attaccatura, la stoffa, e la drappeggi sulla persona del giovane per vederne l'effetto.
Alessio si mise a ridere.
Non  vero che  bello? disse Elisabetta e le sue guancie si colorirono.
E voi perch state in questa guisa? domand Alessio. Sembrate una zingara!
La piccola Elisabetta rise. Fa caldo... ho fatto delle prove dinnanzi allo specchio. Il celeste mi fa pi bionda...  un colore che si addice pure a Caterina. Parlava e guardava in modo carezzevole Alessio, coi suoi grandi occhi neri, mentre riavviluppava il tessuto fra le mani.
Siete proprio carina Elisabetta! esclam Alessio e guard intensamente la giovanetta. Era graziosa, discinta e appariva biondissima.
Alessio arross. Il desiderio di prendere per la vita la piccola Elisabetta e di sollevarla fino al suo petto, in sottanina rosa, denudandola dal suo scialle di seta, l'assal e lo fece tremare nervosamente. Non essendo egli abbastanza forte per reagire, prese Elisabetta per la vita, la sollev trascinando tutto il tessuto celeste fino a terra, e stringendola contro il petto si curv e affond la bocca nelle sue labbra rosee. Fu un attimo. La piccola Elisabetta si trov in piedi di fronte ad Alessio, rossa come il fuoco, con gli occhi ingranditi dallo sgomento e dal piacere, col respiro corto ed affannoso.
Alessio le prese le mani e gliele baci pallido e confuso. Vi voglio bene Elisabetta, mormor con voce tremante.
La piccola Elisabetta curv il capo sopraffatta dai sentimenti che la sconvolgevano; lo scialle le si era quasi sciolto sulle spalle, ed ella in sottana, con le braccia nude, le spalle quasi nude, senza accorgersi del suo disordine, rimaneva in quell'attitudine, immersa in uno stupore delizioso.
Alessio si curv verso di lei, le prese il viso fra le palme, e la guard in fondo agli occhi. Mi volete bene Elisabetta? disse. E siccome ella socchiudeva gli occhi stordita e non opponeva resistenza, egli si curv e la baci pi volte sulla bocca.
Oh! Alessi... Alessi... implor la fanciulla tutta sbiancata e non sapeva che dire, e si stringeva a lui, e provava una gioia acuta (tanto da risentirne un male fisico) al cuore.
Egli si curv, raccolse la stoffa celeste di Elisabetta. Elisabetta non aveva pi voglia di guardare il vestito celeste e lo prese con estrema timidezza dalle mani di Alessio.
Andate Alessi, mormor e si fece rossa come il fuoco. Vi prego Alessi, andate di l...
Ditemi, mi volete bene Elisabetta? domand ancora Alessio, ansiosamente.
Oh! Alessi!... esclam Elisabetta e curv il capo e i suoi occhi si riempirono di lagrime.
Alessio baci un'ultima volta Elisabetta, le sorrise con dolcezza e poi rientr nell'altra stanza un po' pallido, col cuore tremante come quello di un adolescente. Elisabetta non era certo il suo primo amore. Egli aveva inoltre un'amante; ma sentiva di amare appassionatamente la piccola Elisabetta. Era pure confuso, palpitante dinnanzi a Caterina, a Rachele e allo stesso Maurizio. Non sapeva darsi alcun contegno. Tutto irritava Alessio.
Elisabetta vi ha fatto vedere il suo vestito?...  pazza per quel colore. disse Caterina. Scommetto che essa non viene qui fra noi per poterlo rimirare a suo agio...  un bel celeste, l'ho scelto io... Elisabetta ha fatto venti prove dinnanzi allo specchio... e scoppi a ridere.
Alessio si sent in collera con Caterina. Non poteva pi stare nella casa di Elisabetta. Salut ed usc.
Alessi va a trovare la sua amante... pens Maurizio, e continu a parlare vivacemente con Caterina. Egli comprendeva molto bene Caterina. La forza di femminilit era tutta trasfusa nel suo giovane corpo vibrante, negli occhi scuri mobilissimi, nel viso emaciato. Era per questo affascinante, ma era troppo intelligente.
Queste considerazioni passavano nella mente di Maurizio e riuscivano a soddisfare il suo orgoglio.
Che voleva egli infine? Valutava Caterina come una splendida amante. Egli non amava Caterina e i1 suo ideale fisico era un altro. Quella sera aveva avuto modo di vedere Caterina sotto un altro aspetto: quello comune. E questo l'aveva in sul principio disgustato; ma poi a poco a poco egli stesso, preso dall'ambiente, dai sorrisi, dall'allegria dei Marasca, aveva finito per dimenticare i Marasca miserabili, per vederli sotto l'apparenza di buoni e semplici borghesi. Tutto, ora, in quella casa gli sembrava naturale. I seguaci d'Epicuro non avevano torto: poi bisogna vedere gli epicurei sotto un punto di vista diverso da quello con cui li considera generalmente il volgo. Guardava Elisabetta. La fanciulla era in un canto, con le guancie un po' pallide, sorrideva distrattamente a tutti, e parlava pochissimo.
Ecco colei che  pi graziosa e pi buona di tutti in questa casa, si disse e sorrise alla fanciulla da lontano. La piccola Elisabetta arross. Il cuore le scoppiava; aveva una gran voglia di star sola e di piangere. In certi momenti l'assaliva il desiderio di raccontar tutto alle sorelle e alla madre. Essa amava Alessio Ferri. Non comprendeva come le sue sorelle, Maurizio Ferri e la madre potessero discorrere cos tranquillamente, senza emozione alcuna. La loro vita le apparve triste, misera, scialba. Ella aveva un fidanzato. Questo l'inorgogl e la riemp di un pudore indefinibile. Non sapeva se ne provasse dolore o gioia.
Nicola Marasca mand altre cinquanta lire ai suoi parenti.
Per circa un mese i Marasca stettero proprio bene. Solo pi tardi Nicola Marasca non diede pi notizie di s alla famiglia e dimentic fino alla morte, avvenuta per funesti disordini nervosi a causa soprattutto dell'alcool, i suoi parenti.
Caterina non si riconosceva pi. Ella era gaia, aveva le guancie rosee, e quei suoi begli occhi scintillavano di soddisfazione. Specialmente quando prendeva fra le braccia Paolo e lo cullava e lo vezzeggiava in ogni modo, ella era felice.
Che vuoi Paolo? gli chiedeva, sollevando il visetto del piccino a portata della sua bocca, Che vuoi? dillo alla tua Catiuccia... ella ti comprer tutto... sorridi un po' tesoro... Desideri i pasticcini? e lo baciava.
Ma Paolo diceva sempre di no, che non voleva niente. E Caterina senza capirci nulla in quei capricci, se ne affliggeva e si turbava. Paolo mangiava poco e si faceva sempre pi livido. Eppure la madre lo curava come un malatino scontroso e aveva speso del denaro per lui. Doveva rifarsi: lo dicevano tutti nella famiglia e non s'impensierivano molto.
Caterina senza il pensiero tormentoso del lavoro e di quel pane che ella aveva con violenza alle volte, maledetto, era un'altra. Si metteva a sedere presso il balcone, e stava a lungo silenziosa col viso grave, ma senza quei tratti aspri e impetuosi che abitualmente intorbidivano i suoi lineamenti. I suoi pensieri erano in quel periodo di un puro materialismo. Ella trovava bello il sole, ma perch scaldava e deliziava; stimava necessario l'azzurro del cielo e il verde delle piante per la gioia e il calore dei sensi; l'amore, per la procreazione dell'essere. Ella pensava che si stava molto bene dopo aver mangiato; tutto appariva calmo, riposante; il cuore pulsava generosamente e i battiti si moltiplicavano nella soddisfazione della digestione, e germogliava in esso l'amore per gli uomini. Ogni cosa era gaia, rosea: l'azzurro appariva pi limpido, il sole pi splendente.
Signore! Ecco, come si dovrebbe vivere sempre!...
Con quale allegria si alzava al mattino... ogni angolo della casa era pulito e ispirava rispetto e considerazione. Compriamo questo mamm... mamm oggi prepariamo quest'altro... Si enumeravano sempre con piacere, le vivande della giornata, e vi prendevano parte anche i piccini e si permettevano pure dei capricci... Tutti poi erano meno cattivi...
Questo Caterina lo constatava con molta soddisfazione. Anch'essa, Dio mio, non era poi cos cattiva... nonostante che Maurizio Ferri glielo ripetesse sempre. Con quale diritto Maurizio la trattava in quel modo? Lo amava essa forse? Nemmeno egli doveva amarla. Se lo ripeteva con irritazione e con rancore. Arrossiva di dispetto, si abbandonava ancora di pi sulla sedia, e divagava... ma nessun pensiero d'amore agitava quella fanciulla. I sensi di Caterina erano calmi, soddisfatti quasi dalla stessa normalit che da tanti giorni si succedeva nella casa.
Ogni tanto ella socchiudeva gli occhi e guardava il cielo, fissando un punto molto lontano. Sospirava dolcemente. La vita era tanto bella! Il punto azzurro ingrandiva nella sua fantasia, diventava una luminosa casa di cristallo... negli svolazzi folli del suo spirito calmato, ella si vedeva arrivata ad una grande altezza, ma sempre con un volto gaio, felice, camminava su di una lunga striscia di sole, provando quelle sensazioni di pigra letizia che quasi l'addormentavano nel lento lavorio della digestione.
Ella era soddisfatta di quella soddisfazione organica, animale, che si riscontra solo nell'individuo affamato, allorch riempie il suo stomaco fino alla saziet. Quell'individuo nella fame ha sopportato le pi violente e profonde inquietudini dello spirito, e se egli fosse stato un genio, la sua mente avrebbe partorito in quella esecrazione lucida e maledetta, il capolavoro. Nulla abbrutisce l'uomo come la soddisfazione degli appetiti, dopo l'anormalit di un'astinenza contro natura e il tetro e furioso logorio di un digiuno bestiale.
In quella vita di stenti e di miseria niente rivelava in Caterina la creatura eccezionale.
Del resto nelle vicende normali Caterina sarebbe stata un'altra; una creatura appassionata, una bella femmina capace di soddisfare nel pi intimo senso, un maschio; ma in pari tempo, la donna di alti sentimenti e di nobili aspirazioni si genererebbe in lei nella fecondit. Solamente madre ella sarebbe stata perfetta.
I giorni trascorrevano per la piccola Elisabetta come in un sogno. Ella continuava ad essere gaia e ridente, ma giocava meno con i piccini. Nicola l'aveva ripresa per ben quattro volte nelle partite di domino.
Ma Elisabetta, come sei stupida, sbagli continuamente, non giocher pi con te...
Ed era inutile negare, perch Nicola s'accorgeva dell'imbarazzo di lei e diceva gravemente: Sei stupida Elisabetta... Io penso che tu devi essere stupida... idiota come Virginia...
Elisabetta rideva. Impallidiva sovente e arrossiva pure con violenza. Elisabetta era di un carattere aperto e dolce. Il segreto del suo amore la soffocava. Avrebbe voluto dire tutto a Rachele e a Caterina. Tante volte era stata sul punto di confessare; ma ella tremava e moriva di vergogna prima d'incominciare; fuggiva nell'altra stanza e sola scoppiava in lagrime, Non posso, si ripeteva, Sono io colpevole? Io voglio bene ad Alessio... Egli pure mi ama... ma... si arrestava inquieta, prostrata da quelle riflessioni. S, io sono colpevole. Egli mi ha baciata ed io mi sono lasciata baciare... Questo non doveva accadere. N Caterina, n Rachele avrebbero agito come io ho agito. Mio Dio! Eppure...
Elisabetta non ardiva sollevare il volto: lo stesso sentimento di sgomento e di piacere che aveva provato la prima volta sotto i baci di Alessio s'impadroniva di lei e, arrossendo, non volendolo confessare nemmeno a s stessa, si sentiva immensamente felice per quello che era accaduto.
Aveva rivisto Alessio due o tre volte; egli le aveva sorriso e l'aveva guardata con due occhi cos grandi e cos dolci, che Elisabetta si sarebbe gettata fra le braccia di lui, e l'avrebbe baciato teneramente lei stessa, sulla bocca e sulla fronte.
Passava delle tristi serate la piccola Elisabetta. Una certa sera si sent troppo oppressa e si avvicin a Caterina.
Che hai Elisabetta? le domand subito Caterina vedendola turbata.
Elisabetta contempl sua sorella: un nodo le serrava la gola. Perch Caterina aveva una voce cos indifferente? Perch essa era cos gaia e aveva quello scintillio negli occhi?
Elisabetta si sent tremare sotto lo sguardo grave e superbo di quegli occhi scuri che ella ben conosceva. Si mise a piangere. Caterina si volse vivamente, Che hai Elisabetta? Ti senti male?  stata mamm? domand poi.
Oh! Cate, nulla, nulla... e piangeva.
Caterina la fiss sorpresa: Vuoi qualche cosa? disse con voce pi dolce, ma sollev il volto e sorrise a sua sorella Rachele che entrava.
Guarda Rachele... Elisabetta piange... Ella non vuol dirmi niente...
Rachele si avvicin alla piccola Elisabetta, la prese per le spalle, e la costrinse ad alzare il viso, Cate, com' rossa Elisabetta...	e rise. Che ti hanno fatto? domand poi.
Elisabetta balz in piedi: Niente, grid bruscamente, Niente, niente... e scoppi a piangere pi forte.
Caterina s'irrit: Allora perch piangi cos?
Mai Elisabetta s'era ritrovata cos infelice e mai aveva creduto di potersi sentire cos lontana dalle sue sorelle.
Caterina e Rachele parlavano, sedute vicino, di una passeggiata che avrebbero dovuto fare l'indomani insieme con Maurizio Ferri. Erano contentissime di quel progetto e per un po' criticarono Maurizio. Poi esse parlarono di Paolo e rimasero un istante preoccupate, perch quel giorno il piccolo aveva rimesso due volte il cibo, e aveva tossito incessantemente; ma subito dopo il discorso divag: si stabil ci che avrebbero mangiato l'indomani in campagna. Caterina proponeva patate imburrate, pane e vino bianco, mentre Rachele, che proprio quella sera aveva ritirato il suo mensile di duecento lire, diceva che Caterina faceva le cose in modo da farli vergognare. Invece essa preferiva la carne fredda.
Caterina l'interruppe bruscamente. Bisogna pensare al tuo vestito, Rachele.
Rachele non oppose nulla. Sorrise e prese a parlare di un vestito rosa, il suo! di un rosa molto pallido, con dei bordi di velluto avorio che certo costava molto caro.
Caterina ascoltava Rachele mentre i suoi occhi prendevano quell'espressione sognante, un po' vaga, che rapidamente passava all'entusiasmo. Parl anche lei di vestiti, di pizzi, di cose belle e costose, senza rimpianto; anzi vibrava nella sua voce il piacere di poterne parlare, come una che  sicura del suo avvenire e della sua felicit.
Elisabetta era in preda ad un'irritazione vivissima. Si vide incompresa, lasciata in un canto, con quel segreto che la soffocava. Si alz e se ne and in cucina, per respirare liberamente, vicino a mamm. No. Non erano buone Caterina e Rachele... O forse essa non le amava tanto... Mamm! Ecco colei che amava... Cos dolce, cos cara mamm...! E che begli occhi essa aveva!... Si avvicin a sua madre che teneva Paolo fra le braccia. Si curv e accarezz il fratello sulle gote. Paolo fece un gesto di noia, e si volse dall'altro lato. Sei cattivo Paolo! disse Elisabetta con la voce tremante, e due ultime lagrime scesero lungo le sue guancie.
Vattene! url poi Paolo.
Elisabetta si sedette presso la madre, appoggi la testa ricciuta sul di lei braccio e stette lungamente in quell'atteggiamento sconsolato.
...
. 
...
Capitolo 4.
...
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...
Alessio Ferri amava la piccola Elisabetta. Egli nel constatare i progressi di questo amore, provava non solo una dolcezza infinita, ma una gioia pura, un entusiasmo vivo, che lo portavano a considerarsi il pi felice degli uomini.
Alessio non sapeva spiegare bene lo stato del proprio animo, e non cercava di analizzare minimamente i suoi sentimenti. Si sentiva molto leggero, provava delle strane e violente tenerezze per molte cose che per il passato lo lasciavano indifferente. Aveva delle piccole cure per sua madre e si fermava a guardarla a lungo carezzevolmente; studiava di meno e spesse volte perdeva il filo della lezione e gli capitava di pensare ad avvenimenti dolci e ormai lontani dalla sua vita.
Cos egli ricordava nitidamente gli episodi pi puri e pi belli della sua adolescenza e simultaneamente l'immagine bionda e graziosa della piccola Elisabetta si presentava dinnanzi ai suoi occhi socchiusi nel languore di quei caldi pomeriggi. Egli provava un gran turbamento e il cuore gli batteva nel petto con violenza. Quell'amore non faceva egoista Alessio. Anzi mai come allora egli s'era trovato ad amare impetuosamente la natura, gli uomini, le cose. Gli pareva di essere tornato fanciullo. L'anima di Alessio vagava in uno stato di benessere e di pace. Nessuna morbosit, nessuna curiosit ardente lo molestavano. I sensi non erano che leggermente eccitati. Forse era perch la piccola Elisabetta era ancora molto fanciulla e il sorriso e gli occhi con cui ella sorrideva e guardava Alessio lo facevano rimanere estatico; egli sentiva le pulsazioni farsi cos frequenti nel petto e nei polsi da interrompergli la respirazione. Sognava di tenere Elisabetta fra le braccia, di cullarla come una bimba: di dirle delle cose tenere. Egli dimenticava perfino che Elisabetta era una miserabile e che molte volte egli aveva provato una immensa piet per lei, tanto d'aver potuto pensare di porgerle in nome dell'umanit un pezzo di pane. Elisabetta era la pi pura, la pi ricca di grazia, d'ingenuit, pensava Alessio e nello stesso tempo la parola, ricca, aveva per lui il suo pi profondo significato, infatti, chi pi ricca di Elisabetta coi suoi capelli dorati, coi suoi grandi occhi neri e quell'amabile sorriso? E poi, era tanto giovane Elisabetta; la pi bella delle fanciulle!
La timidezza di Alessio dinnanzi alla giovanetta diventava eccessiva. Il sorriso della piccola Elisabetta disarmava ogni audacia. Eppure Alessio non si stimava sciocco ed era molto felice di quell'amore che lo purificava.
Egli non guardava mai Caterina. Quella figura di fanciulla torva e splendente al medesimo tempo, l'infastidiva e l'irritava. Egli non solo non avrebbe mai amato una donna cos, ma appunto per il suo carattere retto e dolce, non avrebbe guardato mai con occhio diverso Caterina. Era una di quelle creature senza bellezza, ma che con uno solo sguardo di quegli occhi lunghi, scuri e tanto lucidi, e con un solo accento di quella voce calda e pieghevole, avrebbe potuto sconvolgere il sentimento di un uomo. Quella donna turbava, ed Alessio la giudicava eccitante, sebbene lui non sentisse il fascino di Caterina e niente gli piacesse in lei.
Alessio ammirava Rachele. Ella era troppo bella e in un primo tempo l'aveva desiderata; per aveva amato solo Elisabetta; n si chiedeva altro. N avrebbe potuto dire egli stesso che cosa deciderebbe di fare in seguito. Amava teneramente e puramente. Alessio Ferri era legato alla sua amante Graziella, era stata il suo sogno di redenzione, egli aveva fatto molto per lei, per trarla da quella vita di vergogna. Graziella era una perduta; ma egli nonostante tutto stimava quella donna... Un rossore ardente saliva alle guancie pallide di Alessio; era stato cattivo talvolta, impulsivo con la sua amante, ma l'aveva anche colmata di regali, di carezze e le aveva insegnato delle cose dolci e buone.
Dal giorno in cui Alessio aveva baciato sulla bocca Elisabetta, non aveva avuto pi il contatto carnale con la sua amante. Era andato da Graziella due volte di seguito; poich ella era la sua amante ufficiale e sarebbe stata una cosa anormale mancarvi. Aveva anzi pensato seriamente a Graziella. Ma non aveva preso nessuna decisione; il pensare a lei l'angustiava, l'infastidiva, ed egli si sentiva agitato e rigettava la riflessione con disgusto.
Si metteva allora a divagare sul suo amore, e vedeva solo nella sua fantasia, Elisabetta, quella gentile fanciulla. Elisabetta col suo sorriso era riuscita a dargli la pi intima emozione della sua vita. Non dava colpa alcuna a Graziella; quella donna restava nella mente di Alessio quella che era stata sempre: il suo sogno morale, il punto principale di una questione civile ed umana. Graziella poi... era una cosa reale e materiale incondizionatamente sua; creatura illegale, ma in certo qual modo legittima, perch adottata dalla sua volont.
Alessio era stato a trovare la sua amante e s'era fermato circa due ore in casa della fanciulla. Graziella quel giorno era di buon umore; lavorava un bel colletto in punto a croce e vi metteva nell'eseguirlo un'attenzione e una pazienza infinita. Essa fece vedere l'angolo grazioso di quel colletto al suo amante. Ti piace Alessi?
Graziella parlava sorridendo, con voce morbida, ed era evidente come ella ci tenesse all'approvazione di Alessio, e come fosse entusiasmata del suo lavoro.
S, disse Alessio,  proprio grazioso. Ma non riusc a mettere calore nella sua voce, sebbene anche lui trovasse che il lavoro era stato eseguito benissimo. Osservava Graziella. Lo stupiva la calma, la soddisfazione di lei. Com'era felice! Doveva essere certo contenta della sua vita! Alessio stette alquanto pensieroso.
Graziella non cessava di muoversi leggera, graziosa, intorno a lui e seguitava a parlargli di molte cose ingenuamente. Infine ella rimase quieta, accorgendosi del turbamento di Alessio. Egli non l'aveva ancora baciata una sola volta, e questo non era accaduto mai. Delle rughe profonde si scavarono sulla fronte bianca della fanciulla e mutarono tutta la fisonomia di lei. Graziella soffriva e faceva sforzi per mostrarsi calma e sottomessa. Alessio l'aveva alle volte rimproverata aspramente, l'aveva insultata, battuta, ma era sempre stato il primo a baciarla.
Graziella era una natura nervosa e il suo carattere era molto complicato. Ci derivava dagli istinti buoni e semplici da cui ella era animata, svisati e contorti dalla vita vergognosa che aveva condotta per tanto tempo. Ella nutriva per Alessio un amore impetuoso, impasto di tenerezza pura e di lascivia, a cui essa, pur amando dolcemente Alessio, soggiaceva, imbrattata da un'esistenza di fame e di lussuria.
Alessio Ferri guardava la sua amante e non si muoveva. Nel viso di Graziella si dipinse un vivo rossore. Alessio, mormor infine: che hai?
Egli fece uno sforzo per mostrarsi tranquillo, per dare un tono garbato alla sua voce, Nulla, ti assicuro Graziella... Egli negava ma era turbato. Evidentemente Alessio Ferri non sapeva mentire.
Graziella credette che egli avesse dei dispiaceri familiari e un'ombra di tenerezza rese ancora pi delicato il suo viso. Improvvisamente si avvicin ad Alessio e gli carezz i capelli, poi, animata dall'atto stesso, si fece ancora pi vicina a lui e affond la voluttuosa bocca nelle labbra arse e pallide di Alessio.
Alessio Ferri sub il bacio, ma non lo ricambi. Graziella non s'accorgeva della passivit del suo amante e, trascinata dal fuoco della sua stessa natura, prese a baciare e a ribaciare, ora dolce, ora appassionata, la bocca di Alessio.
Alessio divenne pallido ed i suoi sensi eccitati da quei baci frementi, si riscossero con violenza. Egli non pot essere forte e affond, come tante volte aveva fatto, le mani nel tessuto morbido che fasciava la carne della donna sua, e curvatosi, come un ebbro baci quella voluttuosa carne, infinite volte.
Graziella socchiuse gli occhi in quel modo torbido, che precedeva in lei l'abbandono. Alessi, mormor sbiancata, Alessi puoi prendermi...
Gli occhi di Alessio si fissarono su quel viso che soffriva il piacere fino ad assottigliarsi ed a illividirsi; ebbe la percezione fisica del possesso. Rabbrivid fino a rendere tremante la stretta con cui accerchiava la sua amante. Ne prov una soddisfazione cos intima e cos carnale, che lo rese incapace di soffrire altri sentimenti. Fu proprio in quell'attimo che egli rivide la piccola Elisabetta. Tent di ribellarsi a quell'immagine, di scacciarla bruscamente. S'irrit contro la giovanetta. In quel momento, annegando torbidamente nel disordine dei sensi, sentiva di non amarla. Strinse pi forte Graziella e stette per slacciare le sue vesti: i bottoni non saltarono ed egli dovette fermarsi impacciato nel tessuto. Quell'atto immiser Alessio, ed egli ritrov tuttavia sconvolto s stesso. Ebbe un piccolo brivido di disgusto e fu incapace di andare avanti. S'arrest stordito, ancora ebbro, ma ormai in preda alla nausea fisica. Allent la stretta intorno alla vita di Graziella, si sciolse e abbandon la sua amante sul divano. Era rosso, confuso, avvilito. Non posso Graziella, mormor,  oggi no...
La fanciulla ebbe un moto di violenta sorpresa, ma rimase in quell'attitudine di dedizione, con la camicetta sbottonata sul petto. Aveva il seno nudo, e con un movimento nervoso di torbido pudore, e che a lei stessa sfugg, allacci affrettatamente i bottoni. Alessi, disse, Alessi.
Non posso, replic Alessi sempre pi turbato,  non oggi...
Ella si alz smarrita e gli and vicina, muta e palpitante. Alessio Ferri credette che ella venisse ad implorarlo, per riportargli il desiderio e l'abbandono, e la respinse bruscamente. Non oggi ti ho detto...
Un denso rossore sal alle guancie di Graziella. La brutalit di Alessio la fece soffrire fino all'esasperazione. Ella si gett sul divano esaltandosi in una disperazione cos violenta, da temere una di quelle scene che spingevano sempre Alessio a battere la sua amante. Incominci a coprirlo d'insulti: Via... via... gridava livida di vergogna e di rabbia, Via io ti odio... Chi sei? Un porco! Un miserabile... Vile! miserabile vile... Ah! Ah! credi che io ti ami? Che ti voglia bene? Faccio io forse dei sacrifici per te?... e si ergeva dritta, col viso pallido, macchiato all'altezza degli zigomi di un rosso crudo; scuoteva i capelli e singhiozzava senza lacrime e a tratti rideva con angoscia... Sei forse un uomo tu? Un pulcino bagnato... una femminuccia... un gingillo Alessi... uno stupido gingillo... Ho paura di romperti io! Di questo ho paura... Capisci?... Ti odio... battimi... battimi pure, non me ne importa... Debbo io sopportare i tuoi capricci? Ebbene alle volte... quando tu cerchi di piegarmi... io sento schifo... schifo! Che m'insegni tu? Ah! come ti odio... Via... via... via tu non sei un uomo...
Alessio la fissava pieno di collera, rosso in viso; non provava nessun desiderio di battere Graziella e non sentiva d'altra parte nessuna piet per lei. Lasci la sua amante sotto l'impressione di un disgusto infinito. A casa egli non rivide quella sera la piccola Elisabetta e rimase abbattuto. Dopo aver meditato lungamente si pent di aver maltrattato la sua amante e si sent colpevole dinnanzi a lei. Torn in casa di Graziella. La fanciulla era pallida, nervosa stanca. Egli la baci e l'accarezz con dolcezza e riusc a dirle tante cose tenere. Per per quanto egli facesse, per quanto la sottomissione di Graziella lo rendesse buono e debole, non pot darsi a lei. Persisteva in Alessio quella nausea, che egli stesso giudicava stupida e nociva e che lo distraeva violentemente dal pensiero del suo giovane e puro amore.
In quell'estate, un cugino dei Ferri venne a passare qualche tempo presso di essi. Cesare Amianto era ricco, vantava un bel casato e aveva numerose relazioni a Napoli e a Roma.
Egli aveva viaggiato molto, aveva appreso molto, ed era divenuto grave nel giudicare il mondo e gli uomini. Alcuni suoi scritti erano stati accolti con ostilit. Cesare Amianto era andato in collera; ma infine aveva sorriso e s'era stretto nelle spalle. Nulla di pi erroneo di una riforma sociale, egli diceva. Il Governo deve fare molto per il popolo e il popolo ancora di pi per lo Stato. L'individualismo corrompe e spezza una civilt.
Amianto ammoniva gli uomini e cercava, non una riforma per essi, ch in ci si pecca superbamente contro natura, ma di dare loro una base. Gli uomini si ribellarono lo stesso e lo tacciarono d'empiet. Cesare ne rimase disgustato e viaggi per distrarsi. Al suo ritorno pens di sostare presso i Ferri, a Napoli.
Egli amava e stimava Maurizio, ma in lui riscontrava molte cose che gli dispiacevano; amava molto di meno Alessio e lo considerava ancora troppo giovane. Vedeva in lui l'idealista. Cesare Amianto, carattere energico e positivo, odiava ogni cosa che fosse in contatto coi sogni degli utopisti e con le dottrine filosofiche.
Nello scoprire il quartierino dei Ferri ebbe un attimo di sorpresa e prov, nel contemplare quella strada fetida e tutti quei bassi cupi e miseri, un profondo disgusto. Egli era un uomo raffinato e di abitudini eleganti: era nobile per parte di sua madre, nipote del conte Calvisi, morto quando Cesare aveva l'et di tre anni. Egli aveva contemplato sin da fanciullo, molti ritratti del nonno di sua madre e uno pi di tutti gli aveva fatto una grande impressione: quello in cui il nonno era rappresentato in figura da generale; il viso del conte era molto piccolo, rugoso e brutto, due lunghi baffi rossi gli incorniciavano le labbra cianotiche. Era senza capelli e due sopracciglia scurissime, perfette, tracciavano quasi una linea dritta sulla fronte spaziosa e bianca. Solo gli occhi neri, piccoli, vivacissimi e brillanti avevano un fascino possente che incantava Cesare; egli, come quasi tutti i fanciulli, cre nella sua mente un tipo di uomo ideale, che personific nella bella figura del generale Calvisi. Fece molti sogni; innalzandosi all'apogeo dell'epica; ed ebbe lunghi dialoghi col generale e gravi discussioni. Nel delirio, che lo fece assai spasimare quando fu malato di angina ad otto anni, Cesare chiam a voce altissima il conte, singhiozz molto, implorando che lo si portasse dal conte che gli sfuggiva sempre su di un cavallo nero e bianco, velocissimo, e in ultimo si diede a gettare grandi gridi, credendosi perseguitato con la sciabola sguainata dal generale, che, pallido, spettrale, con gli occhi neri fiammeggianti, lo minacciava violentemente.
Con tutto ci, Cesare impar a considerarsi nobile, giacch il suo avo era conte e generale, e alcuni amici chiamavano contessa, sua madre. Di questo suo padre sorrideva e alle volte anch'egli per celia, chiamava, contessina o piccola contessa, la mamma e le baciava teneramente le mani.
Cesare amava molto suo padre, il colonnello Amianto, e temeva sua madre, poich essa era una donna alta, ossuta, severa, che non rideva quasi mai. E tante volte gli diceva: Voi, piccolo Cesare, meritate il pi alto disprezzo... siete uno sciocco e un fannullone... Cesare arrossiva, la sua mente vagava dietro la figura stupenda del generale; si credeva disprezzato dal conte e piangeva e nutriva grandi rancori contro sua madre.
A diciotto anni Cesare scopr molte impurit in quella societ in cui il conte Calvisi aveva vissuto, e rimase sorpreso, nauseato e tent di ribellarsi. Ebbe delle crisi di rabbia e giudic ogni cosa cattiva e priv di ogni merito gli uomini. A ventidue anni lesse molte opere e fece una grande scissione: il bene e il male. E pot stimare ed amare nuovamente l'umanit. Gli studi lo entusiasmarono, ma essendo ricco, indolente, non ebbe una meta fissa e non raggiunse mai un punto stabile. Alla morte della madre, che col tempo era diventata molto severa e quasi cattiva, e sfoggiava molte ubbe aristocratiche, Cesare triste, scoraggiato, si sprofond per la prima volta nel mistero della morte.
Egli guardava sua madre rigida, vestita rigorosamente di seta nera, col volto di cera e gli occhi chiusi, inghirlandata di violette e di roselline pallide, stesa sul gran letto candido; e rimaneva immobile, vestito di nero, con gli occhi fissi in un idiota stupore, sulla morta. Si sentiva gi molto lontano da sua madre: i suoi occhi non versavano lagrime, rimanevano larghi, fissi, con repugnanza, sul cadavere.
Eppure egli nonostante tutto amava sua madre e aveva avuto delle segrete tenerezze per lei. L'orrido stupore del nulla lo allontanava da quella morta. Ricordava sua madre in ogni minimo gesto, sentiva il leggero passo di lei, la sua voce severa, un po' aspra, con cui ella richiamava i servitori e il colonnello.
Mai pi... mai pi io la vedr sorridere, camminare, parlare.. mai pi ella mi dir: Cesare, siete un uomo perfetto, quando vi ci mettete! con quel tono beffardo, un po' sprezzante... Mai pi ella accarezzer Roberta e la bacier sulla bocca e sui capelli... mai pi essa sorger da questo letto bianco... n mai pi aprir gli occhi...
Egli rievocava a uno a uno, i gesti vivi di sua madre e sentiva un'angoscia, un orrore, uno stupore che lo sfinivano, senza che egli potesse versare una lagrima. Dovettero allontanarlo dalla camera ardente, ed egli ripeteva e balbettava: Mai pi... mai pi... con un'espressione idiota nello sguardo.
Per moltissimi giorni rimase cupo, abbattuto e accasciato in sogni neri, orridi. Ormai egli vedeva chiaramente l'inutilit dell'essere. Mangiava i cibi quasi con ripugnanza e si vestiva provando una gran noia e una profonda stanchezza. Ogni gesto gli sembrava inutile e meccanico; ogni atto, un superfluo ridicolo e angoscioso. Lo colpivano profondamente al mattino i bottoni da polso piccolissimi bianchi e brillanti della sua camicia.  possibile, pensava con angustia, che si fabbrichino dei bottoni cos minuti, quando la morte sta in agguato dietro di noi? Signore! Signore! L'uomo non  nulla, dunque... polvere... polvere... E allora perch si nasce? si domandava con uno sgomento che rasentava l'idiozia.
Il colonnello si accorse dell'abbattimento funesto di Cesare; egli lo scosse con molte carezze, gli fece intravedere nuovamente il sole e lo spinse a viaggiare. Cesare Amianto ubbid e and nelle Indie, riacquistando, in quelle terre piene d'insidie e d'imprevisti, la normalit e la piena utilit dell'essere. Molte volte pianse pensando a sua madre e il ricordo di parecchi episodi della sua fanciullezza lo commossero intensamente.
Egli torn in Italia e suo padre mor due mesi dopo il suo ritorno. Cesare prov un grande dolore e per alcuni giorni soggiacque nuovamente nell'orrido spavento del nulla.
Si riebbe presto e in quel tempo possedette molte donne. Ebbe delle idee riformatrici che espose pubblicamente e fu messo all'indice. Amianto giudic inutile insistere. Del resto egli non sentiva pi nessun entusiasmo per quel che aveva scritto.
Pass diversi mesi in casa del capitano Augusti, il marito di sua sorella Roberta, finch decise di riposarsi a Napoli, presso i Ferri.
L'appartamento dei Ferri lo disgust ed egli trasloc subito andando a stabilirsi nei quartieri pi quieti e ariosi della citt. L'appartamento che prese in affitto era molto grazioso e Cesare lo ammobigli con gusto aristocratico; si fece mandare molte cose sue e molti oggetti esotici e rari acquistati durante i suoi viaggi.
Nessun uomo era pi normale e lucido di Cesare e mai la vita s'era presentata a lui cos quieta e scorrevole. Contava di riposarsi, di leggere molto, e ogni tanto pensava se avrebbe fatto bene a ripigliare la penna per trattare argomenti gravi.
Cesare Amianto aveva trentadue anni. Era alto, bruno di capelli e di carnagione; i suoi occhi grigi guardavano abitualmente con tranquilla indifferenza e prendevano delle sfumature dolci quando egli provava degli affetti e degli interessamenti. Aveva molti capelli che gli ricadevano in ricci un po' lunghi, sulla fronte e sulla tempia destra. I tratti del viso rivelavano l'uomo che ha studiato la vita, senza tuttavia sciuparla nei sofismi; nessuna stanchezza si osservava nella persona di Cesare Amianto. Egli amava la vita e sperava ancora molto in essa.
Quella sera Caterina entr dai Ferri tutta allegra. Reggeva fra le mani una piccola zuppiera piena di crema ancora fumante e Nicola la seguiva saltellando.
Silenzio Alessi, disse la fanciulla ad Alessio che era venuto ad aprirle, guidatemi nella saletta, voglio fare una sorpresa a vostra madre...
Peccato, esclam Alessio ridendo, mia madre non c'...
Ma non verr? fece Caterina tutta ansiosa.
Solo domani, Caterina. Si  recata oggi alle due dai nostri parenti... Suvvia entrate... vi  di l Maurizio con nostro cugino Cesare...
Caterina rimase un attimo indecisa.  vostro cugino? domand poi. Allora... sorrise e segu Alessio senza alcuna timidezza.
Maurizio, grid Nicola entrando, Cate vi ha portato la crema... Sentite com' buona... io ho avuto per me tutto il tegame e non sono ancora sazio...
Il tegame? disse Maurizio ridendo, Oh! Caterina, offriteci la vostra roba... Nicola dice che  buona. L'avete fatta voi?... Intanto io vi presenter a Cesare. Ecco Cesare, Caterina Marasca, una fanciulla molto cattiva...
Caterina s'inchin leggermente un po' rossa; s'appress al tavolo e pos la zuppiera.  ancora calda e non va bene, diss'ella.
Cesare indic Nicola, E questo fanciullo? disse. Come, ti chiami? gli domand.
Nicola fiss l'ospite con grande curiosit: egli guardava sempre curiosamente le persone sconosciute. Nicola, proruppe: Io mi chiamo Nicola... e voi?
Cesare Amianto, piccino. Oh!... e questi capelli?
Nicola scosse i riccioli, quei suoi bei riccioli che gli ricadevano sulla nuca, ed ebbe una mossa d'orgoglio. Sono miei.
Cesare si mise a ridere.
Voi avete fatto la crema per Nicola? domand Alessio.
Caterina scosse il capo. Io ed Elisabetta abbiamo lavorato tutto un pomeriggio per Paolo. Nicola ha avuto il tegame, non era punto pieno... ma... s'interruppe e scoppi a ridere allegramente.
Ascoltate Maurizio, ribatt piccato Nicola, io ho dovuto scacciare Cate ed Elisabetta, volevano anch'esse mettervi il cucchiaio... ma il tegame era mio... Va bene, ha detto Elisabetta, sei proprio un gatto...
Nicola, Nicola, ammon ridendo Caterina, ma il rossore infuocava le sue gote. Non dategli retta Maurizio... Nicola  un bugiardo...
Non vi vergognate? disse Maurizio.
Essa rovesci indietro la bella testa e rise. Aveva i capelli molto in disordine sulla fronte e qualche ricciolo le cadeva lungo le gote. I suoi occhi scuri, l'unica cosa veramente affascinante che avesse, brillavano straordinariamente; un vestito rosa a fiori azzurro pallido (vestito fatto con l'ultimo denaro di Nicola Marasca, stoffa ordinaria e di poche lire), la rendeva semplice e graziosa. Con le braccia nude, il collo nudo, il viso acceso, ella parve a Cesare Amianto in un certo senso ammirabile.
Via, via, Caterina, disse Alessio, vi conosciamo... siete saggia...
Oh! io voglio tanto bene alla nostra Cate, proruppe Nicola, e con veemenza, come gli era solito fare, si appese al collo di sua sorella Caterina e la baci pi volte, mentre Caterina si schermiva dolcemente: Nicola... Nicola... caro... lasciami...
Maurizio sorrideva quasi con dolcezza guardandoli. Come gli sembrava giovane, in quel momento, Caterina, e diversa dall'altra Cate che egli conosceva: altera, sensuale e un po' selvaggia...
Maurizio divenne improvvisamente cupo, e guard suo cugino di sfuggita. Che ne sapeva Cesare di quella creatura? Come gli sembrava? Perch egli guardava cos gaiamente Caterina e Nicola?
Caterina tutto ad un tratto si turb. I suoi occhi divennero scuri, e i suoi lineamenti presero quell'espressione preoccupata, triste, un po' atona, che mutava completamente la sua fisonomia. Il fascino di Caterina era sparito. Subentrava la creatura abituale, tetra, un po' aspra. Maurizio conosceva bene il viso di Caterina. Che c' Caterina? chiese bruscamente.
Ho paura per Paolo, diss'ella corrugando le perfette sopracciglia, pi tardi, passate da noi Maurizio... il piccino  molto pallido e rifiuta ogni cibo. Adesso ha mangiato un po' di crema, aggiunse rischiarandosi, pensate, ne ha mangiato un piattino colmo...
Ecco quello che finisce per guastarlo, disse Maurizio.
Caterina lo fiss contrariata: Credete? Se non mangia che questo...  debolissimo...
Cesare Amianto guard Caterina con stupore. La rapida trasformazione di quel volto, lo sorprese; anche la voce di lei era un'altra. Sebbene non sentisse nessun interesse per quel piccino di cui si parlava, domand premurosamente: Cos'ha questo piccino?  molto ammalato?
No... signore, rispose Nicola, non  affatto malato. Non vuol mangiare... ecco quello che ha... Gli diamo dei dolci: alle volte mangia solo questi... Non sta mai a letto... non capisco come fa a non aver fame... io ne ho sempre...
Caterina arross. Ella sapeva quanto fosse imprudente Nicola. Guard suo fratello con preoccupazione, poi si rivolse all'ospite: No, veramente, non  molto malato Paolo...  un po' anemico e bisogna curarlo...
Aria e sole, disse Cesare Amianto, annoiato dalla piega che aveva preso la conversazione.
Maurizio scosse il capo:  quello che la madre non vuol sentire... Ha paura del minimo soffio d'aria... Elisabetta e voi, Caterina, dovreste ragionare... far fare delle lunghe passeggiate al bambino... nutrirlo bene e non di dolci...
Caterina rimase sopra pensiero. Guard Cesare Amianto preoccupata. Poi ella arross di contentezza ed in lei ebbe il sopravvento l'impulsivit. Maurizio, ho trovato del lavoro... presso il giornale... Domani mi presenter... mi hanno accettata. Rialz il viso tutta sorridente, e un lampo di soddisfazione le illumin gli occhi. Era cos contenta di comunicare questa grande notizia ai Ferri e specialmente a Maurizio, che, improvvisamente, l'aspetto gaio e luminoso riapparve in lei per renderla affascinante.
Maurizio ed Alessio sorrisero. Alessio contempl Caterina. Quella fanciulla che gli dispiaceva era la sorella di Elisabetta, del suo piccolo amore: egli si rasserenava nella felicit di lei. Veramente Caterina aveva gli stessi capelli rosseggianti della piccola Elisabetta. Infine, Caterina, sono proprio contento, disse Alessio respirando con sollievo.
Maurizio cess di sorridere. Intimamente si sentiva irritato: ella si curvava. Uno spirito cattivo gli suggeriva di dir qualche frase arida che distruggesse la soddisfazione di lei, che smorzasse quell'entusiasmo esagerato; ma nel guardare gli occhi di Caterina Marasca cos vivaci e cos raggianti, lo spirito cattivo tacque e Maurizio disse con semplicit, Proprio, una bella notizia, Cate, quella che aspettavo da tanto tempo.
Non ho ragione di essere allegra oggi? Ho fatto la crema per questo... e per Paolo... Ma, mangiatela adesso...  fredda... io vado... vieni Nicola...
Nicola, estraneo al discorso, era tutto occupato a guardare un piccolo album illustrato. Rialz il capo: Un momento Cate, supplic.
Alessio sorrise dell'entusiasmo di Nicola: Vuoi portarlo di l Nicola? Te lo d... purch non lo sciupi...
Davvero?... Oh!... e il fanciullo rimase a contemplare Alessio sorpreso dalla magnanimit di lui, perch Nicola non concepiva il senso augusto dell'altruismo. Nella sua piccola anima assolutista, il fuoco sacro alimentatore dell'"io" imperante, era ben vivo. Per i suoi occhi, tanto simili a quelli di Caterina, brillarono di riconoscenza. Grazie Alessio. Non si pot trattenere ed abbracci il giovane.
Alessio lo baci e prov un'improvvisa, per quanto fuggevole tenerezza per il piccolo Nicola.
Caterina diede la mano cerimoniosamente a Cesare Amianto e salut con un cenno amichevole Maurizio ed Alessio. Non accettate un po' di t Caterina? domand Maurizio alzandosi.
Ella fece un cenno grazioso di negazione. Maurizio l'accompagn fino alla porta. Non avete che un gran difetto, Cate... quello di negarvi le cose che pi amate... Sarete sempre cos Caterina?
Caterina arross. Nicola... Nicola... grid, vieni dunque...
Maurizio s'adir, Lasciate Nicola... adesso viene... non sarete mai un poco generosa Caterina? S'appress alla fanciulla e con un movimento impetuoso le prese il volto fra le mani. Baciatemi, supplic, Voi Cate... Voi sola...
Caterina tremava nervosamente. Chiuse gli occhi per non soggiacere al fascino del bel volto impallidito di Maurizio, e per non lasciarsi prendere da quella sensualit, che la faceva tanto soffrire in alcuni giorni, sino al pianto. Inconsciamente mise le mani fra i capelli del giovane e il contatto di quella voluttuosa morbidezza, la fece impallidire. Fu sul punto di baciare Maurizio. Il giovane padroneggi i suoi nervi. Egli voleva che Caterina lo baciasse. No... non fatemi far questo Maurizio... mormor Caterina, non voglio...
Non pretendo nulla, disse cupo Maurizio, Non sapete concedervi e soffrite. Lasci Caterina e le volse le spalle con disprezzo.
Rientr nella saletta mentre Nicola usciva e and a sedersi presso Cesare. Alessio stava parlando a suo cugino appunto dei Marasca: Da circa cinque mesi noi li conosciamo, egli spiegava sono della brava gente decaduta...
Infatti, interruppe Cesare, quella fanciulla ha molta distinzione, ma i suoi modi sono strani...
Alessio sorrise. Sono cos questi Marasca... Se voi li praticaste Cesare... Dovreste vedere Rachele,  una giovane bellissima... Non so se sia buona o no... guardandola si riceve una cattiva impressione... anche di questa Cate...
Maurizio rialz il viso: un'ombra sarcastica pass nei suoi occhi.
Non la comprendi Alessi... Cesare, che vi sembra di questa fanciulla?
Cesare Amianto stette pensieroso. Non so... Bella volete dire? Veramente no...  strana... certo ha qualche cosa... forse gli occhi... Per un momento l'ho vista affascinante... poi le ho scoperto molti difetti... per esempio, il suo profilo  brutto... la sua bocca  bella... ha una magnifica capigliatura... L'ho osservata bene... fin ridendo.
Maurizio fumava tranquillamente.
Vi piace? chiese Cesare ridendo.
S, Cesare, mi piace molto.
L'amate?
Non so, proruppe Maurizio cupamente. Forse no... non ne sono sicuro... Se l'amassi dovrei sentirmi felice... Voi lo sapete Cesare, odio il sentimentalismo, ma ritengo che si debba esser felici quando si ama...
Felici, Maurizio? mormor Alessio sospirando.
Maurizio lo fiss con disprezzo. Tu credi che Caterina Marasca, assomigli alla tua amante? Generalmente con queste donne non si conseguisce che la volutt di un'ora...
Alessio arross, Non parlo di Graziella, disse...
Caterina, riprese Maurizio, m'affascina... sogno di possederla... e di ci intimamente ne risento una sofferenza, non un piacere... No... non l'amo... Ella ha ventun anno,  una miserabile. Io, Cesare, avrei fatto dei bei sogni, avrei pensato a lei come moglie, non come amante... Questo mi succede con Caterina...  una creatura che mi eccita furiosamente. Ho desiderato pure Rachele che  molto bella, ma in una maniera diversa, pi sana forse, ma meno completa...
Cesare Amianto sorrise. Ascoltate: un giorno vidi in un giardino una fanciulla giovanissima, vestita molto bizzarramente che si dondolava con un piacere pazzo su di un'altalena. Era pallida, con un visino sottile, con dei capelli biondi, morbidi e lunghi; aveva intorno al capo una capricciosa fioritura di campanelle rosse come il fuoco. I suoi occhi erano neri, e avevano quel luccicho e quella vivacit che ho osservato nella vostra Caterina. Essa non contava pi di diciassette anni. M'innamorai di lei come un pazzo e quando Argia spos il principe Becher, un tedesco, credetti di morire per il dolore. Invece... io sono qui, vedete, vicino a voi... Cesare sospir, ma il suo volto rimase allegro. Io non disprezzo le donne... Evvia... credete, le ho avvicinate il meno possibile... Fiss Maurizio e lesse nei suoi occhi il pensiero che gli passava per la mente. S, Maurizio, ho saputo frenarmi, bisogna essere forti e non soccombere... oh, non si vive solo per questo!... Si fanno delle cose pi pratiche. Si viaggia, si scrive, ci si diverte.
Cos, ribatt Maurizio aspramente, voi vi potete astenere? Parlate di volont, di forza... ma non di sangue e di nervi. E l'individuo di che cosa  fatto dunque? Cesare, la creatura  un cattivo impasto; essa porta molto fango in s. Siete un uomo superiore Cesare? Non m'inchino dinnanzi a voi, perch non credo in voi. Avete molta linfa allora... curatevi. Abborrisco gli eccessi, ma detesto l'ignavia. Io desidero Caterina Marasca. Ho piet di lei? L'amo io? Ella si rifiuta...
Ah! esclam ridendo Cesare, si rifiuta... dunque... non l'avete conquistata... eppure ne avete tutte le doti. Vi comprendo Maurizio... aggiunse con seriet. Immaginate ch'io non abbia peccato? Molto! Siete giovane, Maurizio, e intelligente... Lasciate quella fanciulla se non l'amate... Alessio, volete darmi del t?
Alessio, che era stato tutto il tempo silenzioso ad ascoltare, si alz per preparare il t.
Maurizio prese un'altra sigaretta. Sollev il viso con indifferenza.
Cesare, vi prego, servite la crema di Caterina. Tir una boccata di quel fumo esotico che gli profumava leggermente la bocca. Uno di questi pomeriggi vi presenter all'amante di Alessio.
Alessio si volse bruscamente.
Vi dispiace? gli domand Cesare.
No. rispose Alessio e vers il t nelle tazze.
Erano circa le nove quando Caterina si present agli uffici del giornale.
La redazione del giornale non era di bello stile, n vi si osservava molto ordine. Tutto apparve a Caterina confusamente. Entr nella stanza dei redattori molto intimidita. Il suo cuore batteva a colpi precipitati e temette di non saper far proprio nulla in quel casamento un po' sudicio, dove l'odor aspro della carta sotto la macchina si mescolava violentemente con quello del tabacco.
La porta si apriva ogni momento; uomini di ogni specie entravano, parlavano, intavolavano delle lunghe discussioni coi redattori, coi cronisti del redattore capo. Ridevano e fumavano. Andavano via e ne venivano degli altri. Le carte, lunghe striscie di carta stampata, giornali e riviste di ogni specie, giacevano sui tavoli, sulle sedie, sul pavimento. Le pareti scalcinate erano arricchite da fotografie di ogni dimensione, e quasi tutte ritraevano personaggi politici. Vi erano pure le fotografie di molte donne; donne mondane e donne di teatro.
Caterina osservava tutto ci confusa, rossa, e stava vicino al tavolo del redattore capo, in attesa di essere ricevuta dal Direttore del giornale.
Sebbene ella fosse stata accettata come copista, pure Caterina paventava qualche contrariet da parte del Direttore. A questo pensiero ella impallidiva e faceva sforzi per trattenere l'emozione a cui era in preda. Si sentiva umiliata fra quegli uomini che l'osservavano di sfuggita, oppure apertamente senza considerazione di sorta. Ma poi ella pensava ai piccini, a mamm, a Rachele, a quel lavoro che aveva finalmente trovato e che l'attendeva con sicurezza, e si rinfrancava, provando una soddisfazione cos profonda che bastava per vincere qualsiasi oppressione morale.
Solo, osservando gli uomini che si succedevano ad ogni istante, Caterina era presa da un lieve senso di nervosit. Era cos, in quell'affannosa ricerca del lavoro, che Caterina veniva distolta dall'amore, che i sensi ardenti della fanciulla si atrofizzavano sotto l'impressione di violente e terribili antipatie per gli uomini che avvicinava, antipatie che nel carattere appassionato, un po' morboso di Caterina, prendevano quasi un carattere di avversione e di nausea fisica, contro gli uomini e l'amore.
Entr, quasi di corsa, un giovane alto e simpatico. Oh, Renato, grid, buon giorno! Quale diavolo ha mandato Aiello oggi? Pietro  su tutte le furie... Aspettate ora che mi ricordo... potete mandare alla macchina l'articolo in corsivo... quello che avete ricevuto stamattina. E dov' andata a finire la signorina attesa dal Direttore?  graziosa almeno, Renato?... Si volse bruscamente e scorse Caterina. Oh! eccovi... disse ridendo, il Direttore ha chiesto di voi. Scusatemi, soggiunse dopo.
Caterina si alz fremente e impallid alquanto.
Signorina... vi guider io. Il giovane s'avvi precedendo Caterina di due o tre passi. Siete una scrittrice? le domand voltandosi.
No. disse Caterina.
 per faccende private allora...
No... ho ricevuto l'incarico di copista.
 un lavoro leggero, disse il giovane.
S, mormor Caterina.
Il giovane bruno buss con deferenza. Nessuno rispose. Buss una seconda volta sempre per deferentemente.
Avanti, disse una voce che aveva un bel tono caldo e signorile.
Il giovane e Caterina entrarono. Il Direttore scriveva; alz appena la testa e fece cenno a Caterina di sedersi.
Caterina sedette ed il giovane prima di uscire le sorrise per incoraggiarla.
Passarono circa cinque minuti. Il Direttore finalmente smise di scrivere e scrut Caterina. Siete voi la copista? domand un po' bruscamente.
S, disse la fanciulla.
Siete stata assunta... ma... si alz e socchiuse in un modo alquanto languido gli occhi grandi ed espressivi. Aspettate... ho dimenticato di avvisare Aiello per la rivista, disse concitatamente pi a s stesso che a Caterina. S'appress al telefono e diede alcuni ordini. Aveva una bella voce che impression Caterina. Ella l'osservava con la fronte corrugata. Dunque, diss'egli, il vostro nome?
Caterina Marasca.
Ah...! esclam egli e stette due minuti pensoso. Potete cominciare il lavoro da oggi stesso... Avete scritto mai?
Mai, disse Caterina.
Non siete un'intellettuale allora... bene, altrimenti potreste correggere delle bozze... Intanto eccovi questi fogli... potete passarli a macchina... oppure... avete una buona calligrafia? si arrest meditabondo. Del resto, meglio siano ricopiati a mano, riprese, andranno in macchina alle dodici in punto...
Il Direttore parlava e Caterina con la fronte corrugata, ascoltava attentamente. La fisonomia di quell'uomo era quanto mai imperiosa. Pure ella non si sentiva umiliata. Il Direttore era alto della persona. Aveva dei capelli nerissimi, tagliati corti; gli occhi bruni e molto belli, il naso lungo e le labbra sottili. Ci che colpiva era il suo naso: lungo, affilato, con due narici larghe e sensuali; nell'insieme la fisonomia di quell'uomo aveva un'aria sofferente e malaticcia. Contemplando l'altezza e gli occhi di lui, si aveva tutt'altra impressione.
Egli apr una porticina. Ecco, vedete signorina, questa  la vostra stanza... spieg entrando, lavorerete senza essere disturbata... Quando udrete il campanello... busserete... Vi chiamer allorch vi sar bisogno...
Caterina segu il Direttore nella stanza. Era questa una saletta polverosa, odorava di vecchia carta e il pavimento era un po' sudicio. Vi era solo un tavolo spazioso pieno di carte manoscritte e incompleti giornali. Caterina prese le sue carte e si sedette dinnanzi al tavolo.
E adesso buon lavoro, signorina! disse il Direttore e la guard un attimo con negligenza.
Appena quell'uomo spar nella stanza accanto, Caterina sospir. Tocc con un dito le sue guancie. Signore, come bruciavano! Quell'uomo l'aveva fatta soffrire. Ella non aveva alcuna antipatia speciale contro di lui... Ma che naso lungo egli ha! pens, e rimase un istante oppressa. Si aggiust i biondi capelli, tirandoseli indietro col suo gesto abituale, e subito si rasseren. Era un lavoro facile!... Alle dodici in punto... riflett con impazienza. E si mise al lavoro. Alle undici e mezzo il campanello squill. Caterina aveva finito. Si alz con gli occhi brillanti, col viso colorito, e prese un'espressione gaia, completamente diversa dall'aspetto grave e preoccupato di due ore innanzi. Buss senza nessuna delicatezza.
Avanti, disse il Direttore.
Caterina entr e proruppe con veemenza: Ho finito. Prima ancora che il Direttore l'interrogasse.
Ah! s? Avete fatto presto... Volevo il foglio numero 4.
Tutto  a posto... Vi  dell'altro? Caterina aveva riacquistato i suoi modi spigliati; i suoi occhi diventavano superbi, ed ella sorrideva, aspettando nuovi ordini. Ella pensava: Come sono contenta! Oh! saremo tutti felici... racconter ogni cosa a Rachele... ma, guarda, che naso lungo ha quest'uomo... come sono belli i suoi occhi... dev'essere ammalato... non sputa e non tossisce, quindi, forse, non  ammalato... Nicola... Paolo... cari... cari... Ho fatto proprio bene il mio lavoro, nessuno pu dire il contrario...
Il Direttore la guardava con attenzione. Qualche cosa lo colpiva in Caterina. Era affascinante per quegli occhi lunghi, scuri, cos lucenti. Ma com'era miserabile... magra, con gli occhi cerchiati; vestita di cotonina rosa, un rosa sbiadito, un taglio d'abito stentato, cucito grossolanamente, che aderiva troppo al corpo della fanciulla, facendo risaltare la snellezza sofferente e i seni turgidi ed eretti di lei...
Egli ebbe uno strano sorriso. Poi strinse le labbra e un'aria di grande severit si stese sui suoi lineamenti. Adesso portatemi i fogli, disse, Ordinerete a Rosselli, passando, di venirli a prendere sul mio tavolo alle dodici... Non conoscete Rosselli? domanderete di lui... Domani, alle nove, in redazione... sarete, credo, puntuale. Egli fece un breve gesto di commiato, ma subentrando in lui un altro pensiero, porse la mano a Caterina. Appena uscita la fanciulla, il direttore sospir e rimase pensieroso.
Pietro Ruffini era un uomo strano, provava alle volte delle grandi dolcezze e delle violente commiserazioni per i suoi simili. Ma il pi spesso egli era collerico, egoista, malvagio, pur riconoscendo che ci che egli faceva era male. Il male egli, del resto, lo scorgeva dovunque: nequizie e turpitudini dappertutto; vedeva nel mondo un'immensa cloaca di sozzure e disprezzava cose e uomini. Egli non aveva fede in nessuno. Nemmeno in se stesso. La verit, diceva egli, dov' mai essa? esiste? No... non esiste. Nascono in modo cos simultaneo i pensieri negli uomini, che non sappiamo distinguere il vero dal falso. Quale fu il primo moto, il buono o il cattivo? E dov' mai la verit, nell'idea che nacque per prima, o in quella che venne dopo? Ah! noi non lo sapremo mai... mai... Sono io buono o cattivo? Si chiedeva: E che m'importa d'esser meno buono o pi buono?... Tutto  menzogna. Non vale la pena d'esser migliori.
Egli scriveva, e rideva sovente in modo grave e malvagio. Era felice di ingannare e d'illudere perfidamente gli uomini. Che sciocchi costoro! Sono capaci di commuoversi e di piangere come vitelli per quel che scrivo. Eppure essi non ignorano se stessi. Il trionfo della giustizia, annullare il male... Che iperbole! Che animali! Che idioti! E credono! Diventava rosso e andava in collera. In certi giorni egli era intrattabile e i redattori avevano paura di lui, e rimanevano indecisi dinnanzi alla sua porta. Essi non sapevano se era lecito entrare o no; paventavano il furore del direttore e un immediato licenziamento.
Ma egli aveva anche i suoi momenti buoni. Allora Pietro Ruffini diventava malinconico, le sue parole erano piene di amarezza; e i suoi begli occhi splendevano tranquilli e tristi. La vita non faceva nessuno felice. Perch allora nascevano le creature? Cos'era infine questa vita? Un passaggio grave, faticoso, terribilmente faticoso. Egli pensava al gran numero di gente perduta che la vita contava, ai deboli, ai vinti.
Pensava con rammarico violento, alle prostituzioni innominabili delle giovanette povere. E soprattutto pensava alle giovani vite, minate dalla fame e dalla miseria, eroine oscure di una virt inumana di cui il mondo non s'accorge nemmeno. Una dama per una cappa di seta e una collana di perle venderebbe dieci volte se stessa. L'eroina miserabile muore disfatta, avvolta nella cappa mortale della sua onest. Perch questa terribile ingiustizia? Ah, migliaia e migliaia di creature nascevano e morivano a vent'anni di miseria e di fame! Egli corrugava la fronte e diventava aggressivo. Queste creature deboli, meschine, vigliacche, rifiutarono la vita, non seppero elevarsi contro il mondo, non seppero sputare il loro disprezzo sul viso di nessuno.
... Ah! s, la creatura del sacrificio invece era morta! La societ non ha innalzato nessun tumulo per lei. La morale non ha piantato nemmeno un fiore sulla sua tomba di terra. La religione non ha deposto sul suo capo l'aureola gloriosa dei martiri.  morta!
Pietro Ruffini era tentato di prendere la penna alle volte e di scrivere molte cose crudeli e reali. Ma poi egli scuoteva il capo. Che maiali gli uomini! Essi non avrebbero n riso, n pianto, per quelle cose tristi e miserabili. Bisognava invece parlare di cose complicate e strane, di situazioni patetiche e dolci, di amori carnali ma col fondo buono del sentimento... Raccontare una bella storia, in cui il bene e il male combattono; trionfo meraviglioso del primo, soppressione schiacciante del secondo. Gli uomini ne rimarrebbero soddisfatti. Strano e violento contrasto, poich essi sono crudeli alle volte pi delle bestie feroci.
Senza dubbio Pietro Ruffini era un essere stravagante. I redattori non avevano torto nell'affermare questo.
Caterina aveva fatto su di lui una grande impressione. Era un'affascinante miserabile! In seguito egli ne sent compassione e sogn per lei un'avvenire. Ella era superba e fiera, lo si vedeva a colpo d'occhio.
Ella non deve morire, si disse Pietro con dolcezza, ha diritto alla vita.
Nell'uscire la prima volta dalla Redazione, Caterina era veramente felice.
Nel corridoio aveva incontrato un ragazzo lacero, con i capelli rossi, e due piccoli occhi azzurri vivacissimi, che veniva avanti portando grossi pacchi di giornali, e diede a questi, con molte raccomandazioni, l'ordine del Direttore per Rosselli.
Io sono da due anni qui, disse il ragazzo con importanza, fissando Caterina con uno sguardo da gatto.
Ed io da due ore, disse ridendo Caterina.
Il fanciullo scoppi a ridere e la salut gentilmente, Domani verrete? domand prima d'inoltrarsi nel corridoio. Io mi chiamo Gianni, e spar senza aspettare la risposta.
Caterina usc dalla Redazione alle undici e quaranta precise e mezzogiorno la trov per via. Faceva un caldo intenso; si sudava nel camminare sotto il sole che brillava in un cielo limpido e spietato.
Caterina camminava con leggerezza.
L'indomani, quando Caterina entr nella stanza del Direttore, erano appunto le nove, come le era stato ordinato.
Il Direttore l'accolse gentilmente e le parl con molta bont. Le consegn del nuovo materiale per il lavoro da eseguire e le diede molti consigli utili.
Tre giorni dopo Caterina lavorava anche nelle ore pomeridiane. Caterina veniva pagata a cottimo e faticava moltissimo: dalle nove a mezzogiorno, e dalle quattro fino alle nove di sera. Erano molte ore di lavoro meccanico e noioso e la giovane si sentiva stanchissima.
Ma l'anima di Caterina era leggera, lo spirito forte, ed ella trovava il tempo di far molte carezze alla madre e di parlare e di ridere con Elisabetta e Rachele. Ella portava seralmente, cinque, dieci ed anche quindici lire quando il lavoro era straordinario. In tali giorni ella rimaneva fino alle dieci di sera a scrivere. Curvava, quasi con dolcezza, sul lavoro quotidiano, la superba testa bionda.
Questo  il pane per Nicola... questo  il pane di Paolo... diceva ella fra s, mentre numerava i fogli che trascriveva diligentemente. Si fermava pensosa, quando la schiena le doleva un poco, e guardava il cielo azzurro, che appariva nel quadrato della finestra. Qualche volta le si oscurava la vista. Strano, ella pensava, mi si oscura la vista... provo la sensazione di un gran vuoto... eppure io mangio adesso... mangio moltissimo... pi di tutti...
Era felice tuttavia, Caterina, e lo diceva a Maurizio che l'ascoltava con uno dei suoi sorrisi freddi e superbi. Non era buono no, Maurizio...
Nel pensare a Maurizio, Caterina provava un violento malessere, perch ella ricordava i tentativi fatti da lui per stringerla e baciarla, mentre non l'amava affatto. E Caterina comprendeva, fremendo tutta, che era stata sul punto di dare la sua bocca senza amore, solo perch Maurizio era bello e intelligente, ed essa lo stimava molto. Doveva essere ben debole, se aveva potuto cedere, sia pure per un attimo, ad una cosa simile.
Oh! povera Caterina... povero fiore cupo del sentimento e dei sensi... Ella non immaginava quanto la sua stessa carne la facesse soffrire... quanto la sua anima contribuisse a torturarla... Ella si trovava in un periodo nuovo. Era contenta. Molti pensieri molesti ed inquietanti s'erano diradati. La fanciulla respirava meglio... Ah! Signore, allontanate la fame... allontanate la fame... La fame  pi brutta della morte... s, pi brutta della stessa morte. Si diventa bestie nella fame, e Caterina lo sapeva... Ma il cuore, i sensi, l'anima di Caterina, avevano un'altra fame, ora. Fame terribile, anche questa, per la natura di Caterina. Gli occhi della fanciulla si cerchiavano leggermente; ed apparivano pi grandi e pi appassionati. Erano quegli occhi che le attiravano l'omaggio degli uomini e Caterina stessa non lo sapeva. Ella, ripetiamo, si riteneva brutta, senza seduzione, incapace di destar un sentimento profondo e dolce. Era per questo che s'irritava contro Maurizio. Che rappresentava essa per lui? Una fanciulla ardente, un poco intelligente; un piccolo capriccio, perch Maurizio stimava le donne esseri inferiori, ed essa invece non si sentiva tale.
Caterina sorrideva alteramente. Ella era cos fiera da non disprezzar se stessa. Io sono cos... brutta! forse molto brutta! ma io non cambierei con nessuno... con nessuna donna bella... Cambierei con Rachele? si chiedeva pensosa, Oh! Rachele  intelligente e cos bella... se fossi come lei? Ella scuoteva la testa fiammeggiante. No... nemmeno con Rachele cambierebbe. Caterina si amava troppo. No... era felice cos... certo non era punto seducente.
Nondimeno alle volte sentiva l'amarezza violenta di non esser bella.
Ella aveva fatto due settimane di lavoro. Non conosceva direttamente nessuno dei redattori ed era in comunicazione di frequente col Direttore. Qualche volta scriveva nella sua stanza, ed egli l'osservava muto e pensoso per lunghi attimi. Quando Caterina sollevava la testa e incontrava quei due grandi occhi neri, fissi con malinconica severit su di lei, arrossiva con violenza. Com'era strano quell'uomo! Non le parlava quasi mai. Le dava degli ordini con dolcezza, oppure s'imponeva a lei bruscamente, pallido, con le sopracciglia corrugate e pareva che stesse per batterla.
Caterina notava sempre la triste espressione del suo viso e la bellezza dei suoi occhi neri. Mai Caterina aveva visto due occhi cos grandi, cos pieni di malinconia, con delle ciglia fitte e ricurve che gettavano perpetuamente un'ombra scura sul viso emaciato e malaticcio di lui. Che cos'era veramente quell'uomo?
Dio solo lo sa... aveva detto sospirando Aldo Ratti, il giovane bruno che aveva introdotta Caterina la prima volta dal direttore. Nessuno lo conosce bene.  un uomo che porta disgrazia per... Ha un influsso malefico in quegli occhi cos strani e cos belli... molte persone lo sfuggono. Io stesso ho paura di lui...
Caterina s'era messa a ridere. Credete a queste cose?
Oh! se ci credo... aveva esclamato il giovane con gravit.
Circa una settimana dopo, una scena disgustosa ebbe luogo fra Caterina e il direttore.
Mettetevi qui, signorina, vicino a questo tavolo, ho da dettarvi alcune cose... disse Pietro Ruffini.
Caterina ubbid e si sedette al posto indicato attendendo ansiosamente che il direttore dettasse. La luce investiva Caterina, accendeva i suoi capelli; ma essa aveva le gote pallide, appariva emaciata, e gli occhi cerchiati brillavano nervosamente. Ella scriveva con mano rapida ci che le dettava il direttore, e rialzava la testa solo per scuotere indietro, quei suoi capelli sempre indocili.
Pietro Ruffini guardava socchiudendo gli occhi, quella testa di fanciulla. Quel volto bianco, magro, e quegli occhi mobili e cerchiati lo colpivano sempre in modo straordinario. Ha avuto un passato essa? si chiedeva bruscamente, non appena contemplava il viso pallido di Caterina.
Egli dett: " questo il mezzo principale per avvicinarsi alla mentalit di quelli che negano l'azione e provano una profonda repulsa dinnanzi ad un fatto compiuto, quando...", s'interruppe e guard con quel suo sguardo strano e languido Caterina. Siete stanca, disse.
Caterina sollev il volto ed arross. Un poco, ma continuate signore...
No, egli ribatte con severit. Fece due o tre passi per la stanza e ogni tanto socchiudeva i suoi grandi occhi. Quanti anni avete? le domand tutto ad un tratto.
Ventuno, disse Caterina con evidente stanchezza.
Pietro Ruffini corrug le sopracciglia. Fece altri tre passi poi si ferm di fronte a Caterina. Non avete avuto mai un amante? le chiese con visibile ansiet, diventando leggermente rosso.
Il volto bianco di Caterina si color di colpo, ed ella prov un tale stupore ed una tale angustia, sotto la domanda brutale, da risentirne una forte scossa al cuore. Si mise a guardare muta il direttore, con due occhi che fecero sorridere alquanto Pietro Ruffini.
Siete molto giovane, diss'egli con voce mite. Voi mi piacete molto.
Caterina continuava a guardare fissa quell'uomo e tutto ad un tratto si alz in piedi e si copr il volto con le mani. Non poteva sopportare quella umiliazione.
Non fate cos, diss'egli irritato, non bisogna essere troppo bambina... mi piacete vi ripeto...
Caterina tolse le mani dal suo volto e, rossa come il fuoco, guard sperdutamente quell'uomo cos tranquillo e cos cattivo, che non cessava di abbassarla e di umiliarla.
Mi piacete, disse ancora egli e i suoi occhi grandi e neri presero un'espressione severa, e non posso farci nulla... Sono molto crudele a mettervi in questo stato?
Oh! disse Caterina appassionatamente, come siete malvagio! e s'arrest affranta.
Pietro Ruffini sorrise. S'avvicin a Caterina, che stava cupa in un violento atteggiamento di difesa e le parl con dolcezza. Io vi voglio Caterina... non so se questo desiderio si sia infiltrato nel mio sangue al primo vedervi... o vi abbia amata solo stasera... Ascoltatemi, so ci che volete dirmi... s'interruppe mentre la sua fisonomia si velava nuovamente di severit. Io non sono colpevole... d'altronde, nemmeno voi siete colpevole, questo  vero... non avete mai amato, e le mie parole vi sgomentano... ditemi,  questo che vi turba Caterina? e la sua voce divenne carezzevole.
Negli occhi di Caterina pass un lampo cattivo. Ella scosse la testa.
S, disse, ma la sua voce trem di costernazione. Sentiva adesso un odio improvviso, violento, contro quell'uomo, e volentieri lo avrebbe battuto.
Pietro Ruffini si mise a passeggiare per la stanza con inquietudine.
Non mi sfuggite, disse. Io vi amerei, e molto, fanciulla... Voi potreste fare di me un altro... Le donne sono generalmente quelle che rendono dolci e buoni gli uomini... Vi porterei molto lontano... conoscereste tante cose belle e interessanti che voi nemmeno sognate... Cos' la vita, Caterina? Una nullit, un soffio... noi non sappiamo... bisogna capire il presente, fanciulla. La vostra vita  triste. Siete una schiava della fatica, schiava della vostra famiglia, schiava della societ e di voi stessa. Chi siete del resto voi? Una povera, piccola anima sperduta, un corpo fragile, affamato... voi soffrite... tutto per voi  grigio, fanciulla. Non conoscete nemmeno gli splendori di una dolce giornata di primavera, perch la nebbia della miseria vela anche il sole dei vostri occhi... I vostri occhi cos belli e cos pieni di vita e di ardore, Caterina. Non negate, vi  molto fascino nel vostro sguardo. Per me siete bella, pi bella di qualsiasi donna...
Egli tacque. Guard Caterina con uno sguardo cos pieno di dolcezza lussuriosa, che ella, che era donna e femmina, ne trem tutta, accesa e sgomenta. Avrebbe voluto far del male a quell'uomo logico e spietato.
Che adorabile amante voi sareste, riprese egli, mentre i suoi occhi diventavano sempre pi torbidi e scuri. Siete fatta per l'amore Caterina, e ogni atomo del vostro corpo lo rivela voluttuosamente... Rifiutandovi siete contro la natura... tacque e gett uno sguardo obliquo su Caterina.
La fanciulla fremeva. Mai ella s'era sentita tanto cattiva. Se il direttore le fosse caduto morto ai piedi, ella avrebbe avuto un balzo di gioia malvagia. Quell'uomo la rovinava. Ella avrebbe dovuto andarsene, abbandonare ogni cosa, il suo lavoro... Sent di amare improvvisamente quel luogo polveroso, pieno di odori violenti; di amare quelle lunghe striscie di carta che ella vedeva ogni giorno, ancora umide...
In preda ad un'angoscia violenta si avvicin a Pietro Ruffini e gli parl rossa, agitata: "Lasciatemi signore... non dite pi queste cose... non voglio pi udirle... grid quasi con le lagrime agli occhi. Io debbo lavorare, aggiunse con gli occhi lampeggianti, ero qua per questo... solo per questo... non voglio niente... niente... Corrug la fronte concentrandosi nel suo orgoglio feroce. Io sono Caterina Marasca! Voleva gridare, ma tacque.
Egli la guard superbamente. Calmatevi... Non  n onesto, n giusto piegarvi al mio desiderio... Siete libera! mormor non senza amarezza.
Caterina sussult. Tenetemi qui, debbo lavorare per la mia famiglia, disse timidamente ed era molto abbattuta. Non pensate a me... soggiunse con ansia.
Pietro Ruffini scosse il capo. Lo spirito del male che gli era entrato nel sangue due ore innanzi, continuava a tormentarlo e a renderlo malvagio. Non  possibile Caterina... Io vi amo... vi desidero. Io voglio la pace e la pace non posso averla se voi restate qui, con me...  corruzione questa? si domand e i suoi occhi ebbero lampi cupi. S... s, tutto  turpe... lascivo e brutale nell'uomo... Non credete pi a nulla Caterina, disse rivolto a Caterina ch'era impallidita. Vedete, e indic le carte, i giornali, i manoscritti, s stesso, tutto  menzogna, inganno falsit... Io non credo nemmeno in voi fanciulla... Chi vi ha avuta? Chi vi ha baciata? Chi ha sciupato le vostre illusioni?... Non mi guardate cos Caterina... Io non credo. Tacque, e rosso, coi grandi occhi cattivi, guardava ora le sue mani tremanti d'ira, ora le carte sparse sul tavolo, ora Caterina. Andate, disse all'improvviso, brutalmente. Vi avrei forse resa felice io? Mi sarei deliziato del vostro corpo... vi avrei resa impura, vi avrei piegata per sempre alla volutt del male...
Caterina lo fissava spaventata.
Vi turbo, diss'egli e rise con disprezzo. Socchiuse un istante gli occhi, pieni di stanchezza, e si ricompose. Andate Caterina, mormor angustiato, vi auguro che siate felice, molto felice nella vita...
Caterina pallida e vacillante si diresse verso la sua stanza. Signore, che disgusto vivere! Signore! Signore! ella implorava stordita, triste, infelice.
Il direttore la ferm con un gesto. Permettete che vi dia un bacio d'addio? le chiese calmo e severo.
Ah! esclam la fanciulla con impeto feroce, non chiedetemi nulla, tacete, tacete!
Tutto ci che succedeva era ben volgare. Il direttore era un uomo strano e malvagio e Caterina ne aveva subto la malefica potenza e non era fuggita subito. Era sconvolta e nella sua mente ronzavano molte parole selvaggie e oltraggiose. Ella prese il suo cappello, la sua borsa e rientr pallidissima nella stanza di Pietro Ruffini.
Ah! ve ne andate? diss'egli agitato.  vero! Caterina Marasca, vi auguro tutto il bene possibile!... Non venite mai pi... a meno che... s'interruppe. No... non venite mai pi...
Caterina si sentiva scoppiare il cuore. Io qui, signore? grid mentre un'ira selvaggia la scuoteva tutta. Rimase un istante di fronte all'uomo, tetra e immobile ed ebbe un gesto profondo di scoramento.
Pietro Ruffini s'inchin dinnanzi a lei e le prese la mano.
Caterina guard con disgusto il direttore e si diresse verso la porta. Egli s'avvicin e di scatto prese Caterina per le spalle. Nemmeno voi siete buona, disse, chi di noi due  pi generoso Caterina? e la costrinse, mentre Caterina impallidiva di umiliazione, ad alzare il volto verso di lui. Respirava ansante sulla bocca della fanciulla. I grandi occhi di Pietro brillavano di una luce diabolica. Ma il suo viso emaciato rifletteva la sofferenza che egli provava.
Guardate, Caterina, potrei baciarvi, prendervi, fare di voi ci che mi piace... nessuno udrebbe... ho licenziato tutti prima di chiamarvi nella mia stanza... solo alle dieci vengono quelli delle macchine... Siamo soli, fanciulla. Tutto dipende da me... e rideva, provando una sofferenza quasi carnale, nel vedere gli occhi spaventati, il pallore e il tremito di Caterina. Non sono generoso?... ditemi se non sono generoso, proruppe col respiro corto e affannoso. Non lasciava le spalle di Caterina e la guardava febbrile, rosso, con gli occhi ingranditi da un godimento, che riusciva a fargli del male.
Caterina ebbe una paura terribile e folle. Signore... lasciatemi... lasciatemi... grid.
Pietro Ruffini rideva, di un riso malsano. Sono generoso e voi no, ripeteva corrugando la fronte.
Caterina si vide in potere di quell'uomo furibondo. Si dibatt per liberare le sue spalle dalle mani magre e bianche del direttore. Lasciatemi... io vi uccider... url. Lasciatemi, vi dico... vi uccider... vi uccider... urlava essa sempre pi forte, livida di rabbia e di spavento.
Pietro Ruffini guard un attimo quella donna dai biondi capelli e dal viso scomposto, che sembrava ora un'iena piccola e feroce, e contrasse con violenza la bocca. Alcune parole brutali, insultanti, le pi offensive parole che si possano dire ad una donna, gli sfuggirono. Abbandon Caterina e ancora grid col volto acceso, brutto: Andate... andate... vi odio... chi siete voi? Un vermicciattolo, una stupida, un'oca... una piccola bestia... andate via al pi presto... Vi credevo una creatura piena di luce e di vita... non siete niente... polvere, feccia... Sono generoso... generoso, e vi lascio libera... Potrei rovesciarvi qui ai miei piedi e calpestarvi... potrei uccidere la vostra resistenza, con un solo urto... ma non voglio... sono generoso... Fuori di qui vi attendono la rovina e la morte. Volevo salvarvi, innalzarvi ad una grande altezza... Volevo che voi sputaste in viso finalmente alla societ ingorda, sudicia e vigliacca... Ma voi siete egualmente vigliacca... tacque e sput con feroce disprezzo sul pavimento.
Caterina livida, con gli occhi pieni di lagrime, scomposta, apr la porta e usc senza voltarsi. Il corridoio era buio; ella ebbe tuttavia timore e si allontan barcollando, finch giunse alla porta d'entrata e vide il cielo cupo pieno di stelle, e le vive luci della citt.
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FINE Parte 1.